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La mia mente non è un archivio. È una casa in continuo restauro, e nelle intercapedini non c’è polvere. Ci sono frammenti di vita, vivi, che risuonano.
Tutto inizia a Sassari, un’ora precisa: le 9:30 dell’11 ottobre 1992. È il primo dato, il punto zero. Poi la candela nel santuario, il primo passo in un cerchio di bambini dell’Azione Cattolica. Sono le fondamenta.
L’adolescenza arriva con l’odore dei reagenti in laboratorio, all’Industriali a Chimica. Un mondo di precisione. Ma nello stesso anno, un altro corso inizia: quello per diventare aiuto educatore in parrocchia. Il primo sovrapporsi dei miei mondi: la scienza esatta e il caos creativo dell’educazione. Per sette anni, questi due binari hanno corso insieme.
Le intercapedini si sono riempite di colori. Il rosso di un naso da clown. Il verde dei prati di Solotti, di Bultei, di Villanova Monteleone, dove per anni, estate dopo estate, ho costruito campi ACR. I titoli sono la colonna sonora: “Pinocchio e la fatica di crescere”, “Il piccolo principe”, “Alla ricerca di Nemo e San Pietro”. In quel mix di cartoni animati e Vangelo ha preso forma il mio stile.
Poi le intercapedini si sono allargate, sono diventate internazionali. Dall’Arsenale della Pace di Torino alle case di Braila, in Romania. Dalle missioni in Caritas alle strade di Baqel, in Albania, per un anno da Casco Bianco. In quelle fessure ora ci sono anche parole in romeno, in albanese, il sapore di una cucina diversa, la vertigine della lontananza da casa. È lì che ho imparato che servire è “per sempre”.
Ma le intercapedini contengono anche suoni imbarazzanti: il silenzio dopo una battuta sbagliata in uno spettacolo, la fatica di essere capo-missione a vent’anni, la fine di una storia. Contengono il peso della laurea rimandata e l’odore del legno di Mondo Convenienza, in quei mesi da approvvigionatore, mentre la vita sembrava mettersi in pausa. Tranne che per i giovanissimi, che non hanno mai smesso di chiedermi presenza.
Ora siedo nella mia stanza, non più partecipante, educatore o missionario, ma Coordinatore. So che ogni decisione, ogni progetto per il Centro Diurno, attinge da quelle intercapedini. Quando serve pazienza, pesco dai pomeriggi infiniti con i dodicenni ribelli dell’ACR. Quando serve creatività, pesco dal bagaglio del clown. Quando serve coraggio, pesco dalla solitudine feconda dell’Albania. Quando serve organizzazione, pesco dalla precisione chimica e dalla logistica dei campi.
Alla fine della giornata, spengo il computer. Nell’istante di silenzio, dall’intercapedine più profonda, affiora un suono chiaro: "vivo così" non è solo una canzone. È la risata collettiva dei bambini durante lo spettacolo del decennale, o il brusio sommesso di una riunione di animatori a notte fonda, o una condivisione dopo un servizio in missione.
Sorrido. Non è un garage da ordinare, quello spazio. È il mio magazzino di risorse. È il motivo per cui, da quel primo cerchio in parrocchia a questa stanza da coordinatore, ogni passo ha avuto senso. Perché tutto, proprio tutto, è servito.
E lì, nelle intercapedini, è custodito per sempre.
Chissà cosa tutto c'è nelle tue intercapedini? Se penso che io ho vissuto appena.