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IL RICHIAMO DEL LUPO E LA TATTICA DEL GUERRIERO SPIRITUALE
Il Sole del mattino filtrava tra le foglie degli alberi disegnando macchie dorate sul terreno del tranquillo villaggio di Alba d’Oro, nella confederazione Cherokee; Ahyoka, un bambino di dieci anni del clan del Lupo sapeva che il suo posto era lì, con la sua famiglia, tra le vaste praterie e i boschi che chiamava casa; quel mattino, ignaro che il giorno non gli avrebbe donato pace, si era svegliato presto come al solito ed era andato a sedersi in riva al ruscello ad ascoltare il mormorio dell’acqua che raccontava storie antiche e a volte donava buoni consigli.
Il ragazzo ad un tratto udì dei passi pesanti, non erano i passi leggeri dei cavalli del villaggio ma un battito sordo e straniero che faceva vibrare il terreno in modo strano; corse verso casa e, varcata la soglia, vide due uomini dalla pelle chiara vestiti di scuro, le loro facce erano dure come la pietra e parlavano una lingua tagliente fatta di ordini secchi, uno di loro puntò il dito proprio verso di lui; sua madre gli corse accanto in un lampo stringendolo a sé con una forza che non aveva mai sentito, le sue mani gli afferrarono le spalle come radici che si aggrappano alla terra per non essere sradicate. “No!” gridò la donna con un urlo straziato che lacerò il silenzio del villaggio. Suo padre si fece avanti con la schiena dritta e lo sguardo fiero, parlò con gli uomini ma le sue parole sembravano infrangersi contro un muro di sordità; il nonno si alzò a fatica appoggiandosi al suo bastone di noce, i suoi occhi profondi incontrarono quelli del bambino, l’anziano non disse nulla ma il Akyoka vi lesse l’amore, il dolore e l’impotenza; i suoi fratelli minori, che non capivano cosa stava accadendo, strillavano e piangevano; Akyoka fu strappato via dalle braccia della madre, si voltò e vide i suoi familiari piangere e urlare di disperazione.
Il ragazzo fu portato in una scuola residenziale governativa, era un edificio di mattoni rossi che sorgeva in mezzo ai campi arati; qui non c’era il profumo del bosco né i colori della foresta, solo l’odore acido dei libri, il grigio dei muri e il marrone spento delle divise che lo obbligarono ad indossare.
Fin dal primo giorno Ahyoka oppose resistenza, per lui era un atto istintivo come respirare, nella sua testa viveva l’anima del lupo; appena arrivato lo portarono in uno stanzino per tagliargli i capelli che per il suo popolo erano il prolungamento dei pensieri, un legame con la Terra e con gli spiriti, tagliarli era come recidere una parte della propria anima; un addetto gli si avvicinò con un paio di forbici. “Quei capelli non mi piacciono, così sembri una femminuccia, siediti che ti taglio quei zazzeroni.” Lo guardò in faccia sghignazzando. Lo afferrò per un braccio ma il bambino scalciò, morse, graffiò; sentendo le sue urla accorsero altri due uomini, insieme riuscirono ad immobilizzarlo sulla poltroncina, le forbici sferragliarono e lunghe ciocche di capelli neri caddero a terra come foglie morte; alla fine l’addetto, dopo avergli dato qualche calcio nel sedere, gli disse: “Ora sì che sembri un ometto.” Il ragazzo non pianse, strinse i denti ma dentro di sé sentì, oltre ad una rabbia profonda, un gelo e un vuoto che non aveva mai provato.
Durante la prima lezione di inglese, l’insegnante, un certo signor Gray, un uomo alto e magro con gli occhiali, sentendo che Ahyoka parlava la sua lingua con i compagni gli si avvicinò minaccioso. “Non conosci la lingua di questo paese, qui si parla solo inglese!” gridò. Il bambino lo guardò dritto negli occhi. “Coniglio, sei uno stupido.” La punizione fu immediata, passò diverse ore in ginocchio sui ceci in un angolo dell’aula.
Poi vennero i lavori, lo mandarono nei campi a raccogliere patate ma lui rimase fermo con le braccia incrociate mentre gli altri chinavano la schiena, un sorvegliante alto e robusto gli si piantò davanti. “E tu perché non fai niente, fannullone?” urlò l’uomo. Ahyoka non indietreggiò, lo guardò negli occhi e disse con voce ferma: “Nei campi il compito dei maschi è dissodare il terreno e costruire recinti, raccogliere il cibo spetta alle donne.” Nella sua cultura era un sacrilegio violare questa regola ma al sorvegliante non glie ne importava nulla, lo colpì, lo spinse e lo costrinse a lavorare poi parlando tra sé borbottò: “Pigri Cherockee, fanno lavorare le donne.” Ahyoka raccolse le patate in silenzio ma ogni patata che afferrava era una goccia di veleno che gli riempiva il cuore di umiliazione.
Ma lo scontro più profondo fu sulla spiritualità, il primo giorno nella cappella della scuola Ahyoka non riusciva a comprendere come si potesse considerare un uomo un Dio inoltre quell’uomo inchiodato a una croce lo turbava, nella sua terra nessuno veniva ucciso per aver parlato come è accaduto a Gesù, le condanne a morte erano molto rare ed erano riservate a persone che avevano commesso crimini gravissimi. Mentre gli altri bambini si inginocchiavano davanti all’altare Ahyoka rimase in piedi a fissare il soffitto; un sacerdote gli si avvicinò con voce mielosa: “Inginocchiati davanti al Signore, piccolo.” Il bambino lo guardò in faccia: “Non voglio inginocchiarmi davanti a quell’uomo,” rispose, “io non sono nato macchiato e non ho peccati.” Il sacerdote si fece il segno della croce poi mise un dito davanti al naso del bambino. “Se parli così,” disse con voce profonda, “quando morirai andrai a far compagnia al diavolo.” Due assistenti lo spinsero verso il pavimento. “Giù! In ginocchio!” urlarono i due uomini; il ragazzo chiuse gli occhi e recitò a bassa voce una preghiera al Grande Spirito ma uno schiaffo lo colpì, poi un altro; urlò con tutta la forza che aveva rifiutandosi di piegare le ginocchia, quel gesto per lui significava un atto di resa totale della sua anima.
Nella cappella il silenzio si ruppe, i bambini, decine di piccoli nativi seduti in file ordinate, cominciarono a sussurrare: “Andate via, tornate in Europa.” Un sorvegliante fece schioccare un bastone contro un banco con un colpo secco che riecheggiò come uno sparo. “Silenzio! State zitti o vi prendo a schiaffi uno per uno!” Il brusio morì all’istante ingoiato dalla paura, Ahyoka si inginocchiò e la messa fu celebrata senza interruzioni; finita la funzione religiosa il bambino ribelle venne chiuso in uno sgabuzzino e tenuto a digiuno tutto il giorno.
Un pomeriggio, durante la lezione di inglese, il signor Gray, frustrato dall’ostinazione del ragazzo a parlare in Cherockee, lo afferrò per il colletto della divisa. “Se non impari la lingua inglese diventerai uno scarto della società; ascoltami, impara l’inglese così potrai trovare lavoro come manovale o finirai a fare l’operaio in una fabbrica, guadagnerai più soldi che a cacciare cervi come un selvaggio.” L’insegnante continuava a colpirlo in continuazione con degli schiaffi in faccia, non erano colpi forti che facevano male ma erano umilianti; Ahyoka sentì qualcosa spezzarsi dentro, una rabbia immensa e incontenibile gli salì alla gola, guardò negli occhi quell’uomo, simbolo di tutto il suo dolore, e gli sputò in faccia; il silenzio gelò l’aula, il viso del signor Gray divenne paonazzo, prese il bambino per un orecchio e lo trascinò in uno stanzino; poco dopo arrivarono tre uomini, mentre due lo tenevano fermo il terzo lo frustò sul sedere, fu frustato molte volte e poi lasciato lì per tutto il giorno e tutta la notte; Ahyoka guardò il cielo dalla finestra con le sbarre, fissò le stelle lassù, le stesse che vedeva da casa, nel dolore fisico provò un’alienazione totale, era solo in un mare di nemici, strappato via dalla sua terra come un albero sradicato.
La notte successiva decise di tornare a casa, scavalcò la recinzione di filo spinato e camminò per ore infreddolito; all’alba vide un anziano seduto davanti al fuoco accanto ad una tenda, poco lontano c’era il suo cavallo; l’uomo, vedendo il bambino in pigiama intuì tutto. “Ciao piccolo lupo,” gli disse, “siediti, il fuoco è per tutti.” Il bambino si sedette, l’uomo gli mise una coperta sulle spalle e gli offrì una tazza di tè caldo e alcune fette di pane di mais; i due mangiarono in silenzio mentre le stelle scomparivano una ad una lasciando spazio al Sole. “Come ti chiami?” domandò l’anziano. “Ahyoka,” rispose il bambino. “Io sono Utohi e sono in viaggio per il commercio di carne e pelli,” disse l’uomo guardando il cielo. “Stai andando a casa?” chiese Utohi. “Tornerò dalla mia famiglia,” rispose il ragazzo con determinazione. “So da dove vieni, sei stato portato in quelle grandi case di dolore,” sospirò l’uomo, “hanno portato via molti dei nostri bambini, hanno cercato di fargli il lavaggio del cervello e con alcuni ci sono riusciti.”
Ahyoka gli raccontò tutto, della scuola, delle punizioni, del taglio dei capelli, del Dio dei bianchi, di come si era sentito morire dentro; l’anziano ascoltò in silenzio senza mai interromperlo poi, vedendo i lividi sul volto e sulle mani del bambino disse: “Sai, io ho camminato molto, ho incontrato persone, ho sentito storie, ho sentito parlare di un modo di combattere che viene dal sud, non è una guerra con fucili, lance o archi.” Ahyoka ascoltava rapito. “Tu hai combattuto bene, piccolo lupo, hai ringhiato, hai morso ma a volte il guerriero sa che il nemico è troppo forte, troppo numeroso, sa che per sopravvivere a volte è necessario diventare come l’acqua che scorre, si adatta, trova sempre una via, non si arrabbia con la roccia ma la aggira; ti do un consiglio, fai finta di obbedire, impara la loro lingua, fingi di pregare il loro Dio ma dentro di te prega il tuo, canta le tue canzoni e parla con i tuoi antenati; diventa come un serpente, muta la pelle per sopravvivere ma dentro rimani sempre un lupo; questa sarà la loro più grande sconfitta, che tu, quando uscirai da quella scuola, sarai rimasto te stesso.” Utoki si mise a ridere. “Lo so che sei del clan del Lupo ma non chiedermi come faccio a saperlo.”
Ahyoka rimase in silenzio fissando le fiamme danzanti, le parole di Utohi erano strane, difficili da afferrare come pesci in un ruscello; per tutta la vita gli avevano insegnato che un guerriero combatte, che la forza sta nel mostrare i denti mentre quello che l’anziano diceva sembrava il contrario, diceva di piegarsi per non spezzarsi ma più ci pensava più qualcosa in lui cominciava a muoversi. “È come il salice, mio nonno dice che il salice si piega nella tempesta mentre la quercia che è più forte si spezza?” domandò il bambino. L’anziano annuì, un sorriso saggio gli illuminò il volto rugoso. “Allora la rabbia non serve?” chiese Ahyoka. “La rabbia è come il fuoco,” rispose l’anziano, “ben governato ti scalda e cuoce il tuo cibo ma fuori controllo brucia la tua stessa casa, tu non devi spegnere la rabbia, devi solo imparare a non farti bruciare da lei.”
Ahyoka strinse gli occhi, nella sua testa le idee iniziavano a disporsi come le pietre di un cerchio sacro, capì che in quella scuola potevano tagliargli i capelli ma non i pensieri, potevano costringerlo a inginocchiarsi ma non a credere, potevano prendere il suo corpo ma il suo spirito sarebbe scivolato via come acqua tra le dita.
Ahyoka e Utohi camminarono per un giorno intero diretti verso la casa del bambino; ad un tratto Ahyoka riconobbe l’odore dei campi del suo villaggio, sua madre fu la prima a vederlo, corse verso di lui con un grido strozzato in gola, lo strinse così forte che si sentì soffocare ma era il soffocamento più dolce del mondo, Ahyoka pianse finalmente tra le sue braccia, piansero anche suo padre, i suoi fratelli e suo nonno che lo raggiunsero e lo avvolsero in abbracci di gioia. “Mamma, papà,” disse Ahyoka indicando Utohi, “quel signore mi ha dato da mangiare, mi ha insegnato come sopravvivere e mi ha riportato a casa.” Il padre strinse l’avambraccio dell’anziano con forza, nel saluto antico. “Grazie, lei ha riportato a casa il mio cuore.” La madre prese le mani di Utohi tra le sue. “Resti a mangiare con noi, questa notte il fuoco è anche suo.” L’anziano accettò l’invito, mangiarono e dormirono tutti assieme.
La mattina dopo l’aria era fresca e il cielo si tingeva di rosa e arancione; Ahyoka vide Utohi prepararsi per il viaggio. “Te ne vai già?” sussurrò il bambino. “Sì, devo andare ma ricordati piccolo lupo,” disse Utohi, “ricordati della tattica del guerriero spirituale, loro possono prendere il tuo corpo ma non la tua anima, piegati come il salice ma non spezzarti e dentro di te resta sempre chi sei, sempre.” Ahyoka guardando l’orizzonte confermò: “Quando uscirò da quella scuola tornerò a casa, tornerò e sarò ancora un lupo.” L’uomo sorrise: “Lo so, piccolo lupo.” Ahyoka guardò Utohi allontanarsi con il suo cavallo finché non divenne un puntino lontano, finché non si confuse con gli alberi e con il vento poi rientrò in casa con un fuoco che nessuno avrebbe mai potuto spegnere.
Quel giorno il mondo tornò ad essere come voleva Ahyoka, sua madre gli riempì la pancia con il suo cibo preferito, suo nonno gli accarezzò i capelli ormai corti, i suoi fratelli giocarono con lui con i loro semplici giocattoli e nel pomeriggio gli zii lo portarono nel bosco per insegnargli le tecniche di caccia e i segreti della natura ma la felicità era un sogno fragile; la sera gli adulti si riunirono attorno al fuoco parlando a bassa voce con occhi tristi e il ragazzo intuì tutto.
La mattina dopo gli stessi uomini dalle facce di pietra tornarono, Ahyoka capì che non c’era scampo, le loro regole erano ferree; sua madre lo strinse un’ultima volta baciandogli la fronte e sussurrandogli parole d’amore, suo padre gli mise in mano un piccolo sacchetto di dolci, suo nonno gli posò una mano sulla testa e i suoi fratelli lo salutarono come se avessero capito tutto. “Ricorda le parole di quell’anziano,” gli suggerirono i genitori, “sii come l’acqua, noi siamo sempre con te.” Questa volta mentre lo portavano via Ahyoka non si voltò a guardare.
Il ritorno fu durissimo, lo punirono per essere scappato e lo isolarono; dopo le punizioni riprese la vita in quella scuola ma questa volta mentre era nella cappella in ginocchio davanti alla croce chiuse gli occhi e sorrise dentro di sé, la sua bocca recitava quelle strane preghiere inglesi ma il suo cuore cantava un inno al Grande Spirito; il lupo in lui non ringhiava più, aspettava sapendo che un giorno sarebbe tornato al suo villaggio per sempre e ci sarebbe tornato intatto.
Passarono gli anni, Ahyoka si piegò come il salice ma non si spezzò; finse di convertirsi alla religione dei conquistatori, di apprezzare la loro lingua e il loro stile di vita ma dentro di sé rimase un lupo.
Finalmente il giorno della libertà arrivò, quando varcò per l’ultima volta il cancello della scuola non si voltò indietro, aveva imparato che guardare indietro serve solo a inciampare, guardò avanti, verso le montagne, verso il fumo leggero che saliva dal suo villaggio.
Ahyoka riprese il suo posto tra la sua gente, grazie ai preziosi insegnamenti dei suoi zii divenne un cacciatore abile, paziente e silenzioso, conosceva i sentieri del bosco, sapeva leggere le tracce sulla terra e nel vento e la sua lancia non mancava mai il bersaglio, ma lui cacciava solo ciò che serviva, con rispetto, come gli avevano insegnato; un giorno Ahyoka incontrò l’amore della sua vita, si chiamava Walela, era bellissima, con gli occhi penetranti e i capelli neri lunghi fino alla vita; i due si sposarono con una cerimonia semplice, con il villaggio intero che cantava e ballava attorno al fuoco.
Ahyoka era felice ma a volte nel profondo del cuore sentiva qualcosa di simile a un rancore profondo verso i dipendenti della scuola residenziale governativa, voleva che loro sapessero che lui aveva vinto e che loro erano stati sconfitti così, in occasione della festa del raccolto, quando il villaggio si preparava a celebrare con canti, danze e cibo abbondante, Ahyoka passò quasi un intero giorno a scrivere lettere, scrisse la stessa lettera al direttore, al signor Gray, a tutti gli altri insegnanti e ai sorveglianti che lo avevano picchiato e umiliato.
“Siete tutti invitati alla festa del raccolto presso il villaggio di Alba D’Oro, ci sarà buona carne di cervo cotta lentamente sul fuoco, come piace alla mia gente, e una gustosa minestra di mais, fagioli e zucche coltivate dalle nostre donne, seguiranno i balli tradizionali dei Cherokee, i canti nella nostra lingua, quella che voi volete cancellare e infine ci sarà un rituale di ringraziamento al Grande Spirito, colui che voi odiate tanto; venite a festeggiare con noi, sarete nostri ospiti.” Così scrisse Ahyoka.
Una mattina di pioggia le lettere arrivarono, il direttore fu il primo ad aprire quella a lui indirizzata, lesse le prime righe e il suo viso si fece scuro come la pece, in poche ore seppe che tutti i dipendenti avevano ricevuto la stessa lettera, decise quindi di convocare un’assemblea; la stanza era avvolta da un silenzio pesante, il direttore urlò battendo il pugno sul tavolo con tale forza che la tazza di caffè si rovesciò: “Me lo ricordo! Quel Ahyoka del villaggio di Alba D’Oro! Quel ragazzino selvaggio! Quello che sputò in faccia a te, Gray! Quello che si rifiutava di inginocchiarsi davanti al nostro Dio!” Il signor Gray si alzò di scatto con il volto paonazzo e le vene del collo gonfie: “Me lo ricordo! Quel ragazzo ribelle che dopo essere scappato era diventato buono, ci ha presi in giro! Faceva solo finta!” Passarono alcuni secondi di silenzio assoluto. “È una presa in giro,” borbottò un insegnante, “ci sfida, tutti quegli anni a cercare di piegarlo e lui ci scrive come se fossimo suoi pari!” Il signor Gray afferrò la lettera che aveva in tasca, la rilesse e più leggeva più il suo volto si contraeva in un’espressione di impotenza: “Abbiamo cercato di spezzarlo, gli abbiamo tolto tutto, i capelli, la lingua, i suoi Dei, la sua dignità e lui è tornato a casa, caccia e vive tra la sua gente, è diventato quello che voleva diventare, non quello che volevamo noi, siamo stati sconfitti!” Le parole rimasero sospese nell’aria come un tuono, una sconfitta, era esattamente quello che tutti sentivano.
Il direttore, gli insegnanti e i sorveglianti si sentivano sconfitti e impotenti, proprio come Ahyoka quando veniva picchiato, lui aveva vinto piegandosi senza spezzarsi, fingendo di assimilare lo stile di vita imposto ma rimanendo attaccato a quello del suo villaggio, aveva vinto perché loro avevano fallito nel loro scopo, quello di omologarlo.
Di tattiche del guerriero spirituale ne esistono diverse sparse in ogni parte del mondo, a mio parere alcune sono valide altre lo sono meno; la tattica che ho descritto in questo racconto mi sembra buona se alla fine i nemici si rendono conto di essere stati sconfitti; la rabbia può bruciare noi stessi sia quando viene espressa istintivamente nel momento sbagliato sia quando viene trattenuta per tanto tempo; se Ahyoka non avesse scritto quelle lettere al direttore, agli insegnanti e ai sorveglianti probabilmente gli sarebbe rimasto uno sfondo di rabbia nel cuore; la rabbia se non viene espressa diventa un peso che ci si porta addosso, l'individuo può anche essere felice ma c'è sempre quella piccola fiamma che brucia in fondo e non smette mai del tutto di scottare; la lettera che Ahyoka scrive non è solo un atto di vendetta ma anche di liberazione, una volta che ha dimostrato ai suoi nemici di aver vinto quella rabbia che sentiva nella parte più profonda di sé stesso scompare del tutto.
Il guerriero spirituale non vince perché distrugge il nemico, vince perché non si lascia distruggere, vince perché alla fine la sua vita piena, la sua felicità conquistata, la sua integrità mantenuta diventano la prova che l'odio, il disprezzo e la volontà di annientamento non hanno funzionato; quando i nostri nemici capiscono di essere stati sconfitti la loro rabbia è la conferma della nostra vittoria perché chi ha vinto non si arrabbia, chi ha vinto sorride e continua a vivere la sua vita.
Questa tattica può essere applicata anche nella società contemporanea; se un insegnante ti umilia o non ti da i voti che meriteresti non lasciare che le sue parole diventino la tua verità, studia con passione, pensa agli altri insegnanti che ti sostengono, fai finta di apprezzarlo e di condividere le sue idee ma alla fine laureati e inviagli una copia della laurea oppure invitalo ad una tua conferenza o regalagli un libro scritto da te.
In Italia, soprattutto nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, molti ragazzi frequentano le lezioni di religione cattolica non perché sentano quella religione come propria ma per la pressione sociale, per non sentirsi esclusi, per paura di discriminazioni o per evitare atti di bullismo; anche in questo caso si può applicare la tattica del guerriero spirituale, ti consiglio di lasciare che i tuoi figli frequentino quelle lezioni ma non permettere che quelle ore leghino il loro cervello con le corde dell’omologazione culturale forzata; parla con loro, spiega che nel mondo esistono e sono esistite molte religioni e il cristianesimo è una delle tante; se sei neopagano racconta loro ciò che hai letto sui libri degli autori Wiccan ma soprattutto sui libri degli sciamani e dei Nativi Americani, coloro che hanno saputo mantenere intatta la percezione naturale degli Dei ma non imporre nulla.