L’uomo vetroso
Alla molteplice fermata dell’autobus in Corso Ferrante, in quel freddo mattino di febbraio, non c’era nessuno in attesa di qualche rumoroso e inquinante mezzo pubblico. Interpretai la circostanza come buon auspicio, probabilmente non avrei dovuto sostenere una campale battaglia per salire sull’autobus Ventidue che mi avrebbe portato al lavoro, non fui buon indovino perché arrivò invece il pestilenziale e inverosimilmente sovraccarico d’umanità la navetta Quarantaquattro.
Alla fermata una numerosa folla scese sciamando frettolosamente in tutte le possibili direzioni. Uomini e donne seri e con il volto scuro si disperdevano decisi a non variare di un solo millimetro la propria traiettoria a costo di travolgere chiunque si fosse trovato su essa. Capendo il nervosismo della mandria urbana, con un sorriso piuttosto ebete, nella speranza di ridurre il tasso d’aggressività dei viaggiatori, iniziai a scansarne diversi, ma non riuscii a evitare l’ultimo, una specie d’orso imbacuccato in un cappotto più grigio del cielo plumbeo che gravava malinconicamente sul capo di tutti i cittadini, ricevetti una spallata violenta che mi fece barcollare. Con mia grande sorpresa mi sentii afferrato alle spalle da dietro e questa forte stretta mi resse rimettendomi in quell’equilibrio appena perso.
Mi voltai per ringraziare il provvidenziale benefattore, mentre l’area della piazzola di sosta e la banchina corredata da vetri su tre lati e una piccola tettoia, era tornata deserta. Il mio sguardo fu catturato da uno strano individuo di mezz’ età; era molto magro, con un naso esageratamente lungo, una frangetta diradata copriva parte di una fronte altissima, zigomi ossuti e alti, compensavano due occhi scuri profondamente infossati, mentre la bocca sembrava quasi un taglio sul viso, tanto erano sottili le sue labbra. Lo strano tipo indossava una giacca sformata di un assurdo color banana, una camicia di flanella stinta, dei pantaloni di tela spiegazzati e calzava un paio di zoccoli mal conci, un abbigliamento poco adatto per una fredda mattinata in città. Lo stavo catalogando a causa del suo abbigliamento, ciò non mi sembrava giusto; con tutte i passanti strani ed eccentrici visti in città, non era il caso che lo definissi uno squilibrato solo per la bizzarria dei suoi indumenti.
- Tutto bene? – mi domandò richiamando la mia attenzione sull’evento appena accaduto.
- Oh sì, bene, grazie per il suo gentile aiuto! – risposi.
- Ci mancherebbe, per così poco! Un bel prepotente quel cafone che l’ha sospinta!- continuò lui fissandomi con due occhi eccitati e inquieti.
- Eh purtroppo in città succede con tutta questa smania frettolosa – replicai io quasi per minimizzare lo sgarbo subito.
- Sì, la fretta … quel tanghero si meriterebbe una lezione, ci vuol così poco a cadere -.
Così disse e puntò d’imperio l’indice verso l’irruento passeggero dell’autobus, ormai a una decina di metri da noi mentre si allontanava sempre più sul marciapiede. Istintivamente seguii la direzione indicata dall’indice del mio interlocutore, quando l’uomo che poc’anzi mi aveva urtato, cadde al suolo imprecando.
Subito sobbalzai credendo istintivamente che tra la frase appena udita, il dito puntato e la brutta caduta ci fossero relazioni di causa ed effetto.
Leggendomi il pensiero dall’espressione del mio volto, lo strano individuo esclamò:
- Non avrà creduto che sia stato io a farlo cadere?- e si abbandonò a una fragorosa risata piuttosto inquietante.
Ero completamente convinto di essere stato per tutto il tempo solo attendendo l’autobus, sino all’arrivo del Quarantaquattro. Avevo anche compiuto qualche giro su me stesso, giusto per ingannare l’attesa; accanto a me non c’era nessuno. Ero altresì certo che il buffo uomo non fosse sceso con gli altri dall’autobus. Con quell’abbigliamento particolare, non sarebbe passato inosservato, lo avrei notato. Doveva essere sopraggiunto di soppiatto, in gran silenzio fermandosi a una minima distanza dietro di me. Uno spazio tra noi troppo esiguo per non essere giudicato sospettoso, se solo me ne fossi accorto, ciò non di meno, se non ero caduto, lo dovevo solo alla sua poderosa stretta.
- Oh mio caro signore stia tranquillo, non faccio azioni del genere, sarebbe una cosa fuori dal comune, ma di eventi insoliti ne accadono molti-.
Il mio ciarliero compagno aveva voglia di far conversazione, mentre io non ne sentivo la necessità. Lo trovavo sgradevole e troppo invadente, se non avessi avuto un lungo tragitto da percorrere, lo avrei liquidato con un saluto sbrigativo e mi sarei messo in cammino, lasciandolo alla fermata dell’autobus; invece avevo necessità di prendere quel dannato ritardatario autobus Quarantaquattro.
- Una cosa peggiore è vivere in una lastra di vetro -.
- Prego?- chiesi in modo seccato e infastidito.
Il mio interlocutore non rispose, mi guardò in modo strano. Era troppo per me, feci l’atto di allontanarmi ma egli mi si parò davanti. Ebbi l’impressione che dai suoi occhi uscisse una forza e questa mi sospingesse in un angolo della pensilina, appiccicandomi al vetro. La situazione era incresciosa … non riuscivo a muovermi e non potevo staccare la schiena dalla lastra di vetro che delimitava un lato della pensilina. Quel pericoloso individuo, costatata la mia impotenza, m’indirizzò un sorriso beffardo e riprese a parlare:
- Molti anni fa, nei primi del Novecento, campavo facendo saltuariamente il domestico in una casa di agiati benestanti. La padrona di casa era una persona molto originale con diverse manie, una delle quali consisteva nel pretendere i vetri e le vetrate di casa, sempre lindi e immacolati. Il giorno di paga, per ricevere il mio compenso, mi costringeva a pulire e ripulire i suoi antipatici vetracci. Un giorno di questi ero particolarmente ansioso perché, non avendo finito i lavori in casa, ero già in ritardo per un appuntamento galante. La mia padrona sembrava divertita, mentre sprofondata nella sua comoda poltrona, m’incitava a pulire un vetro di una finestra su una scala traballante, costringendomi a ripassare lo straccio su presunti aloni, solo da lei visti. Sarà stato il caldo, il senso d’impotenza, la fretta di raggiungere la mia bella in attesa al tavolino di un caffè non distante che concepì in me stesso un pensiero orribile. Improvvisamente una nuvola spostandosi, liberò parzialmente il sole in cielo - quel giorno ricoperto da spesse nubi – un raggio di sole attraversò me e colpì la signora. La poverina emise un gemito di dolore. Io sbalordito da quell’inaspettato evento, mi volsi e feci per scendere la scala e prestarle soccorso, il mio pensiero era colto dal dubbio di aver causato, sia pur indirettamente quel malore, intuii che fosse morta. Non ebbi tempo per far altro, il vetro mi risucchiò in sé. Mi trovai imprigionato nella lastra. Vidi distintamente sopraggiungere i parenti della mia padrona, i quali chiamarono subito un medico e rimasero lì ad attenderlo mentre guardavano l’orrido spettacolo fornito dalla mia misteriosa prigionia vetrosa. Sbigottiti, avvisarono la forza pubblica. Diversi poliziotti arrivarono insieme al medico. Tutta quella buona gente cercava di parlarmi. Io, nel vetro, udivo tutto ma non potevo emettere alcun suono, né tanto meno uscire dalla mia infernale prigione. Il medico stabilì che la morte della donna fosse dovuta a causa di un colpo apoplettico, volve poi a me le sue attenzioni. Non sapendo cosa fare, chiamò altri medici. All’arrivo di questi ultimi, iniziarono a fare delle misurazioni, poi consapevoli di non sapere come agire, fecero smontare la finestra con il vetro che mi conteneva, il tutto fu trasportato in un segreto gabinetto scientifico. Il mio caso fu studiato occultamente per più di un mese dalle migliori menti del paese-.
Non sapevo se credere o no a tutto questo strano racconto fantastico, certo avevo assistito a due eventi straordinari, la caduta comandata a distanza del passeggero sgarbato che mi aveva urtato e la mia immobilizzazione al vetro senza che fossi trattenuto da qualcosa di tangibile ed evidente.
- Questi cervelloni dopo aver cercato invano di capire come fossi finito lì dentro in barba a diverse leggi scientifiche, intuirono che per uscire da quella trappola avrebbero dovuto rompere il vetro ma questo sicuramente avrebbe causato la mia morte, probabilmente io mi sarei sbriciolato irrimediabilmente in mille pezzettini, oppure riacquistando la mia tridimensionalità all’interno del cristallo e facendolo esplodere sarei rimasto inevitabilmente dilaniato da una miriade di profondi e irrimediabili tagli. Non c’era soluzione, poi i professoroni non avevano modo di stabilire se fossi vivo o morto, poiché non avevo alcuna manifestazione motoria o fisiologica. Decisero di trasportarmi in un buio locale del museo scientifico cittadino, gli scienziati erano convinti che la soluzione a quest’anomala bizzarria potesse essere trovata solo in un tempo futuro-.
Mi guardai attorno; la pensilina della fermata d’autobus era ancora priva stranamente di passanti in attesa di un mezzo pubblico. Dov’erano finiti tutti quanti, accidenti? L’uomo vetroso, non saprei come diversamente definirlo, mi osservò attentamente, comprese il mio disagio ma imperterrito continuò la sua narrazione:
- Iniziò quindi per me una lunga e noiosissima vita sottovetro. Le mie funzioni vitali non ne risentirono perché il mio corpo era bloccato e sospeso nel cristallo. Stando al buio per tanti anni mi scolorì e divenni … trasparente. Scoppiò la guerra e nessuno pensò più a me. Tutti quei cervelloni che mi avevano dedicato studi e ricerche mi dimenticarono, presi com’erano da nuove emergenze.
Dopo la guerra, il deposito dove ero ospitato divenne un magazzino comunale. Rimasi in questa infelice situazione incresciosa ancora per molto tempo, sinché qualcuno ebbe l’idea di usare la mia vetrosa prigione come lastra trasparente di avvisi pubblicitari da esporre nella banchina di una fermata d’autobus, questa: la mia nuova e attuale casa. Le nuove condizioni atmosferiche, la luce, le molte escursioni termiche rinnovarono il mio fisico. Ora nelle giornate particolarmente fredde, riesco a uscire per pochi minuti dal vetro, poi una forza misteriosa mi attira e assorbe nuovamente il mio corpo in questa dannata prigione, perdendo così nuovamente forma e colore divenendo tutt’uno con il cristallo vetroso. Per una ragione c sconosciuta, nei miei momenti di libertà non posso rompere la mia gabbia ma sono convinto che un’altra persona possa farlo e liberarmi. Le chiedo: rompa il vetro con questo sasso. Spezzi l’odiosa bacheca vetrosa che mi possiede-.
Con questo finale accalorato, mise le mani in una capiente tasca della giacca, estrasse un grosso sasso e me lo porse. Mentre ero indeciso su cosa fare, ecco comparire finalmente il Quarantaquattro. Il mio autobus si fermò davanti a noi. Per un istante il mio sequestratore distolse i suoi occhi dai miei ed io sentii venir meno la forza che m’immobilizzava. Senza pensarci un attimo, afferrai il braccio del mio sequestratore e lo tirai verso di me, sospingendomi lontano dal vetro. La mossa ebbe successo, riuscii a staccarmi dalla lastra maledetta, mentre l’uomo vetroso vi rimase appiccicato. Mi guardò incredulo e con odio per il drammatico scherzo subito. Senza alcuna esitazione e pieno di spavento balzai sull’autobus con le porte spalancate per permettere la salita e la discesa dei passeggeri. Mi sentii finalmente al sicuro, salvo. Il Quarantaquattro fece per rimettersi in marcia ma le ruote sgommavano … la forza attrattiva dell’uomo vetroso era grandissima. Lui si dimenava come un ossesso ma pur non essendo risucchiato dal vetro, era come se vi fosse incollato sopra. Ero terrorizzato. In mano avevo il sasso datomi da quell’infelice. Lo presi e lo scagliai con tutta la forza che avevo contro il vetro frantumandolo. Il prigioniero si ritrovò libero e indenne, iniziò a saltare per la felicità e mi rivolse un beffardo inchino e poi si mise a correre verso la sua nuova vita libera.
Nessuno mi aveva visto rompere il cristallo. Tutti gli altri passeggeri erano seduti nella parte anteriore del Quarantaquattro e non avevano badato alla mia salita. Lo schianto del vetro li fece voltare di scatto, ma il mio atteggiamento impassibile non permise loro di mettermi in relazione con il misfatto vandalico appena compiuto. Probabilmente pensarono a una rottura dovuta a qualche incrinatura notturna dovuta al freddo o a qualche cosa, forse un sasso, il quale trovandosi malauguratamente sotto le ruote del bus, era schizzato fracassando il vetro. Tirai un sospiro di sollievo. Quest’incubo diurno mi aveva profondamente provato. Promisi a me stesso che in vita mia non mi sarei più fermato ad attendere il Quarantaquattro a quella fermata e così feci. Da allora son passati diversi anni, vi devo confessare che qualora mi capiti di passare nei paraggi di quella fermata, provo ancora una forte inquietudine, mi guardo attorno e corro sperando di non vedere mai più l’uomo vetroso.
L' UOMO VETROSO testo di Enrico Spera