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M'acciuffarono poliziotti zelanti in flagrante reato, al cesso pubblico d'un sobborgo di Berlin da miasma ammorbato... donavo piacere a un fascinoso sconosciuto appena incontrato in un bar malfamato, il bel riccioluto fuggì a gambe levate tenendosi strette le braghe calate, il brutto ceffo di scuro vestito tutore dell'ordine prestabilito, mi sferrò un pugno in bocca gridando: "Conosci la procedura, te la faccio passare io la tua smania contro natura!" Fui condotto alla Gestapo e poi ad un'ora di strada al campo di Sachsenhausen, dove biechi aguzzini mi dimostrarono il significato di virilità! Vigliacchi maiali senza pietà! Convinti che lo stupro mi fosse piaciuto mi sputarono addosso al grido di: "Frocio, finocchio, invertito!" Mi comandarono d'indossare una divisa a righe bianche e blu, con sul petto due triangoli di panno rosa. Indicava senza dubbio qualcosa.
Josef
Io, testimone di Geova, predicavo assieme ai fratelli casa per casa.
Bussavamo alle porte impugnando la nostra Bibbia speciale, animati d'afflato sincero, annunciando mirabili fatti che presto si sarebbero acclarati davvero.
Non facemmo mai niente di male, eppure fummo vergati nella lista dei locchi, degli indesiderati. Rifiutammo di salutare al grido di Heil Hitler col ridicolo braccio diritto, rifiutammo di far parte dell'esercito e per ciò fummo proscritti, la nostra fede abiurava la guerra, la supremazia dell'uomo sull'uomo, la persecuzione di fratelli innocenti. Noi, sì noi, fummo coerenti! Oh! Se solo quella gente miserrima, che ci derise e ci sbattè l'uscio in faccia, avesse detto no alle fallaci teorie sulla razza, a quel disegno infame, folle, crudele! Fummo fatti prigionieri una sera, durante un incontro nel nostro piccolo tempio, uno scantinato ammuffito.
Qualcuno fece la spia, forse quel cornuto, rammollito del marito di mia zia Marie. E alè, figurine obbedienti in stazione a Lion e sul treno diretto a Struthof-Natzweiler. Mi sembrò così grande e spettrale quel posto! Lì, accostate piccole case con tegole rosse linde e inattese e contadini intenti al sacrificio del maiale poco prima del vostro Natale. Che strano contrasto! Pensai: "Che bello lavorerò nell'industria!" Fui fornito di giacchetta, braghe e cappelletto di fustagna, ai piedi zoccoli di legno e tela frusta. M'illusi fosse la tuta dell'officina, per quanto mi sembrò nel gelido inverno assai leggerina! Sul petto i triangoli viola destinato a noi Bibelforscher. L'indossai dopo una doccia collettiva ben calda e propizia, non vidi più nessuno dei miei fratelli di fede e ingenua mestizia e quanto li cercai di nascosto dai sassoni irati! Le loro docce erano situate al blocco 8, là, dove un grosso camino instancabile crepitava faville giorno e notte. "Chissà che producono questi alacri guerrieri?" Chiesi allo smunto fantasma passatomi accanto. "Ci gasano tutti e poi ci danno fuoco in quel forno poco distante". Mi rispose con un filo di voce e la gola strozzata dal pianto. Caddi in ginocchio impietrito di schianto!
Antoine
Ero parte di un gruppo clandestino di comunisti.
Ci riunivamo alla fornace diroccata occultata da flora selvaggia, ai margini di un quartiere affollato. Si discuteva il da farsi, si scriveva a mano volantini per informare ignari e impauriti cittadini, di ciò che succedeva nei campi di annientamento. Eravamo in trenta in quella notte di pioggia e di vento. S'aprì di scatto l'uscio sbilenco, fuggì il gatto randagio che giocherellava adagio col ratto intontito. D'acchito irruppero soldati infuriati, fuori due camionette allineate, sapevano il numero esatto. Fummo ammassati con altri sventurati dentro alla pancia di vagoni bestiame diretti al campo di Treblinka. Piangenti, affamati, assetati, lordi delle nostre deiezioni in segno tangibile di svanita umanità! Ho ancora negli orecchi l'ansietà, i battiti di quei cuori impazziti e i lamenti di donne e di vecchi e di bimbi atterriti e lo sferragliare ed il fischio del treno solerte e orgoglioso e nelle narici l'odore della neve ghiacciata sopra ogni cosa, sopra la terra straniera e straniata. Dentro agli occhi ho fissi quei mille e mille pigiamini leggeri con due triangoli di panno rosso sul petto appuntati, a dire del nostro peccato.
Ma non era un'infamia, era medaglia al merito e al valore civile!
Quasi ne fui fiero e grato... mostravo di non essere un vile!
Piero
Vennero a stanarci dovunque fossimo questuanti.
L'accattonaggio fu dichiarato fuorilegge, come a dire è vietato essere poveri, indigenti. Sergenti servili ci deportarono armati d'odio e fucili dai vicoli e dal sagrato delle chiese, dove si raccimolava due soldi dai ferventi adoratori domenicali. Ufficiali spocchiosi con al guinzaglio cani addestrati al livore, ci strapparono in forze dalle rive dei fiumi, lì eravamo accampati come topi di fogna, dentro baracche di lamiere corrose e loro profanarono il nostro vivere errabondo. Quel vivere ai margini in cui fummo esiliati, da borghesie emergenti che ci dissero immondi. Fummo trascinati nel campo di Mauthausen a centinaia e centinaia per fare pulizia, ci spogliarono dei nostri vestimenti sgargianti, infamanti sul petto i triangoli marroni… come marrone è la terra del Nord. Ma sapete che mi disse un Kapò alemanno? "Marrone come la merda, ciò che siete voi Sinti e Rom!"
Questo dovetti sentire da quel mangiapatate, galeotto, ciccione, che certo ignorava la nostra storia gloriosa e ignorava che giungemmo in Europa dal settentrione dell'India. S'incendia il mio animo al pensiero della mia Patria smarrita, da millenaria cultura pacifica illuminata!
E d'incenso e di fiori e di spezie aspre e dolci profumata!
Kuch
A trent'anni fui abbandonata da un marito infingardo e questo fu soltanto l'ultimo sgarbo. Con due figli di dieci e otto anni da crescere sola, cercai e cercai un onesto lavoro. La mia Patria ancora scontava la sconfitta di una guerra passata e il dileggio di trattati impietosi. Me ne andai di casa in una notte ventosa pensando e pensando a un'unica cosa, mi appostai provocante in un viale alberato e come farebbe una falena ubriaca cercai un lampione propizio, un tizio losco e molesto non tardò a venirmi appresso, mi disse che mi sarei arricchita se di lui mi fossi fidata! Cominciai così, quell'atroce mercimonio tra conati di schifo arresa al demonio. In una notte nebbiosa e gelata, anch'io fui beccata in flagranza di sconcio reato procurato a laido e senile cliente eccitato. Ci caricarono tutti, il pappone, il bacucco e io, proprio un bel trio! Finimmo nel campo di Sobibor pure noi col pigiama leggero, a me cucito sul petto il simbolo delle donne di malaffare, i triangoli neri, al vecchio bavoso apposero quelli di pezza blu, perchè rifugiato della guerra di Spagna, il magnaccia tedesco si ritenne graziato dai triangoli verdi a lui riservati, il segno dei delinquenti comuni. Immune all'altrui sofferenza, diventò sorvegliante di squadre ai lavori forzati. Prostrata da fame e da freddo e d'angoscia per i miei bimbi lontani, colta da severa sarcopenia persi la brama d'esistere ed ogni malia! Alcuni prigionieri scrutandomi arrancare sfinita, notarono il triangoli neri e bisbigliaron contriti: "Chissà com'era bella prima della cattura, se ne scorge ancora l'allure".
Ildegarde
Io sono nato malato dentro alla testa, il mio gemello malato nelle gambe, per questo motivo una legge di stato comandò che mamma e nostra sorella fossero sterilizzate.
Si doveva salvaguardare, anzi progettare la pura razza ariana.
Io schizoide e mio gemello storpio, fummo condotti a Birkenau, a noi non fecero indossare un completino a righe e neppure le stelle colorate, ma una lunga camiciona di popeline... poi fummo portati in una fredda stanza olezzante d'alcol e formalina. Lì, un lettino con sopra una tela cerata mezza sdrucita, un armadietto con dentro tanti arnesi luccicanti e seghe, martelli, chiodi di ogni grandezza, divaricatori, lacci, un grosso ago e matassa di filo, tutori, siringhe e garze e boccette di vetro e un tavolino rettangolare su piccole ruote con allineati attrezzi a me ignoti. In un angolo poco distante tante pezze di tela sudicie e lise e bacinelle e tinozze zincate. Una finestra sbarrata senza tenda per non oscurare la splendida vista della valle innevata! Entrò un dottore piccoletto e sgraziato con l'aria spavalda, indossava un camice lordo di sangue, sentii la sua bella assistente maliarda rivolgergli: "Herr Doctor Menghele, è tutto pronto come Voi m'avete ordinato. È giunto un dispaccio del dottore Ottmar Von Verschuer, vi ringrazia per... ehm... le frattaglie, che gli avete inviato la settimana addietro, sono state propizie per le sue teorie e ne richiede ancora al più presto!"
La notte passata ho fatto un sogno bislacco, pensate, le mie tibie facevano d'appoggio a un tavolino da thè, la mia pelle strappata con cura piano, piano, rivestiva una lampada per una sala da fumo, infine vedevo il mio cranio spolpato ridotto a macabro trofeo immolato, sulla scrivania di un tronfio gerarca, ostentava fra i denti grigiastri un sigaro Havana e l'aria da buon patriarca.
Che m'induce ad incubi di codesta natura è di sicuro la schizofrenia!
Chi mai potrebbe concepire tale follia?
Ivan
Io ero figlia d'ebrei. Iniziammo a parlare di essere tali alla firma delle sciagurate leggi razziali, ché decisamente atei non frequentavamo la sinagoga e non festeggiavamo i giorni sacri.
Nel 38 avevo otto anni quando fui espulsa dalla scuola, ero una bambina, non capivo! Divenni invisibile, che avevo fatto di male?
L'unica mia colpa? Essere nata!
Frequentai una scuola privata, passarono cinque anni e tardi, troppo tardi, fuggimmo in Svizzera, mio padre, due cugini ed io, mamma era morta tanto tempo addietro. Ci arrestarono al confine: sei giorni di carcere a Varese, poi a Como, poi quaranta giorni a Milano, a S.Vittore.
Il 30 gennaio del 44 dal binario 21 occultato, fummo sbattuti su di un treno infuriato diretto ad Auschwitz, il viaggio durò sette giorni.
Lì, separata dal mio padre amato e dai cugini, infilai il pigiamino a righe leggero con sul petto due triangoli gialli a formare la stella di David.
Brillava la mia stella, così bella, così bella!
Mi tatuarono sull'avambraccio sinistro il numero di matricola 75190.
Per un anno intero fui usata come schiava di lavoro forzato nella fabbrica di munizioni Union della Siemens. Non rividi mai più i miei cugini e il mio padre adorato. Affrontai la marcia della morte verso la Germania.
Nel maggio del 45, al campo di Malchow, un sottocampo di Ravensbrück, giunsero finalmente i Russi sui loro cingolati potenti, con sopra le rosse stelle fiammanti. Di 776 bambini tornammo in 25.
Vissi presso i miei nonni materni, gli unici scampati al progetto della soluzione finale. Nessuno attorno volle vedere dentro ai miei occhi il dolore, nessuno volle ascoltare. Incontrai un uomo speciale, ci sposammo e fummo allietati dalla nascita di tre figli. Mai, nemmeno per un momento, annullai dalla mente il ricordo e il tormento. Adesso sono una nonna di oltre 90 anni. Della Shoah ho detto dopo decenni di silenzi, a migliaia d'alunni. Mi sono tanto raccomandata coi professori, coi genitori, di non portare i loro studenti e figli ad Auschwitz, si trasformerebbe in una gita scolastica.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mi ha nominata Senatrice.
Ogni giorno ricevo ingiurie irripetibili postate sui social da ignoranti, astiosi, negazionisti antisemiti. In democrazia vivo protetta da scorta armata. In democrazia. Pensate, dopo tutto quello che ho passato!
Dopo tutto quello che è stato!
Liliana