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La prima salita è una rampa d’asfalto che s’impenna verso il cielo. Ne siamo sorpresi ma le case silenti di Tualis non ci danno che vaghe spiegazioni.
“Il sentier m’è troppo erto”, gradiremmo obiettare, ma a che pro? La smania di puntare diritti alla meta è così impellente. Quindi si va, sebbene la pendenza non sia calcolabile.
Quasi ci arrampichiamo, sulla strada vecja di mont, salvo poi uscire dal paese con dislivello più clemente.
Si sale per tornanti fino ad un edificio in completamento, già in buona parte rifinito ed accessoriato. Dinanzi al suo ingresso spicca una didascalia che parla di finanziamenti comunitari.
Poi il sentiero s’inerpica su terreno scuro, smosso e ancora fresco, forse di recentissima ideazione. In quello vi è un tripudio di vegetazione, e il sole affatica il passo che tra tutti quei fusti verdi e quel fogliame arranca, almeno fino ad un approdo sopraelevato.
E’ il primo di tanti crocevia con le strade forestali che provengono dalla panoramica delle vette.
La strada caracolla in falsopiano e un po’ ci tenta, ma il nostro sentiero è un altro e continua a salire. Il nostro sentiero sale sempre, non si può sbagliare, e taglia il pendio della montagna senza remore e pudore. E’ un che d’implacabile: più noi si spera in una sosta o più si propizia l’epifania di un pianoro, magari celato tra gli alberi diroccati e che d’incanto si manifesti, più la pendenza della nostra via aumenta. E non c’è rimedio alcuno.
Nemmeno la Maina de Clapusa e una piccola edicola che segue ci sono di un qualche ristoro. Sono fugaci, impalpabili, non sanno mitigare l’affanno che cresce.
Di un qualche sollievo è solo il ciangottare del rio Vaglina, che almeno a tratti si fa sentire. Sappiamo che corre là in basso, da qualche parte, ma non si fa mai vedere, forse per mera ritrosia.
Un’area diboscata si palesa nel lucore profumato di segatura. Il pendio persiste beffardo così come beffarda è stata la tempesta Vaia, rea dello scempio. Gli scranni di legno se ne stanno in ripido ordine e non paiono ricordare gli alberi che sono stati.
Il cammino è difficile, non solo per la fatica, ma per le ramaglie e i detriti accatastati sulla via. Rischiamo d’inciampare. Certo, sdrucciolare a valle sarebbe la cosa peggiore, rimuginiamo mentre si gonfia il petto a conservare la preziosa aria.
Poi quella gigantesca impronta fa capolino tra lo stento. Non sappiamo cosa sia, ma paiono dita e robuste unghie che hanno calcato quelle terre.
Si seguita a salire, col fiato in gola, mentre un paio di sordi tonfi provengono da dietro un dosso. Il bosco si fa fitto, oscuro, ma non per questo inospitale.
Non la notiamo da subito, la casera Agar di Galante. Invero se ne sta custodita in una radura poco estesa e per mero prodigio ci appare. Essa è il nostro viatico alla panoramica delle vette. Sopra la casera infatti serpeggia la strada d’argento e in quello un’automobile la solca con rispettosa andatura. Decidiamo per riesumarci dal bosco e per imboccare la panoramica, che con pendenza più dolce prosegue la salita infinita.
Ogni tanto s’incrocia qualche ciclista o qualche moto che guizza con un po’ troppa foga. Sfila persino un’auto d’epoca color ocra, abitata da due anziani agghindati in vesti sportive. E’ la donna alla guida che c’indirizza un incoraggiamento a proseguire, un gesto di sprono, un pugno alzato forse un po’ sardonico.
Arriviamo alla Cuesta Buina e a bordo pista compare il guardrail. Sembra messo lì per caso, e infatti a malapena aderisce al fondo stradale. E’ ondulato, piegato: adattarsi alla montagna è cosa improba.
Poi, senza farsi annunciare, fiorisce la meraviglia: ad un’ansa della panoramica, ecco la Val Degano, che corre indisturbata per alcuni chilometri. Proprio sotto di noi l’abitato di Rigolato, e la frazione di Ludaria che si arrampica lì nei pressi. Gli spettacolari monti Pleros e Cimon sembrano voler proteggere la valle e al loro fianco vi è il monte Tuglia a forma di triangolo. Non è un caso che abbia quella forma e che se ne stia isolato da tutto il resto, quasi a non voler spartir con altri la perfezione che è solo sua.
Poche manciate di metri c’introducono ad un’ulteriore meraviglia: laggiù in lontananza, emerso da timide foschie, ecco il massiccio del Peralba, che non teme sfide o incomprensioni.
Noi però si vuole di più. Se parliamo d’imponenza, è chiaro che i nostri occhi vadano alla ricerca del Coglians, che però se ne rimane nascosto per un po’ dietro la montagna che stiamo risalendo.
L’arrivo nei pressi di Punta Saffrucella è provvidenziale: tiriamo il fiato e persistiamo a contemplare questi eterni compagni di viaggio. In loro confronto Punta Saffrucella sembra poca cosa, eppure, per guadagnarla, qualcuno ha scavato un sentierino nella terra e nell’erba. Si rivela una piccola cresta, che vive per pochi metri. Ora è sotto di noi, ma non ci è dato di vedere oltre: potrebbe esserci un baratro o un balcone fiorito.
Proseguiamo quindi, anche perché alcune minacce si stanno addensando nel cielo di Sappada.
Il rifugio Chiadinas dovrebbe essere ormai nelle vicinanze, eppure continua a sfuggirci, nascosto dietro una svolta che pare infinita.
L’ultimo tratto è di pendenza modesta. Non si sale più o almeno questa è l’impressione. Davanti a noi si distendono i fianchi erbosi che avvolgono il monte Crostis e il monte Pezzacul.
Ci siamo quasi. La panoramica delle vette intaglia la montagna, senza ferirla. E’ un tratto delicato quello che vediamo, una cinta preziosa che corre con serena regolarità. Là riposa una macchia bianca, che pare addolcire l’ascesa al monte Pezzacul.
Il fondo si fa via via più cigolante. Il guardrail è diroccato, in alcuni tratti è rovinato a terra, in altri oscilla paurosamente, come deriso da una ghenga di spiritelli dell’aria. Poi, all’atto d’imboccare un rettilineo ombroso, sovrastato dal piccolo monte Neval, non vi è proprio più alcuna barriera. Sembra caduta ogni difesa, e oltre vi è l’abisso verde, il ripidissimo pendio erboso che precipita verso malga Crostis e verso i boschi che si riallacciano a Tualis. Il salto è in un altro mondo, non c’è dubbio, ma il verde gentile sa mitigare il nostro stupore.
Infine, come messo lì da mani giganti, ci appare il rifugio Chiadinas. E’ in una conca oscura, forse confezionata su misura, e sembra sia stato messo lì solo per noi. Il monte Crostis osserva dall’alto ma pare meno interessato a noi e di più alla vetta del Pezzacul, che si crogiola al sole con il taglio nel suo fianco, che è un sorriso di fronte alle vicende del mondo.
Vi è un capannello di motociclisti affacciato sul dialogo tra le due montagne. In quel punto il guardrail è appena sollevato e vedo decine di adesivi che brillano sull’acciaio che barcolla. Alcuni motociclisti tengono il casco, altri liberano occhi meravigliati. Nessuno di loro scende verso il Chiadinas, nemmeno noi, perché affaticati e in apprensione per alcuni cumuli scuri che continuano a disegnare il cielo.
In verità ameremmo proseguire e percorrere il fianco della montagna: chi non vorrebbe farlo? La panoramica delle vette serpe per alcuni chilometri: non ne scorgiamo la fine, se ne sta più avanti, oltre i corpi sinuosi.
Riprendiamo però la via del ritorno e per qualche istante ci soffermiamo al belvedere sopra Rigolato. Nuvole grigie e dense di pioggia si accalcano sul monte Cimon e ancor di più sul Siera, che di sottecchi ci scruta dalla piana di Sappada.
A rimirare i profili di quelle montagne, crediamo di non aver bisogno di nulla di più, almeno finché non spunta a bordo pista un piccolo fiore di camedrio. Se ne sta lì, solitario, accoccolato su un giaciglio di paglia e di legnetti umidi.
Mai scorto dai motociclisti e nemmeno dai camminatori, il camedrio racconta di una bellezza unica e appagata, che non ha bisogno di altro per esistere, se non di un po’ di spazio.
Basta davvero un fazzoletto di terra, o di cielo, perché le cose belle sboccino. Che importanza ha tutto il resto?