SANGUE FRITTO
L’uomo che non desidera – l’ho conosciuto
anche io. Era mio fratello quel giorno che eressero
cento patiboli. L’ho udito
passare - suono
di ossa sopra i tamburi del
giorno - un grido
scritto con le unghie dell’anima, affinché
il numero del delirio fosse
voce di costellazioni.
(Nei cortili le donne sgozzavano
i polli, mentre portavo i miei vecchi libri alla
pesca della missione.
Da quel giorno | ho mangiato | sangue fritto
per anni) | Così
ricadono | tutti i
presagi, | i pesi.| La fine è
naufragio immenso | molto più che le tue porte.
L’ho incontrato: compagno
di strade. La mia
gola | arida. Era
incendio | la mia terra - l’anima - bruciava | nei
suoi sogni. L’ho visto muoversi dentro
estasi di fiori superbi, un
mattino che i canti ritornavano aria. E
quella volta che | un fremito
attraversava
le gambe di Annalena bagnata
di ultima luna;
e nascevamo. | Ho visitato il viaggio
dell’uomo che non desidera | sai quanto grande
il volume del suo amore […] Accade in un attimo:
ti guardi allo specchio e ti riconosci, e |
non ti rassomigli. |
«Io sono un uomo,
lo dicono i miei piedi». Uomo:
quando questa parola strapparono alle
tue viscere?
- crescono rose
nella fatica
degli occhi
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SPARTITO
Ho raccolto i pensieri: un fiore
perduto - le nostre ferite: sigillo | immenso -
bacio d'agosto: non può
invecchiare | e sei simile ai versi, intanto
che guardo la luna
e so che, lontano, nello stesso
istante, tu la guardi.
Ripercorro la verticale di pochi anni; non
trovo spazio né fibra di tempo che si
incurvi | e la tua mente rivedo
gemella dei
miei polsi. |
Porto le ustioni di tante carezze: non
risolvono la mia sete. || Lascia
che ancora |
tu sia simile
ai versi, ineguagliabile | disarmonia,
perché possa | fregiarti
di sorsi i bracci, nel discernimento di
una disattenzione severa.
Ti ho inteso
crescere a dismisura nelle mie
preghiere | farti sembianza di pluralità e
amore.| Lascia che
ti pronunci intero, anima mia | le tue
uve turgide di luce
inebriavano di sogno la privazione e
la fotografia.
Ti osservavo in lunghe canzoni
senza disagio di voce; non ti ho mai detto
- t’amo - […]
Lascia che questo barbaglio di suoni,
meditati appena,
sia albero e cornucopia; partitura per
cetra, infine, e la notte.
Che io tenga
fra le mani le tue! | Ricadono le note -
cerchi nei cerchi in | un rovescio di balsami;
sono stigmate grande | le nostre
pietre più pure.
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LETTERA
Un pettine d’osso: non ci stanno
tutti gli amori, e i mancati amori. Ti penso |
dal nylon | di un’innocenza ferita
che mi porto addosso |
da anni;
ahimè, sanguinante | come un bacio. Ma
terminale: una rosa interdetta.
Ho conosciuto | la menzogna
delle stelle, l’antichità della luce che
precede il movimento.
A San Lorenzo
la notte adolescente è una lunga alchimia.
E mi stringevi la mano,
mentre componevo pensieri
che non finivano
mai sulla carta, in quei giorni così spaziosi
da contenermi gli errori.
Adesso cerco una stella
viva. E torno sul treno | Galaxy | che
ci siamo stati in tanti […]
E tu che temevi potessero | scoprirci.
Separasti il sogno
calibrando | gli sguardi
su un riscontro fuggente. | Un sogno e |
era mio soltanto. || Hai
un figlio adesso, ho sentito dire. ||
Non mi hai amato.
Lo so. E ti rivedo senza screzio di
presagio, né ruggine a stimare gli istanti.
Io amo: non ho risoluzione di persistenza.
Non me ne vergogno e, insieme,
questo temo;
la mia capacità | di filo d’erba
la mia nulla tempra di
specchio | che nei miei occhi io non vi
scorga più i miei occhi,
ma gli occhi dei molti
fantasmi che abitano | le mie finestre
TRE (I) testo di Marcel Brendy