Ragionevolezza della fede cristiana

scritto da fedepell
Scritto 10 anni fa • Pubblicato 10 anni fa • Revisionato 10 anni fa
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Testo: Ragionevolezza della fede cristiana
di fedepell

Sulla base di quanto ricordo di aver letto su di un quotidiano, a firma di chi professava il proprio ateismo, “la fede è un’illuminazione concessa per grazioso dono del Signore a coloro che per suo insindacabile giudizio Egli destina alla salvezza” e, pertanto, così intesa, non può che essere ritenuta “una vera ingiustizia”.
Data la validità della premessa (“la fede è un’illuminazione…”), potrebbe apparire suggestiva, oltre che logicamente fondata, la conseguente deduzione circa l’ingiustizia della fede.
Come, d’altra parte negare che la fede è un dono del tutto gratuito del Signore riservato a quanti sono destinati alla salvezza? Come negare, inoltre, che ciò corrisponda ad un insindacabile giudizio del Signore?
Avverto che il problema da risolvere non risiede nelle risposte da dare a tali domande. Qualcuno sosteneva che è facile rispondere a qualsiasi domanda, il difficile, invece, sta nell’individuare l’appropriata domanda da porsi sulla questione da risolvere. Ed allora a me sembra che la domanda vada più correttamente posta in questi termini: la scelta dei salvati è un atto arbitrario – sia pure insindacabile – del Signore, del quale noi siamo totalmente estranei e, pertanto, meri accidentali destinatari?
Nell’intimo della mia coscienza – e, pertanto, nei limiti di una valutazione soggettiva che non può essere avulsa dall’esperienza personale concretamente vissuta – sento una profonda avversione a rispondere affermativamente a tale domanda anche se sono perfettamente consapevole dell’assoluta inconsistenza di miei eventuali meriti per ottenere una simile grazia che, comunque, resta sempre tale.
“Io sto alla porta – dice il Signore – e busso: se qualcuno mi aprirà io entrerò, cenerò con lui ed egli con me”.
Il Signore è alla porta: alla porta di tutti, nessuno escluso, ed aspetta pazientemente; non la forza dal di fuori perché è discreto e rispettoso della nostra libertà. Si tratta, da parte nostra, solo di aprire quella porta e farlo entrare: il Signore è dunque fuori di me? Ma allora che senso ha l’esperienza di chi, come S. Agostino, ha affermato di aver perso tanto tempo alla ricerca del Signore fuori di sé stesso, per accorgersi, alla fine della ricerca, che il Signore era dentro di sé?. Il Signore è, dunque, dentro o fuori di me? Innanzi tutto una cosa è certa: il Signore è sempre con me. Che abbia, oppure no, varcato quella porta, a volte diventa difficile percepirlo.
Se fermo e consapevole è il desiderio di ricevere quell’ospite particolare, allora sai cosa devi fare: svuota la tua casa da tutte le inutili ed ingombranti cianfrusaglie di cui l’hai riempita, ripuliscila radicalmente, inondala del più inebriante dei profumi e spalanca la porta; come potrai non accorgerti, allora, della Sua entrata?
Ma, quasi sempre, ciò non avviene: mentre, da un lato, non ci facciamo carico minimamente di far pulizia interiore, dall’altro, pur dichiarando, più o meno consapevolmente, di essere alla ricerca di qualcosa per noi indefinito, non abbiamo il coraggio di aprire quella porta, perché abbiamo paura, paura di chi è per noi ancora sconosciuto e, pertanto, estraneo. Forse quasi inconsapevolmente, se comunque almeno l’intenzione della ricerca è sincera, ci accadrà di limitarci a socchiudere quella porta: allora il Signore entrerà lo stesso, ma furtivamente e, una volta entrato, non trovando la casa predisposta a riceverlo, finirà nascosto tra le cianfrusaglie, non per sua scelta, ma perché noi stessi l’avremo lì seppellito.
In tale stato l’affannosa ricerca non approderà ad alcun risultato positivo e, come avviene quando nella ricerca di un minuscolo oggetto sperduto in un enorme scatolone stracolmo di oggetti più disparati, alla fine ci decidiamo a capovolgere l’intero scatolone per ritrovare quanto cercavamo, così, nel caso nostro, se permarrà ancora vivo il desiderio di quell’incontro, non ci resterà altro da fare che pazientemente procedere a quella radicale pulizia che inizialmente avremmo dovuto operare: man mano che procederemo su questa via, l’ansia di pervenire a quell’incontro ci spingerà sempre più ad accelerare i tempi, con sempre maggiore cura fino a che le nubi si squarceranno, le tenebre fuggiranno e tutta la nostra casa risplenderà di eterna Luce.
Aprire la porta al Signore che viene: ecco l’atto che ognuno di noi , in piena libertà di scelta, è chiamato a compiere, se in tutta sincerità di cuore è realmente alla ricerca di quell’incontro. Certo non basterà aprire o socchiudere la porta per assaporare la Sua presenza e cenare con Lui; in altri termini a nulla servirà la sola volontà di credere in Lui; sarà necessario, invece, diligentemente provvedere a sgombrare la nostra casa di tutto ciò che l’ingombra, cioè in parole molto più semplici e chiare, sarà necessario passare attraverso quel rinnegamento di sé stessi, a volte tanto difficile e doloroso, che costituisce l’indispensabile presupposto dell’incontro con Cristo e della sua sequela. Ma di fronte a questa opportunità che ci viene offerta siamo tutti egualmente liberi, o sussistono, invece, obbiettivi condizionamenti esterni che possono spingere alcuni a credere ed altri a non credere?
Un carissimo amico, tuttora in attesa di una particolare illuminazione per credere, tempo addietro mi confidava che avrebbe facilmente creduto qualora a lui stesso fosse capitato quanto accaduto a S. Paolo: è troppo facile credere di fronte a segni così evidenti che appaiono condizionare quasi inevitabilmente la consequenziale scelta.
“Ma è davvero tanto diversa, mi venne di chiedere al mio interlocutore, la tua posizione rispetto a quella di Paolo?: se tu, in effetti, credi a quell’evento così come ci è stato riferito, è come se tu stesso fossi stato protagonista; d’altra parte, se non credi, molto probabilmente quand’anche l’episodio capitato a S. Paolo fosse capitato a te, tu avresti creduto di aver avuto un’allucinazione”.
Devo confessare che la mia sofisticata costruzione logica non convinse affatto il mio interlocutore.
Il fatto che la fede costituisca un “dono” gratuito del Signore, non deve, però, costituire un alibi per quanti dichiarano di non credere, in quanto non destinatari di quel dono.
La fede, infatti, non va considerata come semplice “illuminazione” passivamente ricevuta solo da soggetti, scelti dal Signore, a Sua insindacabile discrezione, bensì un dono da conquistarsi da chiunque abbia un serio interesse alla ricerca di risposte da dare alle fondamentali domande sulla nostra vita (donde vengo?, che ne sarà di me, dopo la mia morte?.....).
A tal proposito è bene ricordare l’insegnamento del grande Sant’Anselmo, che nei suoi scritti dimostra una capacità speculativa che lo rendono uno dei maggiori teologi cristiani d’ogni tempo, e che è uno dei primi assertori del metodo dialettico che tende a dare un fondamento razionale alla fede, anche se, a prima vista, può apparire contraddittorio parlare di una fede alla quale possa pervenirsi attraverso un percorso razionale. Famosa è la sua affermazione: “Non tento, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non posso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire” (Proslogion).
Per penetrare a fondo di quest’ultima affermazione (“non cerco di capire per credere, ma credo per capire”) non va dimenticata la peculiarità del contenuto della fede cristiana: la religione cristiana, infatti, non è una delle tante dottrine esistenti, bensì si identifica con una Persona che, qualificandosi Figlio di Dio e Dio stesso, ha detto di sé “io sono la Verità”. Sicché, mentre per comprendere e, conseguentemente, accettare o meno una qualsiasi altra dottrina, ovvero, contestarne i contenuti non risulta indispensabile accertare e conoscere l’identità del soggetto o dei soggetti da cui promana, per quanto riguarda la dottrina cristiana, risulta, invece, essenziale e risolutivo credere o meno nell’identità di Gesù Cristo, così come sopra da Lui stesso dichiarata, per riporre in Lui la propria incondizionata fiducia: per quanti accettano tale identità, risulta, infatti, di conseguenza, logicamente inammissibile ogni contestazione su quanto dallo stesso affermato nella Sua predicazione.
La domanda essenziale alla quale dover dare una risposta resta, pertanto, una sola: “perché credere che Gesù Cristo è Figlio di Dio?” A tale domanda, Benedetto XVI, nei suoi due recenti volumi “Gesù di Nazaret”, ha dato una soddisfacente risposta sostenendo, con argomentazioni logico-esegetiche, sulla base di un’attenta analisi dei testi sacri, che è del tutto ragionevole concludere che la figura storica di Gesù Cristo corrisponda a quella narrata dai Vangeli, quale Figlio di Dio e Dio stesso. (cfr. sul punto, un mio precedente articolo, presente su questo blog, al n. 9, dal titolo: “Avvento, perché credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio?”).
Se, infatti, Gesù Cristo non fosse il Figlio di Dio e Dio stesso, tutto il suo insegnamento cadrebbe miseramente, in quanto riferibile ad un bugiardo e millantatore, come tale inaffidabile e non degno di alcuna fiducia.
Per un opportuno approfondimento su tale ricerca rimando principalmente ai due volumi su citati: a solo titolo esemplificativo, basti qui ricordare che tutti i testi dell’Antico Testamento (scritti nel corso di vari millenni, prima di Cristo) contengono, trasversalmente, l’annuncio profetico dell’avvento di un Messia, con l’indicazione di particolari (ne sono stati identificati più di trecento) tutti riconducibili, ed in via esclusiva, con sconcertante precisione e puntualità alla persona di Gesù Cristo.
Concludendo, a prescindere da ogni condizionamento esterno, la fede è da considerarsi pur sempre un dono del tutto gratuito del Signore – con il quale accettiamo per vere cose non dimostrabili altrimenti – sempre che per “dono” si intenda la meta che viene raggiunta da quanti, con un libero atto della propria volontà ed a seguito di una seria e serena ricerca comunque avulsa da contrari preconcetti, si determinano a rendersi disponibili all’azione della Grazia divina; il tutto per mero atto di amore, anche se inizialmente inconsapevole, verso il Dio che ci ha creati, verso il Dio che si è incarnato per noi, assumendo su di sé le nostre colpe ed il conseguente martirio per la nostra redenzione: ma questi sono misteri, da accettarsi come tali e riconducibili in quel vortice di Infinito Amore divino che sovverte ogni umano ragionamento.
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