Dio fece Adamo, poi Eva e infine,
si costruì una chitarra e cominciò a suonare.
Era blues.
Da piccolo era un bambino come tutti gli altri, forse un po’ più silenzioso e un po’ più basso dei suoi compagni, ma nient’altro di particolare. Almeno fino a quel giorno, il giorno in cui aveva visto Elvis Presley in televisione dimenarsi come un forsennato, mentre impugnava la chitarra e intonava Heartbreak Hotel. Tom, così si chiamava quel bambino, era rimasto incantato da quella visione di abiti assurdi ed acconciature che sfidavano la forza di gravità e soprattutto da quella musica farcita di riff selvaggi, sparati da chitarre lancinanti e melodie accattivanti. Aveva stabilito che se quel signore dalla capigliatura improbabile, vestito in modo eccentrico, ricoperto di borchie e di lustrini, poteva imbracciare una chitarra e cantare a squarciagola, allora poteva farlo anche lui.
Ancora non lo sapeva, ma da quel giorno niente sarebbe stato più lo stesso.
Iniziò a costruire chitarre elettriche. Le realizzava, a imitazione di quelle vere, con cartone e legno e quanto alle corde, bastava il fil di ferro, che solo a sfiorarlo con le dita, causava tagli anche profondi ai polpastrelli. Dopo averle usate per un po’ – si sarebbe potuto usare il verbo ‘suonare’, ma sarebbe stata una parola roboante e ridondante per quel caso - , le spaccava letteralmente in due, sbattendole in terra e poi dava loro fuoco, proprio come aveva visto fare in tivù da un altro strano personaggio, che con quegli occhi spiritati poteva solo essere venuto da un altro pianeta.
Assistendo alla scena della distruzione della quarantesima chitarra auto costruita, suo padre disse a sua madre: “Donna, sta cercando di dirci qualcosa” e decise che era arrivato il momento di iscriverlo a una scuola di musica.
Il maestro che insegnava musica nella scuola della città era un uomo onesto, che conosceva bene i propri limiti. Alla prima lezione, iniziò da dove avrebbero iniziato tutti, cioè dalla teoria. Mostrò a Tom come era fatto un pentagramma, gli spiegò cosa fossero le chiavi, gli insegnò a riconoscere la notazione, esaltò le potenzialità del sistema dodecafonico. Ma era teoria, non era suonare la chitarra e a Tom questo non poteva bastare. Il maestro fu onesto e invece di cercare di guadagnare qualche soldo in più, propinandogli altre inutili lezioni di solfeggi, comprese che era meglio cominciare ad insegnargli davvero a suonare. Così Tom poté finalmente impugnare una vera chitarra elettrica ed il maestro prese ad insegnargli i primissimi rudimenti di arte chitarristica, diteggiature, scale e gli accordi più semplici.
L’allievo era dotato. In poche settimane si era impadronito di tutte le tecniche che il maestro gli aveva insegnato e suonava già con discreta perizia. Il maestro proseguì con la seconda fase di insegnamenti, sospingendo Tom verso accordi estesi e irregolari, armonici, none aggiunte, quarte e seste sospese, sovrapposizioni tonali.
Il ragazzo seguiva senza alcun problema il suo maestro, anche nelle scale più impervie o negli accordi più complessi. Stava sviluppando una buona tecnica ed il maestro era orgoglioso del lavoro svolto.
Ben presto giunsero al confine delle conoscenze chitarristiche dell’insegnante. Così un giorno, al termine della lezione, che sarebbe stata anche l’ultima - ma questo Tom ancora non lo sapeva -, mentre riponevano gli strumenti, il maestro gli disse con franchezza, che non aveva più nulla da insegnargli. In pochissimo tempo aveva, infatti, raggiunto livelli inimmaginabili. Non aveva mai avuto un allievo così bravo.
- Tom, lascia perdere il rock’n roll. – disse, tuttavia, il maestro – Il rock’n roll è per chi vuole solo fare soldi. Tu sei molto dotato, sei un musicista vero, puoi andare oltre. Prova a suonare il blues – concluse.
- Perché, maestro dovrei suonare il blues? – chiese Tom.
- Perché il blues è tutto – rispose il maestro – senza blues non ci sarebbe nulla -
Gli spiegò che suonare il blues non era poi così complicato, in fondo, bastavano tre accordi e dodici battute. Per diventare un chitarrista era sufficiente conoscere a menadito tutte le posizioni delle mani sulla tastiera, imparare a memoria tutti gli accordi dell’universo, gli intervalli, i rivolti, le triadi e le scale, incatenare nota su nota agli assolo, sempre più veloci.
Ma ci voleva l’anima, per suonare il blues. Era necessario stare male, soffrire, contorcersi, vomitare l’anima, in poche parole, sentire il mondo, per poter suonare il blues. Quella era la differenza tra un chitarrista ed un bluesman. Il maestro fu onesto anche stavolta e glielo spiegò per bene. Ma ci sono due cose non si possono insegnare, gli diceva il maestro in tutta onestà, o ce le hai o non ce le hai e la prima cosa che non si poteva insegnare si chiamava talento e Tom il talento ce l’aveva innato, solo che non lo sapeva e l’altra cosa che non si poteva insegnare era suonare con l’anima e anche questa cosa, Tom ce l’aveva da quando era nato e suonava con l’anima, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Il maestro lo congedò.
Tom si esercitava dalla mattina alla sera. Non faceva altro che suonare tutto il giorno, finchè le dita non gli sanguinavano ed il fianco della chitarra, voluttuoso come quello di una bella donna, ma non altrettanto morbido, non gli lasciava il segno violaceo ed inequivocabile della sua presenza recente, impresso sul costato. Progrediva rapidamente nella pratica dello strumento, le dita della mano sinistra acquisivano velocità e destrezza, la mano destra sviluppava la leggerezza necessaria per compiere vere e proprie scorrerie sulle corde e per maturare il tocco, quel modo personale di approcciarle, che è unico, esclusivo, per ogni chitarrista.
Un giorno prese la chitarra e andò in strada. Si sedette sul marciapiedi ed iniziò a suonare. Era la prima volta che suonava quel brano. La musica fluiva potente dallo strumento acustico, evocava radici lontane, viaggi senza ritorno attraverso gli oceani, la dura fatica dei campi, nostalgia di tempi andati. Era la musica degli schiavi, che andava avanti e indietro seguendo il ritmo del lavoro come un pendolo regolare e affondava vigorosa le radici in terra d’Africa. Cominciò a radunarsi una piccola folla. Tom non se ne accorse e continuò a suonare. Ora fluivano echi di foreste, orge di timbri cupi e intensi risuonavano grevi per i tronchi, si disperdevano dentro i fusti impregnandone le fibre e dalle radici risalivano come linfa spinta nei dotti osmotici, fino ai rami più alti, ai ramoscelli teneri ed alle giovani foglie, sempre più verso l’alto, fino a raggiungere la luce del sole, eterno e immobile.
Tom smise di suonare e restò a guardare lo sporco dei marciapiedi.
La gente era assorta e ammutolita. Il piccolo pubblico era estasiato, immobile. Nessuno parlava, non osavano quasi respirare per non sciupare la bellezza del momento. Dopo quella musica, ogni parola sarebbe stata vana e irriguardosa. Le parole avrebbero violentato l’aria con la loro approssimazione semiotica, l’avrebbero sporcata con i loro suoni aspri e gutturali.
Avrebbero cozzato contro mura d’incomunicabilità e si sarebbero perse nell’eco, piccoli fiori neri d’inchiostro, recisi e dispersi nel vento, strappati dalle pagine di un libro che nessuno avrebbe mai letto. Ma le note no, non si sarebbero mai dissipate nel vuoto, uccise dal silenzio. Sarebbero risuonate senza fine nell’aria, nella purezza e nella perfezione della luce, in quell’aria appena increspata dalle onde sonore della chitarra di Tom. Avrebbero vibrato per sempre nei corpi attraversati dal blues, come un balsamo che lenisce le ferite e rende sopportabili anche le fatiche più dure. Questo la gente lo sapeva e per questo, continuava a tacere.
Tom scese in strada per suonare molte altre volte e molte altre volte ancora sopraffece il suo pubblico in quel modo gentile e profondo. Ogni volta la folla aumentava ed i poliziotti spesso dovevano disperdere quegli assembramenti non autorizzati. Ma lo facevano solo quando la musica era finita. Anche loro restavano assorti ad ascoltare. Quella musica non poteva essere interrotta, era qualcosa di sacro e profano allo stesso tempo, bianco e nero, vita e morte. Era maestosa e dimessa, solenne e dolce. Era come se promanasse da tutta l’umanità, come se il mondo intero danzasse a ritmo di blues. A volte, qualcuno tra il pubblico non riusciva a trattenere le lacrime.
A Tom piaceva quel contatto profondo con la gente, fatto di parole non dette e di sguardi non ricambiati. Gli pareva molto intenso, ma preferiva non andare oltre certi limiti. Non gli piaceva mescolarsi alla folla e quando si accingeva a suonare, faceva in modo che vi fosse sempre uno spazio vuoto, una zona sgombra, tra lui e le altre persone. La gente si disponeva in cerchio intorno a lui, rimanendo a debita distanza, si attestava ai margini di una immaginaria linea di confine, sufficiente a rispettare il suo tacito imperativo, che pretendeva assenza di contatti diretti.
Al termine dei concerti Tom si sentiva svuotato, prosciugato, finito, stanco, abbandonato come al termine dell’amore. Ma non riusciva ad abbandonarsi del tutto come nell’amore, ad offrirsi, inerme e indifeso, a quegli sguardi indiscreti che lo sezionavano, che penetravano fin nel midollo profondo del suo essere. Non era in grado di sostenerli quegli sguardi, si sentiva nudo sotto la danza di centinaia di occhi, spiato e osservato come fosse rinchiuso in una scatola di vetro, esposto, traboccante d’imbarazzo, al pubblico ludibrio. Non era capace di parlare a quella gente, anche se desiderava molto farlo. Le parole che avrebbe voluto pronunciare gli si bloccavano in gola. Non era in grado di instaurare alcuna comunicazione diretta. Sapeva solo suonare il blues. Ma quando la musica finiva, lui restava a testa bassa, senza avere il coraggio di sollevare il capo e incontrare quegli occhi. Rimaneva immobile e solo, incapace di uscire dal cerchio magico disegnato dalla folla. Al termine della musica, restava irrimediabilmente solo.
A Tom tutto questo non bastava, voleva di più, voleva attraversare quella zona d’ombra, ancorata ai suoi piedi, tra sé e la gente, desiderava spezzare il cerchio delle ombre, irrompere al di là della muraglia dei corpi degli spettatori, devastare quell’agorafobia asfissiante per sfuggire al tormento di una clausura rigida e deliberata. Non sapeva neppure lui dire con certezza cosa desiderasse, tuttavia era sicuro che quella cosa nessuno avrebbe potuto dargliela. A parte, forse qualcuno. Anzi, solo uno avrebbe potuto.
Una sera, mentre suonava, aveva notato una figura tra il pubblico fissarlo intensamente, una persona mai vista prima. Tom non riusciva a vederla con chiarezza, poiché si trovava nel cono d’ombra tra un lampione ed un altro, ma era rimasto ugualmente colpito dall’intensità di quelle occhiate penetranti. Aveva subito abbassato gli occhi, ma avvertiva ugualmente la spiacevole sensazione di essere come traversato da parte a parte, nel corpo e nella mente, da quello sguardo magnetico, inevitabile, ammaliatore, mentre armeggiava con il suo strumento. Poco prima di distogliere lo sguardo, aveva notato che quello sconosciuto aveva gli occhi pieni di lacrime, ma, cosa che gli era parsa molto strana, neppure una cadeva sul viso. Al termine di quell’improvvisato concerto, quella persona, che alla luce dei lampioni si era rivelata essere un signore distinto, si asciugò una lacrima sul bordo della palpebra e si avvicinò.
- Ti ho ascoltato con attenzione Tom – esordì – suoni molto bene –
- Grazie – rispose Tom ad occhi bassi, alquanto stupito per il fatto curioso che quella persona conoscesse il suo nome.
- Suoni con l’anima, davvero – proseguì quel signore elegante – Si percepisce in ogni nota, in ogni accordo, in ogni pausa. E’ molto bella la tua anima, amico mio –
Fece una breve pausa.
- Io posso farti suonare ovunque, Tom, posso farti incidere dischi, farti diventare famoso – proseguì – posso darti tutto quello che vuoi, io posso farti entrare negli occhi e nel cuore della gente, se tu suoni e dai l’anima, la tua grande anima, come facevi prima –
Tom finalmente lo guardò negli occhi – aveva occhi strani, chiarissimi e trasparenti come acquamarina - e annuì con un movimento appena percettibile del capo. Bastò questo e il signore distinto e vestito di nero lo fece salire sulla sua auto e lo portò lontano dalla folla. Si fermarono poco dopo, al centro di un incrocio deserto. Arrestò il motore. Era una bella notte, silenziosa e piena di stelle.
Il signore elegante e con il cappello in testa lo guardò – Tutto quello che devi fare è firmare il contratto – disse – a tutto il resto penso io –
- Va bene – disse Tom – suonare il blues è tutto quello che voglio fare –
- Molto bene – rispose il signore distinto e con un grosso anello al dito – allora firma qui, qui e qui –
Tom firmò per tre volte, dove gli veniva indicato. Poi firmò altre pagine per tre volte ancora e il contratto fu concluso.
Tom era partito e la città era diventata all’improvviso, più silenziosa.
Gli anni passavano, veloci come auto sportive in corsa su un’autostrada qualunque all’ora del tramonto, anni gravidi di folle adulanti, di vino, di donne e canzoni, anni di lussuria sfrenata, nella musica e nella vita, anni di luce, di stelle e di denaro e le donne, andavano e venivano come le onde del mare e per una che andava, ce n’era sempre una che tornava e su tutto questo c’era il blues, c’era soltanto il blues ad imperare sovrano sulla sua vita e sulla sua anima. La sua musica aveva girato il mondo e gli aveva fatto girare il mondo. Stava facendo esattamente quello che aveva sempre voluto fare: suonare il blues in giro per il mondo e il blues aveva suonato in giro per il mondo. Il suo nome era conosciuto ovunque e ovunque, c’era una casa, una chiesa, una camera d’albergo, una cella di prigione, un angolo di bar in cui qualcuno stava ascoltando uno dei suoi dischi.
Tom cresceva, maturava, fioriva e si faceva uomo in quel marasma e ben presto si stancò di tutto questo. Era annoiato a morte dalla gente, da quelle persone tutte uguali che gli chiedevano l’autografo, che gli facevano sempre le stesse domande, che battevano le mani tutte allo stesso modo al termine dei concerti, gli pareva che avessero perfino tutte la stessa faccia. A Tom interessava il blues ed al blues interessava Tom, così decise che quella gente, quelle donne, quelle facce, quelle luci, quei soldi e quegli anni che avevano girato così vorticosamente intorno a lui, come uragani furiosi, mentre se ne stava calmo e tranquillo nell’occhio del suo ciclone, non c’entravano niente con il blues. Piantò tutto e tutti e se ne andò, insieme alla sua chitarra.
Tom era tornato e la città era diventata all’improvviso, più vecchia.
Girò per le sue strade deserte, passò sotto i caseggiati familiari e sotto quelli dimenticati – una volta aveva amici, ora non aveva più nessuno - e raggiunse la strada principale. Alle cinque del mattino, al centro della città, c’era solo il rumore del vento.
Il blues scorreva lento e inarrestabile attraverso la chitarra, come un fiume dalle mille anse che si rigenerasse dopo ogni meandro. Tutto nasce dal blues, tutto torna nel blues, meditava il barista, mentre ascoltava assorto la canzone del ritorno di Tom, mentre guardava le sue dita creare veloci fraseggi sulle corde, come uno sciamano che chiamasse gli angeli a danzare sulla tastiera della chitarra, solo per farli scacciare subito dopo da mostruosi sabba infernali, evocati da quelle sei corde. Appollaiato sul suo sgabello, in quel bar polveroso e dimenticato perfino dalla polizia, Tom suonava come un dio precipitato sulla terra per i pochi clienti presenti, pidocchiosi alcolizzati, cacciati a calci in culo da tutti gli altri locali di quella città.
Si schiarì la voce e cominciò il canto. La canzone parlava di un uomo piantato dalla sua donna, che bussava alla porta della casa di lei, ma nessuno veniva ad aprire. Il blues nacque quando Adamo ed Eva si videro per la prima volta, diceva John. E’ sempre la solita storia: un uomo, una donna, un cuore spezzato. Così diceva John Lee Hooker e sapeva di dire la verità
La voce di Tom intonava la malinconia ed il rimpianto, evocava l’amore trovato e perduto e mentre cantava era il ragazzo della canzone, il protagonista dal cuore spezzato. Attraverso la sua voce filtrava tutto il dolore del mondo.
Una donna si fece largo tra il pubblico e andò a sedersi sullo sgabello più vicino al bancone del bar. Accavallò con voluta lentezza le gambe e inarcò la schiena. Era una donna che sapeva di essere donna. Tom non si voltò e continuò a suonare. Ora la sua voce esprimeva rabbia e sconforto, il ragazzo abbandonato prendeva a calci un barattolo e malediceva il proprio destino. La donna ascoltava rapita, si teneva il viso tra le mani, i gomiti appoggiati al bancone, le gambe accavallate. Nessun altro tra il pubblico presente era così attento alla musica. Erano quasi tutti ubriachi. I suoi occhi si riempirono di lacrime.
La canzone ebbe termine. La donna si asciugò velocemente una lacrima e si avvicinò.
- E’ molto bello quello che hai suonato – disse.
Tom la guardò e non disse nulla. Era bella come un peccato, non aveva mai visto prima una bellezza simile, eppure aveva conosciuto molte donne.
- Hai scritto tu la canzone? E’ tanto bella, mi sono commossa, sai? – chiese.
- Si ho scritto io la canzone – rispose Tom. La donna aveva occhi così chiari e trasparenti, che gli parve di guardare il cielo dalla parte sbagliata. C’era qualcosa in quegli occhi, qualcosa di indecifrabile e oscuro. Tom distolse lo sguardo. Poi, aggiunse un grazie.
- Sei tu il ragazzo della canzone? – chiese ancora.
- Può darsi – rispose.
- Vorrei tanto essere io la donna della canzone – disse quella. Poi aggiunse – Vorrei esserlo e dirti che sono tornata. -
Uscirono dal bar. Montarono sul veloce roadster di Tom e sgommarono sulla strada. Mentre correvano via il tettuccio abbassato permetteva loro di ammirare la volta della notte, che si estendeva sul paesaggio come una coperta trapuntata di stelle. Si fermarono nei pressi di un incrocio deserto. Un’altra notte, un altro incrocio, un’altra vita balenarono fugaci tra i ricordi di Tom.
La donna gli accarezzò i capelli. Lo attirò a sè. Il suo corpo era morbido e caldo, i suoi capelli erano effluvio di fiori di campo.
La donna lo baciò. Lo strinse tra le braccia. Quelle braccia lo cingevano con vigore eccessivo, quasi fuori misura per le braccia di una donna. La mano di Tom trovò subito la sua carne viva, liscia come seta. Lei era nuda, morbida, piena, calda di miele. Il desiderio era una domanda silenziosa che urlava nel suo cervello. Si proiettarono in un vortice, in un turbine di vento e di fiamme. Poi esplosero insieme in schegge di stelle.
La donna lo guardava intensamente negli occhi, con quegli occhi che ora parevano verdi come il mare, come l’erba delle praterie, come i riflessi di uno smeraldo.
Tom li trovava bellissimi, eppure c’era qualcosa in quegli occhi, qualcosa che non riusciva a decifrare, ma che era al tempo stesso familiare e oscuro, qualcosa da cui stare alla larga, ma che lo attirava come una fiamma attira la falena, disposta a sacrificare la sua breve vita, a divampare come una meteora per un breve istante, pur di potersi solo avvicinare, sfiorare soltanto la bellezza delle fiamme.
- Ti ricordi di me, Tom? – chiese la donna.
- No – rispose Tom.
- Davvero non ti ricordi? – insistette la donna – Hai firmato un contratto, anche se è passato un po’ di tempo –
Tom ristette incerto.
- Guarda meglio – ingiunse la donna e spalancò gli occhi.
Tom guardò nuovamente in quegli occhi. Erano grandi, vasti come lune gemelle, satelliti di un pianeta sconosciuto. Erano belli. Ma qualcosa si agitava proprio là in fondo, oltre la superficie delle cornee, appena oltre la verde cortina delle iridi. Qualcosa di strano e oscuro.
Tom aguzzò lo sguardo, si sforzò di scrutare in profondità dentro a quegli occhi misteriosi e finalmente vide. E vide quello che non voleva vedere. Oltre il verde smeraldo, attraverso le pupille nere come il carbone, nel fondo delle retine, Tom vide quel luogo il cui nome è misterioso e impronunciabile, vide il regno di Geenna, l’abisso della disperazione e del dolore, la bolgia oscura del tormento e della perdizione, l’orgia assetata di sangue, l’orrendo sabba dei lemuri. Vide l’oscurità. Vide il regno delle fiamme.
Fu allora che Tom comprese. Comprese chi fosse davvero quella donna e che era giunta l’ora di saldare un vecchio debito.
La donna lo strinse più forte tra le braccia, come un’amante troppo focosa e passionale. Tom tentò di divincolarsi, ma la stretta era più potente di una morsa e più si dibatteva e cercava di divincolarsi, più si accorgeva che le sue forze venivano meno, si indeboliva a ogni tentativo. Quegli occhi terribili lo fissavano e lui ne era affascinato. Quegli occhi lo ipnotizzavano, come fa il cobra con la vittima designata, prima dell’attacco. La bocca della donna aderì alla sua, sentì quelle labbra infuocate, la lingua in fiamme, la saliva rovente ed il fiato, caldo come il vento del deserto, arroventato dal sole e dimenticato dalla pioggia.
Quel respiro che non era respiro, che avrebbe ucciso in miserabili frazioni di secondo milioni di esseri umani, sembrava provenire dalle viscere della terra, come un orribile miasma, vomitato dalle profondità nascoste. Quella bocca di donna, somma delle bocche di tutte le donne del mondo, risucchiava il suo respiro, lo lasciava senza fiato, come poco tempo prima, quando aveva ammirato la sua bellezza eccezionale. Gli era impossibile inspirare, i fluidi del corpo si prosciugavano in lui come fiumi in secca, il corpo inaridiva. Tom restituiva l’anima e la deponeva in quel calice prezioso, tempestato di rubini e avorio, che era la bocca di quella donna, la bocca dell’inferno.
Tom si afflosciò, come un palloncino sgonfio e ricadde su sé stesso. Fu come cadere all’indietro, precipitare all’interno di sé, in un pozzo senza fondo. Tom chiuse gli occhi, per sempre.
La donna svanì. Il signore dell’ombra, che era sorto dalle profondità spaventose della terra per incarnarsi in quel corpo splendente di donna, comparve in tutta la sua maestà e tristezza infinita dalle tenebre. Vestito di nero, con il cappello in testa e un grosso anello al dito, era proprio quel signore elegante e distinto di tanti anni prima, che era venuto a riscuotere il suo credito, quella figura malinconica e imponente che ristette immobile ed eterna presso il corpo del musicista.
Ma non pronunciò quella volta parole terribili, non velò i suoi occhi di odio, non stillò gocce di veleno dal cuore, non annullò il suo ricordo. Gli accarezzò i capelli per l’ultima volta, si asciugò una lacrima e sorrise dolcemente. Suonavi proprio bene Tom, disse. Poi volse le spalle e come avrebbe fatto chiunque altro, si perse nella notte.
L'ultimo blues testo di Angelo Medici