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Stavo davanti a quella porta come si sta davanti all’ingresso di un macello dopo l’orario di chiusura. Legno di noce scuro, vecchio, venato come carne frollata. Una sola serratura, roba da ridere, uno scherzo per chiunque avesse una forcina e un po’ di cattiveria nelle dita. Ma io avevo le chiavi. Io non scassino. Io entro quando i morti hanno smesso di urlare.
Il pianerottolo puzzava di freddo. Non il freddo dell’inverno, ma quel gelo specifico, chirurgico, che ti entra sotto il cappotto e ti cerca le ossa. Le pareti erano di un bianco malato, quel colore che prendono le lenzuola d’ospedale dopo troppi lavaggi, illuminate da una lampadina nuda, gialla e stanca, che ronzava come una mosca intrappolata in un barattolo. C’era un’aria maligna lì attorno. La sentivi premere sulle tempie. A volte i posti si guastano, sai? Come il latte lasciato fuori dal frigo. E quel posto era guasto marcio.
Il 17 novembre 1978, Assunta Bozzi, diciassette anni, aveva sventrato madre e padre con un coltello da bistecca. Non un litigio. Una macellazione. Adesso era il 21 dicembre. Buon Natale, Saturnia.
Sospirai, il fiato che si condensava in una nuvoletta grigia. Mi chiamo Anna Giraldi. I miei colleghi mi chiamano l’Avvoltoio. Dicono che mi nutro di carogne. Forse hanno ragione. Ma l’Avvoltoio fa vendere copie, e la mia direttrice, una donna che venderebbe sua madre per una prima pagina, non si lamenta mai.
Infilai la chiave. Il metallo grattò nella toppa. Clack. Un suono secco, come un osso che si spezza nel silenzio. La porta si aprì e l’oscurità mi saltò addosso. L’odore mi colpì per primo. Era un cocktail denso: ruggine (sangue vecchio), disinfettante industriale al limone e polvere. L’odore dei brutti sogni. Trovai l’interruttore. La luce rivelò un corridoio lungo, una gola che ingoiava la casa. A destra, il telefono su un tavolino. A sinistra, ninnoli di porcellana che mi fissavano con occhi dipinti, testimoni muti dell’orrore.
Le case dove si muore male sono diverse. Il silenzio non è vuoto. È trattenuto. È come se i muri stessero trattenendo il respiro in attesa che succeda qualcos'altro. Mi mossi lungo il corridoio, le suole delle scarpe che facevano troppo rumore sulla graniglia lucida. Guardai le foto alle pareti. La famiglia Bozzi. Sorrisi di plastica, denti bianchi, domeniche al sole. Bugie. La pellicola fotografica è la più grande puttana della storia; ti vende una felicità che non è mai esistita.
Cucina. Luce al neon, bianca, spietata. Ronzava anche quella. Tutto era immobile, congelato nel tempo come Pompei. Il tavolo apparecchiato. La cucina Zoppas bianca, quattro fuochi e una piastra elettrica al centro, come un occhio ciclopico spento. Il forno aveva una macchia sul vetro. Grasso? Sugo? O schizzi di mamma Bozzi? Sul bancone, il ceppo dei coltelli. Ne mancava uno. Il Re. Quello grande. Ora era in una busta di plastica alla centrale, etichettato come reperto A o B. Cinquanta coltellate nel torace della madre. Cinquanta. Ci vuole impegno. Ci vuole odio. Ci vuole un braccio che non si stanca di calare.
Uscii dalla cucina, sentendomi gli occhi della casa addosso. Il bagno. Piastrelle blu scuro, un tentativo patetico di evocare l’oceano in un appartamento di città. Lì l’intimità era oscena. Spazzolini aperti, tubetti di dentifricio spremuti a metà, un rasoio con ancora i peli incastrati tra le lame. La vita interrotta a metà di un respiro.
Poi, il bivio finale. A destra, la tana del mostro. A sinistra, la stanza di Assunta. Andai a sinistra. Rosa. Tutto fottutamente rosa. Un santuario alla Disney. Minnie e Topolino sul piumone, Paperino e Paperina sul muro. Amori di carta, amori felici. C’era un odore qui, diverso dal resto della casa. Pesca. Profumo economico per adolescenti e quella fragranza sottile, dolciastra, dell’innocenza che sta andando a male. Sulla scrivania, tra i trucchi e lo specchietto, c’era un’agenda. Un’agenda Disney del 1977. Mi fermai. Non è possibile. La Polizia Scientifica di Saturnia era famosa per essere incompetente, ma questo... lasciare un diario sulla scena del crimine? Era stupidità o negligenza criminale? Mi infilai i guanti di lattice. La pelle sudava già. Aprii il diario.
12 Gennaio 1978 La scrittura era tonda, infantile. Parlava di un’amica, Marcella. Di jeans e Superga bianche. Di sentirsi voluta. E poi, la frase che mi fece gelare il sangue più della temperatura nel corridoio. «Mia madre mi ha ricordato di non sciuparmi troppo perché poi mi avrebbe voluto vedere papà appena tornata, il che voleva dire che voleva scoparmi.»
Merda. Voltai pagina. Le mani mi tremavano.
19 Gennaio 1978 «Mia madre stava a guardare mentre mio padre mi violava per l’ennesima volta... Oggi è domenica, e come ogni domenica i miei genitori sono andati a messa.»
Chiusi il diario. Sentii un sapore metallico in bocca. Bile. Quella non era una casa. Era una camera di tortura rivestita di carta da parati a fiori. E la polizia? Quei bastardi in divisa avevano arrestato la ragazzina, l’avevano sbattuta nel carcere minorile Togliatti – un buco infernale dove le guardie erano peggio dei detenuti – e avevano lasciato qui la prova che la scagionava. O forse l’avevano lasciata apposta. Forse il signor Ingegnere Bozzi, quello che andava a messa, aveva amici in alto.
Presi il diario. Lo cacciai nella borsa. Al diavolo il protocollo. Al diavolo la legge. Questa era guerra. Andai nella camera dei genitori solo per un attimo. Puzzava di disinfettante professionale e di morte. Lì Assunta aveva beccato il padre. Quarantacinque colpi per lui. Brava, pensai. Brava ragazza. Uscii da quella casa come se il diavolo mi stesse mordendo i talloni.
Quella notte, alla redazione, l’aria di Saturnia era liquida e nera. La mia direttrice, Noemi Rocchi, mi aspettava come un ragno al centro della tela. Voleva sangue. Voleva lo scoop. Mi sedetti alla macchina da scrivere. Tirai fuori il diario. Questa volta niente guanti. Volevo sentire la carta. Volevo sentire il peso di quelle parole. Iniziai a battere sui tasti. Ogni lettera era un proiettile. Click-clack-click-clack. Scrissi della polizia incompetente. Scrissi dei mostri che vanno a messa la domenica. Scrissi di una ragazzina di diciassette anni che aveva dovuto diventare un demonio per smettere di essere una vittima.
Il mio articolo fece cadere teste. Ispettori dimessi, la questura assediata dalla gente inferocita. Assunta venne visitata, la verità venne a galla come un cadavere in un lago in primavera. Non era pazza. Era solo disperata. Venne scarcerata. La mandarono dagli zii. Spero che stia bene. Spero che non sogni mai più il profumo di pesca e il rumore della chiave nella toppa. Ma le case ricordano. E a volte, temo, anche le persone non riescono a dimenticare, non importa quanto forte sbattano la porta.