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1.
Guardo il mio sangue fra le mani. La testa è leggera, mi sembra di fluttuare nel silenzio. Provo una sensazione ultraterrena, come se stessi sfiorando l’infinito, ma so che non è reale, so che non devo lasciarmi trasportare, perché devo restare qui.
Non so che sapore abbia questo vuoto che mi è rimasto al suo posto, non so se abbia una consistenza, ma lo percepisco come qualcosa di fisico: mi dà la nausea e temo che la mia vita sarà sempre così, in bilico tra il vuoto del silenzio e il traboccare delle parole che fluiscono come acqua ma pesano come acciaio.
Mentre pulisco il mio sangue mi estraneo e guardo da fuori le mie mani che tremano, i gesti che si automatizzano diventando quasi meccanici. Poi, d’un tratto, mi fermo e rimango a fissare il mio corpo segnato: le lacrime che scorrono, i segni rossi che bruciano da morire.
Un milione di pensieri si susseguono nella mia mente quando il telefono squilla: è lui, lo so.
Mi chiama per rimediare, per inventare qualche scusa a cui io non crederò. Dirà che era stanco, che non sapeva cosa diceva, si giustificherà dicendo che l’ho portato al limite.
E io ascolterò in silenzio, sapendo che dovrei lasciarlo andare ma capendo, per l’ennesima volta, quanto ho bisogno di tutto questo.