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Il posacenere di metallo blu anni ’70 sembrava una fossa comune. Cicche schiacciate una sull’altra, come se qualcuno avesse cercato di spegnere qualcosa che continuava a bruciare sotto.
Il caffè era morto da un pezzo. Solo una poltiglia nera e sabbiosa sul fondo della tazzina.
L’aria sapeva di fumo freddo, asfalto caldo e parole trattenute troppo a lungo.
«Lo so.»
Lei non lo guardava. «Lo so che c’è un’altra. Non serve nemmeno che lo dici.»
Un autobus frenò di colpo. Il rumore secco coprì metà della frase, come fanno le cose importanti: arrivano e non le senti fino in fondo.
Lui restò zitto. Guardava le mani. Quelle mani che le avevano attraversato il corpo come una casa conosciuta a memoria. Ora stavano lì, inutili. Due oggetti.
Il silenzio non era più silenzio. Era PIù una stanza chiusa da anni, piena di roba lasciata a marcire: ritardi, bugie piccole, bugie grandi, sguardi evitati all’ultimo secondo.
«Dimmi almeno da quanto tempo.»
La voce di lei era bassa, ma dentro c’era una lama.
Lui fece un mezzo sorriso. Non di ironia. Di stanchezza.
«Abbastanza.»
Si alzò. La sedia strisciò sulla pietra come un’unghia su un nervo scoperto.
Accese una sigaretta. Tirò una boccata troppo forte. Tossì quasi, ma si trattenne. Poi la spense con calma, lenta, come si fa con le cose che non torneranno.
Bevve quel fondo di caffè senza guardarla.
Si voltò.
Niente scena. Niente addio. Solo un uomo che se ne va quando ha finito le parole.
Lei rimase seduta. Le lacrime scesero senza rumore. Non era disperazione. Era qualcosa di più misero: la consapevolezza di essere arrivata sempre dopo.
Pensò ai figli. Al marito. Alla casa. A tutte le vite che aveva tenuto in piedi con lo sputo e la paura.
Aprì la bocca per chiamarlo. Non uscì niente. Solo aria strozzata.
Lui si fermò in mezzo alla strada, proprio sotto il semaforo che oscillava piano, spinto dallo scirocco.
Si girò.
La vide. Piccola. Sbiadita dietro il vetro sporco del bar. Sembrava già un ricordo.
Le macchine iniziarono a suonare. Clacson nervosi, incazzati. Gente che voleva passare, come sempre.
Lui restò fermo.
Poi fece una cosa stupida. Aprì le braccia.
Non per accoglierla. Perché non aveva più niente da difendere.
Lei scattò. Attraversò la strada senza guardare. Un freno stridette. Qualcuno urlò. Una bestemmia volò nell’aria. Gli arrivò addosso. Si aggrappò forte, come se il corpo potesse fare quello che la testa aveva già perso.
Affondò il viso nel suo collo. Odore di tabacco, pelle e qualcosa che stava finendo.
Il semaforo diventò verde. Le macchine avanzarono di mezzo metro, poi si fermarono di nuovo. Intrappolate.
Qualcuno continuava a suonare. Senza senso. Senza pausa.
Loro restavano lì. Fermi.
Non salvi. Non perdonati. Solo sospesi, come due idioti che per un attimo hanno creduto di poter uscire dalla propria vita.
Il rosso tornò.
E stavolta non avrebbe aspettato.-
G.L. - 2025