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Le mani di mio nonno sapevano di colla e cuoio,
una sapienza che brillava tra le suole delle scarpe.
Lui parlava della Storia,del campo di concentramento,
di quel bastardo insuperabile filo spinato,
di quelle vite che si tenevano insieme con un filo
mentre fuori il secolo si sbriciolava
nel delirio della guerra.
C'era un ordine preciso nel disordine del banco:
il martello col manico levigato dal sudore,
i barattoli di vetro pieni di chiodi storti
che aspettavano, con la pazienza dei vinti,
di tornare dritti sotto un colpo secco.
"Guarda lì",diceva indicando la crepa nel muro,
"e da lì che entra la luce,o forse il gelo".
E intanto puliva le scarpe con un panno umido,
un gesto antico,
una preghiera senza parole perché nulla andava perduto,
nemmeno l'avanzo di un giorno che non lasciava nome.