Maggio Settantanove - Parte seconda di 2

scritto da Jax
Scritto 6 giorni fa • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Jax
Autore del testo Jax

Testo: Maggio Settantanove - Parte seconda di 2
di Jax

Verso di noi si diresse il proprietario, salutò la mia amica che lo  ricambiò  chiamandolo  per  nome  e,  fatta  la  mia conoscenza, ci  accompagnò ad  un tavolo  sistemato in  fondo alla sala e quindi in leggera penombra.
Il locale sfruttava  una grande vetrata  sul lato del  fiume attraverso la quale  si intravedeva una  parte del  Castello Grande; i tavoli erano  distanziati per consentire  maggiore discrezione mentre il riverbero delle  luci sull’acqua e  la vista  del   castello   creava  all’interno   variopinti   e suggestivi riflessi.
Non ricordo con esattezza quello che mangiammo, ricordo però che la qualità  era buona e  stavamo appunto parlando  della bontà del cibo e dei complimenti da fare allo chef quando ci servirono una insalata già condita.
Ne approfittai  per fare  una scommessa,  la seconda,  sulla quantità di sale presente nell’insalata.  Lei disse “il giusto”, io dissi “di più”.  Una  volta  assaggiatala  concordò  con  me  sul  “di più” prendendo però  le  loro difese  e  dicendo che  siccome  si trattava di un posto dove si  mangiava pesce d’acqua  dolce, per  ristabilire  l’equilibrio  geo-gastronomico   servivano alghe marine in insalata.
Il mio  sorriso  le fece  capire  che  mi  aveva  pienamente convinto e a mo’ di ringraziamento, con le sue dita carezzò le mie nocche.
Avrei voluto ricambiare il gesto ma non ne ebbi la prontezza e tutto restò sospeso per aria.
Presi dal secchiello  del ghiaccio  la bottiglia  di vino  e riempii i bicchieri.
“Alla nostra buona sorte” dissi avvicinando i calici.
“Anche ai miei tre anni di matrimonio?”
“Soprattutto” - replicai sul tintinnio dei bicchieri.
Il servizio era inappuntabile e la nostra conversazione veniva, ogni tanto, interrotta dalla discreta presenza del cameriere il quale provvedeva a svuotare il portacenere e a sincerarsi che tutto fosse a posto.
Le chiesi se riusciva ad immaginare cosa potesse pensare  di noi il suo amico che, intanto, guardava al nostro tavolo non nascondendo un sorriso.
Chiesi ancora quante potessero essere le possibilità che  la nostra cena giungesse alle orecchie di suo marito.
“Non preoccuparti  -rispose alla  prima domanda-  è un  caro amico e  con  lui sarà  inevitabile  parlare di  te  ma  non stasera e  comunque  non in  questo  viaggio. Per  quel  che invece riguarda mio marito...negli ultimi tre anni ha  messo solo una volta le orecchie in  questo posto. Non ama  questa città e non ne riceverà  alcun sussurro. In ogni caso,  non devi avere nessuna paura -concluse  sorridendo- non è  lesto né di spada né di pistola”.
Riprendendo il suo sorriso replicai che la mia non era paura ma sana curiosità e che neanche io ero lesto d’armi. Solamente mi chiedevo se fossi stato disponibile a lasciare partire da sola una donna bella come lei.
Un classico caso di gelosia da  sud Italia a cui non  potevo sottrarmi per non dare un  dispiacere alle tradizioni;  però, se già durante l’anno a  causa del lavoro  ci si vede  poco, come poter pensare ad una vacanza separata?
“Mi permetto di  farti notare che  se fossi  venuta con  mio marito non ci saremmo sicuramente incontrati  e io mi  sarei privata di  un pomeriggio  divertente, di  una  interessante conversazione e di qualche segreto  da custodire. Ci  terrei poi a precisare che sono stata  io a decidere di partire  da sola e che di ciò sono molto felice”.
Concordai con lei dicendole che la sua mi sembrava una buona chiave  di  lettura  e  che  si,  decisamente,  aveva  avuto un’ottima idea a partire da sola.
“Secondo i futuristi -riprese- la vita è una tendenza strana al peccato, ad  ogni peccato. Non  è che  abbiano detto  una gran novità  ma  hanno  solo  ribadito  un  dato  di  fatto.  All’origine di tutto c’è un peccato e, a seguire, una  serie infinita di  peccati e  peccatori.  I primi  possono  essere conosciuti, dei secondi  non si dice  mai il  nome. In  ogni caso la sostanza  è quella: bisogna  peccare. Senza  peccato non esisterebbero  perdono ed  indulgenze le  quali, a  loro volta, servono a far ricominciare il giro dei peccati”.
“Detto  così  mi  ricorda  l’album  delle  raccolte   punti, riempitone uno si può ricominciare daccapo”.
"Anche! Sebbene più verosimilmente si potrebbe paragonare ad un ciclo di lavaggio senza ammollo. Lavaggio, ammorbidente, centrifuga e nuovo profumo di pulito. Io ancora non ho inserito la spina di inizio lavaggio, aspetto che il cestello si riempia del tutto. Oggi, domani, dopo...chissà. Preferisco però il pentimento postumo al dovermi rimproverare il peccato di non peccare. Di qualunque peccato si tratti".
La ascoltai con molta attenzione e, non rinunciando ad intervenire a modo mio, le dissi che nella mia piccola casa non vi era spazio per la lavatrice, nemmeno per quella formato coscienza per cui i miei peccati si ammonticchiavano e, con una patina grigia, nell'attesa di un improbabile lavaggio si annullavano per  autoconsunzione. Era  così  da sempre.  Dato  che  avevo  il  tabù  della  confessione   mi convinceva di  più  la teoria  del  negare,  sempre  negare.
Confessare un qualcosa o confessarsi  era una ammissione  di colpa mentre  io  credevo che  un  peccato, ammesso  che  di peccato si  tratti, è  semplicemente un  peccato e  non  per forza deve essere qualcosa di vergognoso da farsi perdonare.  Colui che giudica, se non è colui che tutto vede e tutto sa, cosa conosce della soddisfazione che si provava nel  momento del  peccato?  Il  soddisfacimento, secondo me, annullava l’idea del peccato trasformandolo in un piacere.  L’unico vero peccato era disconoscere il piacere.
Accese una  sigaretta  infilando  i  suoi  occhi  nei  miei, sostenni lo sguardo e fui io, questa volta, ad  accarezzarle la mano. Ricambiò la carezza e, alzati i bicchieri,  brindammo in silenzio.
Oramai  eravamo  arrivati  alla   frutta:  lei  ordinò   una macedonia e io allungai il braccio per farmi una pera;  dopo averla tagliata a fette, naturalmente.  La filodiffusione propagava le note di  “It,s now or  never” del grande Elvis.
Erano passate poco meno di due  ore dal momento  dell’arrivo quando, dopo  aver bevuto  un  infuso alle  erbe  digestive, chiese il conto.
Pagò e, rimessa in tasca la sua carta di credito,  salutammo il suo amico. Tra baci e un “salutami i tuoi” detto da  lei, lasciammo il ristorante.
Questa volta la partenza, segno di una raggiunta  padronanza del mezzo,  non subì  scossoni.  Una pedalata  regolare,  un respiro leggermente  affannato ma  più di  tutto l’aria  che sferzava il viso ci ricondussero a  casa. Lasciata la  bici sull’uscio, varcammo la soglia.
Un dolorino  alle gambe  mi spinse  a farmi  accogliere  con piacere dal divano.
Mi invitò  a  versare da  bere  mentre lei,  su  un  vecchio registratore a bobina, inseriva un nastro di tanghi  d’epoca in versione europea.
La luce e il volume soffusi ne esaltavano la sensualità.  Le confessai che mi tornava alla mente un Jean Gabin giovane  e in splendida forma alle prese con  un tangaccio in un  altro dei film di  cui, maledizione, non  riuscivo a ricordare  il titolo.
Ricordavo alla perfezione, di quello come di altre pellicole,  le scene, a  volte  anche i  dialoghi  ma quasi  mai  i  titoli; probabilmente perché  in  un film  il  titolo  non  è  molto importante. Serve  solo a  semplificare future  spiegazioni.  Esattamente ciò che io non riuscivo a fare in quel  momento.  Mi rincuorò dicendomi di non preoccuparmi perché la storia  del cinema era  piena di  tanghi, che  uno valeva  l’altro e  mi chiese se volevo provarne uno allacciandomi con lei.  Sorrisi rispondendole  che  forse  non  era  molto  prudente poiché,  vista   la  mia   imperizia  ballerina,   più   che allacciarci correvamo il serio rischio di attorcigliarci.
“E’ molto  più semplice  di quanto  pensi -disse  per  darmi fiducia- devi solo seguire i miei movimenti. Ti guido io”.
“Ti prego solo di ricordare che quando ho guidato io,  sulla bici, siamo arrivati  indenni. Io mi  fido, ma attenta  alle contusioni”.
Sorrise mentre poneva le mie mani sui suoi fianchi.  Sistemò le sue sui miei e partimmo per un tango da film.  Cercavo di  muovermi al  meglio  assecondando tutti  i  suoi movimenti; sognavo  Jean Gabin  ma mi  rendevo conto  di  star facendo la figura di Totò.
A fatica ci muovevamo tra i  mobili quando l’arco  esagerato di un casquè ci fece approdare sul divano.  Volevo rialzarmi ma le sue mani mi trattennero o, forse,  fu esattamente il  contrario  anche se  questo  oramai  non  ha alcuna  importanza.  Importante  fu  che  nessuno  dei   due abbandonò il divano e dolcemente cominciammo a baciarci.  Per tutto  il  giorno non  avevo  voluto  pensare  a  questa eventualità. Mi era solo passata per la testa,  fugacemente, la curiosità  del  come sarebbe  stato  ma,  inutile  dirlo, l’idea soccombeva davanti al pensiero dell’impossibilità che ciò accadesse.
Ora  che  stavo  scoprendo  com’era,  l’intensità   superava l’immaginazione.  C’erano  delle  cose  nascoste  in  lei  e intanto che la luna camminava, cercavo di scoprirle.  Molto  lentamente  cercavo  di  venirne  a  capo.  Non   per imperizia ma perché volevo dilatare il finale il più a lungo possibile.
Non voglio addentrarmi maggiormente nelle spiegazioni,  mi aveva promesso  che avrebbe  comprato il  mio libro  se  lo avessi stampato e non vorrei se ne avesse a male.  Posso però dire, citando un classico, che mi raccolsi dentro di lei, che le diedi il  mio animo e che facemmo quello  che ognuno desiderava.
Oppure potrei  dirla  alla Buscaglione  con  un  “Che  notte quella  notte....”.  In  nessuno   dei  due  casi   renderei giustizia alla storia, alla nostra storia.  Era tardi quando ci addormentammo  cullati dai rumori  della notte.
Non sapevo  quanto tempo  avessimo dormito  quando il  suono delle campane,  riempiendo  la stanza,  rimbombò  nella  mia testa.
La sua voce nelle mie  orecchie, invece, fu  poco più di  un sussurro: “Sarà tardissimo. A giudicare dalle campane almeno mezzogiorno”.
Aprii leggermente  gli  occhi  e,  dopo  aver  lanciato  uno sguardo alla  sveglia, risposi:  “Il suono  di tutte  queste campane non fa  mezzogiorno, fa  solo un  gran casino.  Sono appena le sette”.
Si strinse a me e  riprese a dormire.  Ci provai anch’io  ma non  ci   riuscivo.  Dalle   imposte  semichiuse   filtrava, attraverso una  tenda scostata,  la prima  luce di  un  sole primaverile che  abbracciando un  leggero pulviscolo  creava effetti policromatici facendo scintillare i vetri.  La osservavo  dormire  e,  giocando  con  i  miei  pensieri, evitavo di  rigirarmi per  non svegliarla.  Restai così  per circa un’ora dopodiché scivolai lentamente fuori dal letto e socchiusi la porta della camera.
Rovistai, facendo attenzione a non far rumore, tra i  mobili della cucina alla  ricerca degli ingredienti  per una  prima colazione. Non  c’era molta  roba, segno  di una  casa  poco frequentata, ma  trovai,  dentro  un  contenitore  di  coccio, l’equivalente in polvere di alcune tazze di caffè.  Mi dissi che in  mancanza d’altro, in  attesa di uscire,  un caffè poteva andare  bene anche se  a vederlo  non aveva  un bella sembianza. L’odore che si diffuse nell'ambiente annullò il cattivo aspetto e, dopo aver preparato tutto, silenziosamente ritornai in camera da letto.
“Ma che bella  sorpresa” -disse vedendomi  rientrare con  il vassoio.
Era seduta al centro del letto e con le mani faceva il gesto di coprirsi il seno. Sorrideva.
Posai  il   vassoio,  presi   la  mia   macchina fotografica e, tolto il tappo, stavo per ricaricare quando  mi chiese di non usarla.
“Per favore, preferirei di no” aggiunse in tono imbarazzato.
Non  insistetti  e  lasciata  la   macchina  feci  un   clic incrociando le 4 dita.
“Per imprimerti bene nella mia mente” -dissi.
Ripresi il vassoio e lo poggiai sul letto.
“Ho rovistato in tutti i mobili della cucina nella  speranza di trovare  qualcosa che  ci permettesse  di fare  colazione assieme ma l’unica cosa  che ho recuperato  è in queste  due tazze. Per me possiamo accontentarci”.
Vidi i suoi occhi sgranarsi mentre il suo volto manteneva il sorriso.
“Hai fatto bene ad usare il  verbo recuperare, parlando  del caffè. Come  reperto archeologico  credo che  abbia i  tempi giusti anche se non so più a quale epoca appartenga. Se  non ricordo male fa parte della buona uscita in natura che venne data ad un mio antenato schiavo in una piantagione di caffè.  Fai un po’ il conto degli anni”.
Risi anch’io e carezzandola la strinsi e la baciai.  Senza opporre  resistenza  ricambiò e  così  riprendemmo  il nostro gioco.
Il profumo del  suo corpo  mi seduceva,  l’assenza di  odori artificiali lasciava intatto quello della sua pelle e  oggi, a distanza di anni, me ne rendo maggiormente conto.  Non sono mai riuscito ad identificarla in nessuna marca o in nessuna zaffata.  Mi rendo  altresì  conto di  quanto  fossi goloso di lei e della sua  abilità; era come se lo  avessimo sempre fatto con grande complicità e senza pudore.  Sentivo le sue unghie che affondavano nella mia pelle mentre le nostre voci  si inseguivano.  Era semplice  piacere o  mi trovavo davanti  al  vero amore?  Per  anni  mi  è  piaciuto chiedermelo e  il  solo pensiero  di  lei  mi  procurava  un godimento dell’anima.
Si! Ero stato vittima del vero amore: una intensa ma  fugace apparizione che resisteva al tempo e che con il passare  del tempo acquistava un valore assoluto.  Una passione  consumata  in due  giorni  ma  indelebile  per quelli a venire.
Lo rifacemmo ancora  quella  mattina  poi,  intorno  a mezzogiorno, si alzò dal letto e indossata un’ampia felpa si diresse verso la finestra.
Sdraiato sul letto osservavo i suoi movimenti.  Alzò un braccio per spostare la tenda e il gesto le  sollevò la felpa scoprendole  un pezzo  di sedere.  Aprì le  imposte inondando la stanza  di luce e  si girò  regalandomi un  bel sorriso.
L’intenso bagliore mi ferì gli occhi. Facendomi schermo  con una mano  mi sedetti  sul letto  e la  guardai uscire  dalla stanza in direzione del bagno.
Lasciai correre, per poi inseguirle, le mie sensazioni.  Era  esploso  qualcosa  nella  mia   vita,  ne  sentivo   le deflagrazioni e occorreva affidare tutto alla memoria.
Avevo trascorso delle ore piacevoli e adesso nel momento  in cui ci  avvicinavamo alla  separazione dovevo  riempirmi  di tutto ciò che mi  circondava  sperando in  un  accadimento, davvero  assai  improbabile,   che  modificasse  il   futuro prossimo.
In nessun caso volevo abbandonare la serenità, non  volevo avesse il sentore di  quello che provavo  dentro di me.  Non per uno stupido orgoglio, semplicemente non volevo che fosse la tristezza a segnare il distacco.
Non volevo lasciarmi travolgere  dall’idea e dalle  emozioni di una separazione  che, sebbene  annunciata, non  accettavo.  D’altro  canto  il  più  vulnerabile  ero  io,  così  almeno pensavo, visto che lei una sua certezza l’aveva: suo  marito era in attesa.
Non sapevo quanto  le sarebbe durato  il ricordo del  nostro incontro e  me  ne feci  una  ragione  pensando  che  nulla, nemmeno negli  anni a  venire, avrebbe  potuto intaccare  il tenero affetto che ci aveva legati. Feci un profondo respiro continuando a rimanere seduto.
La sentii armeggiare con lo stereo finché le note di “I’m  a fool to want you” e la voce di Billie Holiday impreziosirono la nostra personale colonna  sonora procurandomi un  leggero appannamento  della  vista.  Mi  ripresi  subito   vedendola rientrare.
I suoi occhi, stanchi della notte, erano lucidi e mentre  mi guardava ebbi l’impressione che qualche  lacrima se non  già uscita, premeva per venir fuori. Si avvicinò e mettendosi  a sedere sul letto continuò a fissarmi.
“Chissà cosa penserai di me -dissi rompendo il silenzio. Non vorrei che  tu mi  giudicassi male,  di  solito non è così facile che io mi conceda ....perlomeno non per colpa mia”.
“Ti riesce sempre di essere così giocoso?”
“Sempre, quando sono  sveglio. Anche perché  non reggo  alle tristezze e  i  dolori, grandi  o  piccoli  che  siano,  li annullo dormendo.  Oggi  non  mi  sembra  il  caso  che  ciò avvenga, mi riservo la possibilità per quando sarai lontana.  D’altro canto come posso non essere allegro dopo quanto mi è capitato? Ho continuamente visto la vita passarmi davanti  e la distanza era  sempre più lunga del  mio braccio;  potevo solo accarezzarla mentre adesso mi è capitato di afferrarla.  Vuoi che non sia felice? D’altronde  è dal primo minuto  del nostro incontro che  è tutto  un susseguirsi di battute di spirito a cui hai partecipato brillantemente....”
Pose la sua mano sulla mia bocca invitandomi a tacere.
“Non volevo rimproverarti -disse. E’ che...scusa ma sono  un po’ nervosa. Volevo solo dirti che...”.
Questa  volta  furono  le  mie  dita   a  pregarla  di   non continuare.
“Aspetta, non dire nulla. Abbiamo ancora molte  ore da trascorrere assieme.  Conserva tutto per  quando sarà  il momento finale”.
“E’ proprio questo che volevo dirti.  Siamo già arrivati  al finale”.
Abbassò il suo sguardo. I battiti del mio cuore  aumentarono notevolmente tanto che ebbi la sensazione di non riuscire  a tenerlo nel petto.
Avevo voglia di far finta di non capire come fanno i bambini e, come  i bambini,  singhiozzare attaccato  alle sue  vesti pregandola di non abbandonarmi.
Quello che  invece mi  riuscì di  dire fu  solo un:  “Oddio, oddio! Dimmi che  non è  vero, dimmi  che stai  scherzando”.
Tutto ciò mentre stavo rotolando sul letto.  Non so come  avvenne, forse perché  avevo calcolato male  lo spazio a disposizione, ma dopo il secondo giro su me  stesso trovai il vuoto e caddi.
Mi  accolse,   attutendo   il   colpo,   un   provvidenziale scendiletto.
La sentivo ridere  mentre io, per  evitarlo, davo inizio  ad una serie di poco credibili lamenti.
La vidi fare capolino distesa sulla pancia. Mi guardava  con le lacrime agli occhi, a causa delle risate suppongo, e  le lasciai solo il tempo di dire “che stupido”.  La afferrai  attirandola  su di  me  e fu  proprio  li  che, biblicamente, ci salutammo.
Un  intenso  e  delizioso  saluto  nonostante  il  tempo  si accorciasse sempre di più.
Subito dopo si staccò da me e alzandosi disse: “Scusami  ma credo  sia   meglio   cominciare  la   fase   della   nostra separazione”.
Restai sdraiato sul  pavimento osservandola da  sotto in  su mentre lei parlava stando ritta davanti a me.
“Perdonami -dissi- ma non riesco a capire se sia un problema di sensi di colpa o se mi stai cacciando da casa. Forse  hai paura  di   non   controllarti   e   divorarmi?   Se   posso consigliarti, tra  tutte e  tre è  questa la  soluzione  che preferirei: essere divorato per continuare a stare ancora un poco dentro di te. Se dovessi decidere questo fammi un  solo favore: non eruttarmi subito”.
“Niente di tutto quel che  hai pensato. Semplicemente  tengo conto del tempo che corre anche se, a pensarci bene,  l’idea di divorarti non  mi dispiacerebbe per  niente visto che  il primo  assaggio  non  è stato  poi  male.  Mi  piacerebbe rimasticarti a lungo e lentamente ma non montarti la testa”.
Allungò  il  braccio  per  permettermi  di  rialzarmi  e  ne approfittai per stringerla di nuovo a me.  Mi lasciò  fare per  un attimo  poi si  staccò e  scusandosi disse: “Ti prego, si è fatto veramente tardi. Restano ancora un paio d’ore da passare assieme e non abbiamo nemmeno fatto colazione. Rivestiamoci ed usciamo”.
Guardai l’orologio ed esclamai: “Calma! Qui c’è qualcosa che non torna e non sono né la  giovinezza e né i conti ma  sono gli orari. Non mi tornano. Sono le 14 e 10 precise e il  tuo treno parte alle 20 e 15 quindi, se non sbaglio, restano tre paia d’ore”.
Tese una mano per accarezzarmi.
“Mi dispiace davvero,  adesso però cerca  di capire ciò  che sto per dirti. La telefonata di ieri non è stata  tranquilla come ti è potuto  sembrare visto che  mio marito voleva  che rientrassi già ieri sera. Non aveva preso bene l’idea  della mia partenza,  in  fondo erano  anche  i suoi  tre  anni  di matrimonio e il bacio finale era  solo per chiudere bene  la conversazione. Gli ho detto che sarei  partita con il  primo treno del mattino;  di treni ne  sono partiti già  due e  il prossimo  è  alle  17  in  punto.  Non  posso  rischiare  di perderlo, avrò già delle difficoltà a spiegare il ritardo ma non è questo che mi preoccupa: è che non posso rischiare  di non arrivare entro stasera”.
Mi strinse forte a se.
“Avresti potuto dirmelo -le sussurrai. Mi ero già  preparato ad un pomeriggio di shopping e ora mi resterà il trauma  per tutta la vita. Lo sentivo che  quel ruolo non sarebbe  stato mio”.
“Se ti avessi raccontato la telefonata non sarebbe stata  la stessa cosa. Forse, come sempre avviene, avresti contribuito a ricordarmela  mentre  invece così  è  stata solo  una  mia scelta. Per quel  che riguarda lo  shopping, non fartene  un problema perché  io  ho fatto  i  miei acquisti:  una  bella conoscenza e un peccato o meglio, un piacere inconfessabile.  Alla fine, come vedi, ognuno ha fatto bene la sua parte. Ora ti prego davvero, si è fatto tardi. Ok?”
Si allontanò per andare  in bagno e  vestirsi. Dopo toccò  a me.
Mi rivestii  e  intanto che  lei  metteva a  posto  andai  a riporre la bici in garage.
Quando rientrai aveva  appena finito di  sistemare, misi  lo zainetto sulle spalle  e presi  la sua  borsa offrendomi  di portargliela.
“Devo assolutamente farlo, era un  impegno che avevo  quello di portare i tuoi bagagli”.
Accettò e scendemmo in strada. Era una calda giornata di  un giorno per me speciale, di una cerimonia intima.  Ci fermammo ad un bar e, seduti ad un tavolino, facemmo  una abbondante colazione.
Sentivo il suo sguardo,  nascosto dagli  occhiali da  sole, penetrarmi finché con tono dolce  mi chiese: “Ti  ricorderai di me?”.
Era la domanda che avrei voluto fare io ma non glielo dissi, e risposi alla sua.
“Credo di si, se la memoria non mi tradirà. Ai miei nipotini racconterò che in un giorno di  tanto tempo fa, in un  paese molto lontano, ebbi la fortuna di  partecipare ad una  lieta ricorrenza, quella di un matrimonio. Non so chi avesse voluto invitarmi ma così fu e non potetti rinunciare. Era il  terzo anniversario di matrimonio di una donna giovane e bella e io sentivo la stessa  sensazione che può  provare un  alpinista davanti ad una  montagna conosciuta perché  sognata, ma  mai scalata. Ero ancora inesperto ma volli provare poiché non si possono  deludere   gli  dei   e,  inerpicandomi   lentamente, raggiunsi la vetta.  Non fu  semplice visto  che durante  il tragitto,  sebbene  fosse  stato  di  breve  durata,   avevo lasciato brandelli d’anima e solo molto tempo dopo capii che quel giorno avevo consegnato le chiavi del mio cuore. Sarà a questo punto che il più piccolo dei nipotini mi chiederà  se a quel matrimonio c’erano confetti”.
Mi alzai dal tavolo, le chiesi di scusarmi ed entrai  dentro al bar per uscirne subito dopo  con in mano una  salviettina con due confetti bianchi.
“Non voglio farmi trovare impreparato  da mio nipote”  dissi mettendole in bocca un confetto.
Sorrise e assaporandolo mi chiese di continuare la storia.  “Risponderò che  i  confetti  non  erano  di  buona  qualità poiché, trovandoci in Svizzera,  chiaramente il ripieno  era di cioccolato mentre io li avrei preferiti alla mandorla  ma essendo  ospite  dovetti   accontentarmi.  A  questo   punto interverrà il più grande dei nipotini il quale precorrendo i tempi si  informerà: ”Nonno,  ma  dimmi, l’hai  più  rivista dopo?”.
Feci una pausa  facendo girare il  cucchiaino nella  tazzina vuota.
Lei fermò la mia  mano e  guardandomi chiese:  “Perché  non continui? E’ una storia molto bella, voglio sentire come  va a finire”.
Ripresi il  racconto: “Le  chiesi  allora se  avessi  potuto incontrarla in futuro oppure se potessi passare a salutarla, qualche volta. Avremmo mangiato qualcosa  insieme e dopo  la avrei accompagnata al lavoro come vecchi amici.
“E lei  disse di  si?” interverrà  di nuovo  il più  grande.
“Certo, risponderò. Ci  incontrammo ancora  diverse volte  e ogni volta era una novità”.
“Sono contento nonno che sia finita così”.
Il suo volto  e un leggero  movimento di  diniego della  sua testa mi fecero capire che il finale della storia era ancora da scrivere e sicuramente sarebbe stato diverso.
“Mi dispiace -disse. I cristiani dicono che il Signore dà  e il Signore toglie.  Tu prendi  per buona  questa allegoria  e tutto ti sembrerà più semplice”.
Poi sorridendo  aggiunse:  “Non  è  che  io  sia  una  buona cristiana ma  vedi,  loro conoscono  le  parole  giuste  per levarti da qualsiasi imbarazzo”.
“Sei proprio senza cuore -replicai. Come puoi far questo  ai miei nipotini?  Come puoi  negar loro  questa illusione?  Li farai piangere”.
“Non preoccuparti per  loro, sono  piccoli e  alla loro  età qualsiasi cosa va bene, si supera facilmente. D’altro  canto hanno un  nonno divertente  che inventerà  qualcosa per  non farli piangere. Adesso  metti a  letto i  nipotini perché  è veramente tardi, dobbiamo muoverci”.
Fece per pagare  la colazione ma  la fermai, mi  consentisse almeno questo.
Ci rimettemmo in cammino percorrendo la strada in  silenzio.  Avrei voluto dire  qualcosa ma  non trovavo  parole che  non suonassero già dette.
Negli addii o si piange o si ripetono le stesse frasi ed  io non volevo far parte di nessuno dei due schieramenti.  Avevo, per la verità, una domanda da farle ma la  conservavo per l’ultimo minuto così, in caso di risposta negativa,  non mi sarei trascinato a lungo e insieme a lei il tormento. Lo avrei smaltito da solo con più facilità. Forse.
Arrivammo in  stazione che  il treno  era già  sul  binario.  Allora e solo  allora capii  che veramente  tutto stava  per concludersi. Sentivo  martellarmi  le  tempie  e  desideravo fermarla, non farla partire ma non potevo e soprattutto  non dovevo.
Il  Signore  dà  e  il  Signore  toglie  mi  ripetevo.  Però, nonostante tutto,  restava  l’imbarazzo e  cresceva  il  mio malumore.
Posai la sua borsa, le sollevai gli occhiali per riempire il mio del suo sguardo e di  nuovo ebbi la sensazione avuta  al mattino: gli occhi erano lucidi e una lacrima era sul  punto di scendere.
Baciai le sue palpebre e mentre  stavo per porle la  domanda fui preceduto dalla sua risposta.
“Non dubitare -disse- uno di questi giorni ti telefonerò. Te lo prometto”.
“Promesso?” -ripetei
“Promesso!”
Ci abbracciammo a lungo.
Il capotreno cominciò a chiudere le porte dei vagoni.  Salì ed io rimasi in attesa che comparisse al finestrino. Lo fece mentre il treno cominciava a lasciare la stazione.  Ci salutammo senza  altre parole,  solo con  il gesto  della mano finché divenne un punto in lontananza.  Era la  sera del  18 maggio  1979 quando,  mentre stavo  per incamminarmi, mi caddero gli occhi a terra.  Al posto dove avevo posato la sua borsa c’era il fisciù  che aveva in una delle tasche del tailleur.  Lo raccolsi e, stringendolo forte nel pugno, mi avviai.
Fermo su un binario c’era un  treno in procinto di  partire.  Guardai la destinazione; dovevo ancora impegnare due  giorni e andava  bene anche  Zurigo, il  biglietto lo  avrei  fatto in carrozza.
Montai su e mentre il treno cominciava a muoversi mi ripassai la storia.
La storia era a  se stante, l’invito  invitante e il  quadro quadrante, il poeta ambulante e la stella filante, la frutta era fritta e  la mela era  marcia, la  casa accogliente,  la cena abbondante e l’insalata salata, la notte incantata e la partenza... obbligata.
Era tutto lineare.
Non tutto  per  la verità:  per  quanto  mi  sforzassi,  non riuscivo a ricordare il momento in cui le avevo dato il  mio numero di telefono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio Settantanove - Parte seconda di 2 testo di Jax
1

Suggeriti da Jax


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Jax