Il fiato caldo del sole mi ricorda che, ormai, è arrivata l'estate. La brezza tiepida del vento è dolce e mi riporta alla realtà con un piccolo brivido. Sulla spiaggia le onde si arrestano con un ultimo piccolo slancio ed un suono ritmico e frusciante.
A poco a poco, come per ipnosi, il ritmo delle onde mi riporta alla mente i miei viaggi. Tanti, da averne perso il conto, lunghi, da non averli mai finiti, intensi, da non poterli dimenticare mai più.
Ho attraversato il Sahara, da Rabat ad Alessandria, insieme alla gente del deserto. Ho diviso con loro le albe viola, i tramonti di sangue, il vento che colora il cielo con la sabbia. Ho mangiato con loro la carne, secca e dura, delle bisacce. Ho dormito nelle loro tende, che schioccavano di notte contro le tempeste. Insieme abbiamo cercato l'acqua nelle piccole oasi che appaiono, all'improvviso, da dietro una duna. Abbiamo percorso insieme molti giorni di onde gialle, dondolati dai dromedari, carichi di tappeti e di stoviglie di rame che suonavano contro i campanelli delle bardature. Molte volte ci siamo riparati, dietro i corpi grandi dei loro animali, mentre il vento del deserto ci ricordava, infuriato, che quelle terre gli appartengono da un tempo infinito, da prima di noi. Nelle notti fredde, abbiamo fatto festa cantando e ballando come da mille e mille anni, abbiamo riso degli sguardi dei giovani, spauriti e insieme fieri ed orgogliosi, mentre si pavoneggiavano con le donne.
Abbiamo pianto di gioia il giorno che Fahala partorì il suo primo figlio, dopo due giorni infuocati di dolore, di fatica e di caldo immenso. Abbiamo pianto invece lacrime amare, e tristi, quando il vecchio Amal morì e ci lasciò per sempre. Chissà dove avrà portato la sua saggezza, che sapeva di antico, di cuoio conciato e di azzurro altissimo.
In tutti quei mesi lenti, arroventati, silenziosi, io non ero diverso da loro. Mi avevano accettato con loro senza clamori e senza indifferenza. Da millenni il deserto aveva insegnato a quegli uomini che il viaggio che stavamo facendo era così lungo, così lento, cosi intimo, che, alla fine, ci avrebbe trasformati tutti e per sempre.
Che senso avevano, allora, le differenze di pelle, di lingua, di Dio? Nessuna, loro lo sapevano, e non importava chi eri prima.
Ho attraversato i mari della Cina, su giunche fragili e veloci. Onde altissime mi hanno fatto vedere piccola la vita. Tuoni fragorosi, lampi bianchi, come spade contro il cielo nero, gocce d’acqua che pungevano come aghi, mi hanno mostrato la forza del mare, e mi hanno fatto comprendere quanto siamo ingenui e presuntuosi.
I pescatori, con gli occhi sempre sorridenti, i denti sempre guasti, le mani sempre screpolate, mi hanno insegnato che le parole possono essere molte e leggere, ma che il silenzio è invece sempre importante.
Sulle loro barche, con le vele alte come le ali dei pipistrelli, ho viaggiato tra acque verdi e scogliere ancora più verdi. Come potrei raccontare della nebbia che, all'alba, ti nasconde gli scogli coperti d’alghe, e del rumore delle onde, che ti dice che sono vicinissimi? Come potrei descrivere l’ultimo attimo di luce, in mezzo al mare che diventa nero, e ti fa salire dentro una paura vecchia di milioni di anni?
I pescatori dagli occhi sempre sorridenti mi prendevano in giro, quando parlavo loro delle mie paure. Poi, venivano a portarmi, in silenzio, una tazza di tè bollente e si accoccolavano vicino a me, silenziosi e partecipi, stando con la schiena appoggiata a rotoli di corde bagnate e fumando, a piccoli sbuffi, minuscole pipe di legno puzzolenti. Spesso dormivamo in coperta, abbracciati dal movimento della giunca. All'alba, con parole dette sottovoce, cominciavamo a tirare le reti con movimenti lenti ed ampi. Un rispetto profondo e forse un timore antico, ci rendevano furtivi, quasi stessimo rubando al Dio Mare i suoi tesori.
Quando, dopo settimane di lontananza, tornavano a casa, dalle loro donne, facevamo sempre una grande festa.
Come la risata, liberatoria, di un bambino che, per qualche minuto, si sia smarrito in mezzo alla folla.
Allora i villaggi erano invasi da gente rumorosa, che mangiava, beveva, rideva, ubriaca, al movimento di mille lanterne ondeggianti di carta rossa.
Feste sempre grandi e sempre solenni, perché potevano essere le ultime.
Ho attraversato le grandi città dell'America, piene di frastuono, distanti tra loro molti chilometri di strade dritte e solitarie. Città dove gli uomini corrono veloci, mangiano veloci, dormono veloci. Città dove gli uomini cercano sé stessi nel vino e nel denaro. Città che diventano sempre più alte e sempre più luminose. Di giorno e, ancor più, di notte. Luci forti, per scacciare la paura di arrivare troppo in fretta all'ultimo appuntamento. Paura di non aver goduto abbastanza, di non aver mangiato abbastanza, di non aver avuto abbastanza amori.
Strade nere, che portano sempre da qualche parte, che non c'è. Case, che la pioggia non riesce a pulire. Gente triste, che lascia tutto dietro di sé, per cercare qualcosa che non troveranno mai, perché, invece di guardare dentro, guardano fuori. Gente che abita vicina, per anni ed anni, senza sapere che, dall'altra parte del muro, c'è qualcuno che non sa che, dall'altra parte del muro, c'è qualcuno. Città che non fanno più sentire il rumore del vento ed il calore del sole. Palazzi uguali, a perdita d'occhio, tutti in fila, dove tutti sono nessuno e ciascuno si sente tutto. Città che, solo con fatica, riesco a distinguere tra loro e che non hanno lasciato ricordi.
Ho percorso foreste e praterie dell'Amazzonia, che non ci sono più. Territori immensi, dove, un tempo, non esisteva il tempo. Dove gli animali cacciavano, gli uccelli volavano e i fiori sbocciavano. Dove gli uomini erano un pezzo del tutto, e sapevano che il tutto era troppo grande, per possederlo. Dove gli alberi facevano da casa agli uomini e ai serpenti. Dove la pioggia, il sole ed il vento, insieme al giorno ed alla notte, si alternavano senza lotte. Dove tutti vivevano, e morivano, per far continuare la vita.
Dove, un giorno, è arrivata una specie nuova di uomini.
Una specie che, in un albero, vedeva sedie e tavoli, in un animale, vedeva una pelliccia, in un prato, vedeva una città. Una specie che ha cominciato a prendere tutto, senza lasciare nulla. Una specie che ha portato macchine e rumore, soldi ed odio.
Una specie che, però, sapeva anche molte cose nuove.
Come, ad esempio, aprire la testa e rifare i nervi, per ascoltare, quando non sentivi, per parlare, quando eri muto, per vedere, quando eri cieco.
E' ora che mi alzi di qui. Il sole non è più molto caldo e il vento è calato.
Da domani, non potrò viaggiare più. Non con la libertà e la facilità di oggi.
Domani, scompariranno per sempre Fahala e Amal e i pescatori che sorridono sempre.
Domani, scoprirò se quello che ho sempre visto è vero.
Anche a me, domani, apriranno la testa e rifaranno i nervi per vedere. Domani saprò se quello che mi hanno sempre raccontato, fin da quando sono nato, l'ho immaginato bene o no.
Domani, forse, potrei rimpiangere l’oggi.
Il Viaggiatore testo di MauroS