Kosovo, testimonianza di guerra

scritto da Ciova
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Ciova
Ci
Autore del testo Ciova
Immagine di Ciova
Ci
Kosovo, testimonianza diretta
- Nota dell'autore Ciova

Testo: Kosovo, testimonianza di guerra
di Ciova

Non sono mai stato un ragazzo facile alle lacrime. Una volta mia madre mi ha detto che il mio “gradiente emotivo pari a zero” era uno dei motivi per cui non avevo successo con le ragazzine.
Eppure, non ho nessun blocco emotivo. Su questo mia madre aveva torto.
Fino a questo punto della mia vita, ricordo di aver pianto solo in due occasioni. Occasioni, a pensarci bene, che sono molto simili tra loro.

In Kosovo
Avevo tre anni e mezzo quando l'ultima settimana di Aprile del 1999 fummo costretti dalle forze armate serbe ad abbandonare non solo la nostra casa di periferia, ma addirittura il nostro Paese, per rifugiarci in Albania. Fortunatamente, ho solo qualche immagine sfocata di quella brutta parentesi della mia vita e quello che adesso so mi è stato raccontato in seguito.
Da un mese ormai eravamo andati a vivere tutti insieme nella fattoria dei nonni paterni per via dei bombardamenti: io, mia madre, mia sorella di due anni più grande di me e i miei due zii paterni con le rispettive famiglie; sul ventre di mia madre stava crescendo una nuova creatura e mio padre non era con noi perché in quel periodo lavorava in Italia.
Quando arrivò quel fatidico giorno, la paura era evidente negli sguardi degli adulti. Il nonno aveva serrato bene il cancello del cortile ma inutilmente, perché dopo mezzogiorno si sentì bussare e un tonfo assordante fece tacere quei rumori; uscimmo tutti a vedere quello che era successo e nel cortile vedemmo avanzare verso di noi una decina di soldati armati: avevano sfondato il cancello e puntandoci contro i fucili, separarono gli uomini dalle donne e dai bambini. Conservo ancora oggi nella mia mente quell'immagine vaga di tutti noi nipotini ancorati alla nonna.
Tutto successe molto in fretta; presero il nonno e gli zii e se ne andarono, lasciando alle spalle donne e bambini che piangevano.
Rimanemmo così soli e il giorno successivo riconoscemmo nella televisione il volto dei nostri uomini che camminavano tutti insieme in fila indiana sotto la pioggia, con i soldati che erano pronti ad utilizzare le maniere brusche per chi non rispettasse l'ordine. Le donne piansero per il sollievo, ma questo durò solo per poco perché durante la notte i bombardamenti tornarono a terrorizzarci. Il secondo giorno, le donne di tutto il quartiere si riunirono per decidere sul da farsi e alla fine presero la decisione di abbandonare le nostre case. Così, la mattina presto del terzo giorno dopo quello fatidico partimmo tutti a piedi perché nessuna della donne aveva la patente dell'auto, ognuno con la propria valigia e addosso noi bambini avevamo tre paia di vestiti per fare in modo che le valige contenessero più cose possibili. Dovemmo lasciare incustoditi così le cinque mucche, i cinque vitellini, il cavallo, il cane e le galline della fattoria del nonno e quando mettemmo piede fuori al cancello iniziai a piangere. Fu in quel momento che vidi le lacrime bagnarmi il viso per la prima volta nella mia vita. Non so se era per i troppi vestiti che avevo addosso o se veramente capivo che stavamo lasciando la casa per un lungo periodo; quello che so è che il viso di mamma si incupì perché non era abituata a vedermi in quel modo. Camminammo per cinque chilometri fino alla stazione della città, dove salimmo su un autobus diretto verso il confine situato a una ventina di chilometri più a sud. Percorsi una decina di chilometri in autobus, un posto di blocco nei pressi di Zhur ci costrinse a proseguire a piedi perché era vietato il transito di qualsiasi mezzo. Su entrambi i lati della strada, a ogni cinque-dieci metri era situato un soldato serbo. Ci dicevano di guardare avanti, ma era impossibile non notare dietro di loro carcasse di animali morti: cavalli, bovini, cani; qua e la c'erano vestiti sporchi e addirittura culle di bambini.
In una mano la mamma stringeva quella di mia sorella e nell'altra la mia; in spalla, l'enorme valigia che conteneva le nostre cose. In questo modo percorremmo quell'interminabile tratto e dopo un paio di ore arrivammo al confine. Qui, con grande gioia di tutti, incontrammo i nostri uomini. I soldati serbi li avevano risparmiati, liberandoli. Ho ancora il vago ricordo di mio nonno davanti ad un portone. Dopo averci visto, ci sorrise, mostrando una tal quantità di denti da far sembrare la bocca una tastiera di pianoforte. Gli corsi incontro e mentre lo abbracciai, sentì che tremava per l'emozione. Quel momento sarebbe rimasto per sempre con me, a portata di mano della memoria.
Arrivati in Albania, mio nonno prese in affitto un'abitazione dove ci sistemammo tutti insieme per quasi due mesi. Furono mesi di pace e tranquillità, ma io non ero contento perché non ero abituato a stare lontano da casa mia. In questo periodo mio padre ci raggiunse e soltanto il suo arrivo mi rallegrò.
Il 13 Giugno ci diedero la notizia della liberazione di Prizren, la nostra città, e fu una grande festa. Rientrammo nel nostro paese due giorni dopo. Durante il viaggio di ritorno, vedemmo interi villaggi distrutti ma, a sorpresa di tutti, il nostro quartiere non aveva subito distruzioni. La nostra casa fu vittima soltanto di ladri che se ne approfittavano dell'occasione per accaparrarsi di tutto quello che potevano. Diciamo che per alcuni la guerra è stata un'occasione per arricchirsi, privando le vittime dei propri beni. Ma per la maggior parte del popolo kosovaro è stata un esperienza orribile, dove molti hanno perso i propri familiari e dove quei ricordi orrendi non abbandoneranno mai nessuno.
Ogni volta che chiedo a mio zio, ex soldato dell' UÇK (l'esercito di liberazione del Kosovo), di parlarmi delle sue esperienze di guerra, in un primo momento mi rimprovera perché dice che se inizia a parlare non dormirà la notte, ma poi mi racconta sempre quello che ha vissuto in quel periodo.
Un giorno mi ha raccontato che la settimana prima di rientrare dall'Albania, lui e mio padre erano andati nella fattoria del nonno per vedere quello che era successo e, arrivati, erano rimasti senza fiato: distesa sul tappeto del salotto, giaceva la carcassa in via di decomposizione di una mucca del nonno. Supposero che era entrata li per sbaglio e la porta si era chiusa, sbarrandole la via di fuga. Non avendo via d'uscita, sarà sicuramente impazzita e dopo poche ore morta un po' per lo shock e un po' per la fame. C'era una puzza terribile e, levata la carcassa, avevano chiamato un veterinario per disinfettare la stanza, l'avevano lavata e verniciata più volte. Il tappeto era stato portato via e sostituito. Quello nuovo era di un grigio industriale, di sicuro un colore poco eccitante, ma probabilmente era stata una scelta saggia: le cose grige trattengono pochi ricordi.
La cosa che più mi ha fatto tenerezza è la reazione delle galline. Finito il lavoro con la mucca, infatti, erano andati a dare da mangiare agli animali. Quando versarono il mangime nelle ciotole delle galline, tutte quante li guardarono con occhi paralizzati e non si mossero. Mi chiedo cosa avessero passato quelle povere bestiole, i traumi che avranno subito. Babbo e zio le incitarono a mangiare, e appena sentirono le loro dolce voci, si buttarono all'unisono sulle ciotole. Una mucca, che non ci vedeva da un occhio, era diventata completamente cieca perché le era uscita dall'orbita anche l'altro.
Questa guerra non ha portato distruzione e dolore solo all'uomo, ma ha addirittura inselvatichito gli anomali. Al termine del conflitto, ci sono state molte perdite di vite umane, distruzione e danni economici che pesano ancora oggi sulla vita sociale del paese. Le forze paramilitari serbe uccisero oltre 16.000 civili kosovari. Ma la tragedia della guerra non si è basata solo su questo fatto. Infatti, circa 20.000 donne kosovare sono state stuprate in modi tra i più barbari dai militari serbi.

In Italia
I quattro anni che ho trascorso in Kosovo, successivi alla guerra, sono stati anni di una lenta e lunga ripresa economica. Io ero felice di giocare con i miei amici, ma ben presto capì che stavamo per abbandonare il Pese per la seconda volta. Questa volta non perché costretti dai soldati, ma perché costretti dal destino.
Avevo appena finito il primo mese della seconda elementare quando dovetti salutare i miei compagni di classe perché il mio anno scolastico finiva li. Mi fecero una specie di festa d' addio, che non fu una delle migliori, ma io ero felice perché il mese prima avevo fatto il party per il mio ottavo compleanno. In quell'occasione si che ci eravamo divertiti.
Questa volta avevo si la valigia, ma almeno non dovevo portare addosso i tre paia di vestiti. Salutammo i parenti tutti tra le lacrime (io avevo un groppo in gola, ma gli occhi erano asciutti) e salimmo in macchina con la differenza che adesso eravamo in cinque; nella nostra famiglia, infatti, si era aggiunto ormai da tre anni un fratellino. Fu quando uscimmo dal cancello della fattoria che iniziai a piangere per la seconda volta nella mia vita, ma in questa circostanza mamma non si incupì, perché tutti versavano lacrime.
Vivere in Italia, inizialmente, non fu un'esperienza esaltante; continuavo a non accettare il fatto di non vivere più nella fattoria dei nonni e di non passare più quei interminabili pomeriggi a giocare fuori con gli amici. Ma con il passare del tempo, iniziai ad abituarmi al nuovo posto, alla nuova gente e alla nuova lingua.
Provo molta nostalgia del mio Paese, dei miei parenti e dei miei amici, ma l'Italia mi ha aiutato a crescere, a conoscere nuove situazioni e nuove persone, ma soprattutto a dimenticare.
Dimenticare un passato che non augurerei a nessuno.
Kosovo, testimonianza di guerra testo di Ciova
1