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Siamo isole in viaggio.
Una meta da raggiungere,
una rotta da attraversare:
ma è il viaggio che conta.
Sarà nel viaggio
la forma della nostra esperienza.
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VIII
Freddo.
Un freddo che mordeva le membra
e cingeva le tempie
di una corona d’addiaccio.
E un boato cupo
che vibrava nel buio
tra gli stridi e i fischi di un vento grifagno.
Nel mezzo, sogni inquieti
e devastanti incubi
di creature mostruose e voraci
sempre più vicine,
sempre più implacabili.
Tentacoli,
qualcosa che strisciava sulla pelle
pronta a ghermire la preda.
Yzle si svegliò di soprassalto
urlando.
Freddo era il suo sudore,
e freddo era ovunque, intorno a lei,
come il buio della notte che la avvolgeva.
Sentì un formicolìo alle gambe,
e qualcosa che la pizzicava.
Annaspò Yzle con le mani,
e sentì un frusciare di sterpaglie
finchè non le affondò nella terra umida,
che le si sfarinava tra le dita come sabbia.
Cercò la boccetta che portava al collo
e la trovò.
La strinse forte.
Il nero che aveva attorno
iniziò a virare in un rosso ramato
cupo, profondo, amaranto.
Nei fumi di quella nuvola rossa
vide muoversi altre forme rossastre
alcune sbiadite, alcune più taglienti.
Sembravano ali
che si muovevano lente, solenni e maestose
come le onde del mare
quando è orchestrato dalla sinfonia del maestrale.
…Abu Oannes…
mormorò.
E richiuse gli occhi,
sprofondando nuovamente in un sonno improvviso.
L’alba che si alzò su Sele
era muta e funerea.
Vide muoversi gli Hellmiti a gruppi ordinati,
alcuni in quadrato a rovistare tra le macerie,
altri in fila a traspostare vettovaglie
dalla Cittadella all’accampamento
posto sull’Altura di Levante.
Sembravano formiche
operose e instancabili
dopo aver conquistato un termitaio,
intente a riedificarlo.
Dopo la distruzione, c’è la ricostruzione.
La regina Augkunste osservava dal suo baldacchino
che aveva fatto sistemare all’interno del recinto di Ehrengaard.
Accanto a lei era il fido Arifamo Ostramo
da Asparte sul Tofrate.
Quivi termina la Gloria di Sele,
disse gravemente la Regina.
E, al terminare di una Gloria,
ce n’è un’altra che è tenuta a succederle.
A noi concessero gli dèi l’onore della Vittoria,
a noi compete l’onere del Futuro.
Il Futuro ci chiede l’Ordine,
e l’Ordine chiede che si ponga fine al Caos.
È un compito arduo, mio fido Arifamo,
ma non ci sottrarremo a tale responsabilità.
Ogni focolaio di Caos dovrà essere spento
e incenerito
affinchè possa il Futuro avere la giusta guarentigia
che questo non debba attecchire
mai più.
Arifamo nulla disse
ma diede un colpo di tacchi
irrigidendosi nell’obbedienza marziale.
Troppo abbiamo sofferto,
continuò la Regina.
Ora la Giustizia reclama il suo compimento.
Entrò a Ehrengaard Trasiduro di Tikhnitè,
accompagnato da Polimestolo
figlio di Polignotta.
Mia Regina, disse Trasiduro,
inchinandosi.
Dimmi, Trasiduro di Tikhnitè.
Rispose la regina Augkunste.
Abbiamo raso al suolo tutta la Cittadella.
Tutto è stato incendiato,
devastato, distrutto.
Tutti i Seleniti
sono ora in catene
pronti a essere deportati
dove stabiliranno i tuoi ordini.
La Famiglia Reale? Chiese la Regina.
Sono tutti rinchiusi alla Torre-Faro,
insieme a tutti gli Alti Dignitari.
Notizie della Fanciulla?
Incalzò ulteriormente la Regina,
visibilmente inquieta.
Ancora no, rispose Trasiduro.
Ma la cerca è ancora lunga, e difficile.
Abbiamo separato tutte le fanciulle di Sele,
come da tua disposizione,
e queste sono ora tutte recluse al Mègaron
che sorge di presso la Bassura di MalaTempora.
I nostri soldati se le stanno passando,
una per una.
Bene. Fece la Regina.
Che le passino, e le ripassino pure,
se necessario.
Ella non è sola, purtroppo.
Ha trafugato il Tesoro di Hellma,
e ha resuscitato quella Potenza Oscura
che aveva minacciato la stabilità del nostro Regno.
Non posso permettere che possa vagare
libera, per la Val di Mezzo,
con le sue pericolose stregonerie.
E non so se abbia ancora forma di ragazza
o abbia assunto, nel frattempo, altri sembianti.
È troppo pericolosa.
Finchè non tornerà al sicuro, tra le mie mani,
non potrò dire di avere esaudito fino in fondo
la missione che gli dèi ci affidarono
di stabilire il Buon Governo, su questa Terra.
Corrugò le labbra e, stringendo gli occhi, chinò il capo.
Fece un breve silenzio,
quindi respirò profondamente
e parlò.
Mi spetta la cerimonia
della presa di possesso
del Reame dei Mari del Sud.
Dovete abbattere i Sigilli del Meinsterion,
e far sì che entri luce nella sua Sala Centrale.
C’è una colonna, al centro della sala.
Venga Sire Melvyl traslato dalla Torre-Faro
e legato a questa colonna.
Anche i suoi dignitari dovranno essere qui traslati,
legati alle colonne perimetrali.
Cercate la Corona di Sele, al Palazzo Reale.
La Testa del Re dovrà essere coronata.
Così vuole il cerimoniale.
Trasiduro e Polimestolo si misero sull’attenti.
Faremo come ordini, regina Augkunste.
Dobbiamo condurre ivi anche Dama Gryzdabee?
Chiesero.
La Regina si voltò a guardare il mare.
Sì. Rispose infine.
Ma lei non dovrà entrare al Meinsterion.
Portatela qui, ad Ehrengaard,
nel suo Giardino.
Respirerà il profumo delle Arance,
mentre noi daremo compimento alla Giustizia.
Penserò io dipoi
a mostrarle la Corona di colui che fu suo marito.
Yzle aprì gli occhi
e vide il cielo azzurro sopra di lei.
Alcuni minuscoli bocciuoli di santolina
le solleticavano il viso coi loro capolini
e le stuzzicavano le nari.
Si alzò, e si accorse che era distesa
nel vattale di una vigna ad alberello,
non ancora accomodata dalla potatura.
Alcuni vitigni le si erano arricciati alle caviglie
e li scrollò via, passandosi entrambe le mani lungo i fianchi.
Protese dunque un braccio verso uno dei tralci,
e staccò un ricciolo con su aggrappolate alcune gemme.
Le succhiò lentamente,
e quel sapore zuccherino la ritemprò immediatamente,
sciogliendole il nodo che le avvitava la testa.
Deve esserci qualcuno, qua intorno.
Pensò.
E in lei un dubbio la squarciava,
se cercarne la presenza o allontanarsi rapida,
se dovesse scegliere la ricerca di aiuto, da parte di qualcuno,
o dovesse proseguire la sua fuga in una solitudine furtiva.
Prescelse la seconda soluzione.
Sono sola, ormai, e sola continuerò il mio viaggio.
Sentì il rombo grave delle onde del mare,
e la sua brezza profumata che le giungeva insistente
a orientarne la direzione.
Di là.
Si disse Yzle.
Devo andare verso il mare.
Pochi passi, e la vista del blu le si aprì allo sguardo.
Era su una duna sabbiosa
che si ergeva altissima come falesia
su di una spiaggia lunghissima e irregolare
sinuosa come le spire di un serpente
che striscia tra il verde e l’azzurro.
Le dune ogni tanto si concretavano in rocce calcaree
screziate di verde sparso e selvatico,
e la sabbia si faceva rossa e argillosa.
Il mare era di un colore opaco e profondo,
non era il turchese scintillante del suo Mare Ezecheo,
e il suo orizzonte si perdeva a vista d’occhio.
Incuteva un timore solenne e sacrale.
Yzle individuò un tratturo
che si spianava tra le rocce
e avvolgendosi tra queste
scendeva come mulattiera fino alla spiaggia.
A tratti era ripido, a tratti in dolce declivio,
ma in breve la Fanciulla di Heze giunse a riva.
I piedi le affondavano nella sabbia
e, per accelerare il passo,
si portò sulla battigia bagnata
a poca distanza dalle onde rapaci
che vi si abbattevano ritmicamente
come a consumare un antico e immutabile rituale.
Vide Yzle altre impronte, sulla sabbia,
che disegnavano calligrafici e arabescati intrecci.
La spiaggia era punteggiata dal mormorìo di vivaci Calablìchi,
e sulla rena pulsavano, sospirando, varie Mollische spiaggiate.
Piccoli rivi d’acqua immota giungevano fino a mare,
spezzando la continuità del litorale.
Guadandoli, si avvertiva il terminare del torrente
nel momento in cui l’acqua si faceva ghiaccia
iniziando ad agitarsi.
Camminò Yzle,
senza contare né i passi né il tempo che le scorreva attorno,
fino a che la sabbia non terminò
in un fragore di ciottoli e scogli
che caoticamente invadevano la riva,
alcuni spuntando aguzzi tra le onde,
altri ostacolando il cammino
con il loro ammassarsi.
La strada si fece erta,
ma Yzle attraversò anche l’inospitalità di quei sassi.
Dopo i sassi erano alcune minuscole calette
strette tra il mare e alte pareti di verde
e, andando ancora oltre,
si aprì la vista di una conca dorata
né troppo vasta ma neanche troppo piccola,
disegnata come un incantevole arco di compasso
e attorniata da gradoni di roccia a scalare
che la proteggevano, come silenti sentinelle.
All’ingresso vi erano piccole sculture di ciottoli e ghiaia
che non sembravano opera degli elementi della Natura,
per l’ordine –anche se sparso- con cui erano disposte.
La conca della spiaggia addomesticava l’impeto del mare di fuori,
che qua entrava placido e mansueto,
lambendo gentilmente la sua sabbia morbida e fine.
Un isolotto si stagliava quasi al centro della curva,
fatto di sassi piatti e levigati.
Con sua grande sorpresa, Yzle vide che non era sola:
quattro creature le apparvero, lontane, al centro della spiaggia,
acciabbattate come fossero scribi
intenti a scrivere un poema
dettato dal risuonare delle conchiglie.
Non potè evitare di scorgerle, né di farsi scorgere.
Non riuscì a trattenere un urlo, che subito soffocò.
Le quattro creature si voltarono di scatto verso di lei.
Yeil! Wee!
Urlò una di queste.
Yzle si girò,
ma dietro di lei erano scaglie di pietra ammassata
che rendevano impervia una rapida fuga.
Si rigirò verso il centro della conca,
e vide che tre delle quattro creature erano già prossime a lei,
avvicinandosi a passi svelti e decisi.
Sire Melvyl era legato alla colonna centrale
nella Sala del Meinsterion.
Aveva il capo chino, e la corona in testa.
Ad ogni colonna del piccolo edificio
stavano, incatenati al collo, ai polsi e alle gambe
i Dignitari di Sele.
Rimpetto al Sovrano stava Sipofarre,
e accanto a lui Teccafuma da Adgaddu.
La regina Augkunste entrò dal prònao del Meinsterion,
vestita di una lunghissima tunica color avorio
il cui strascico era tenuto da Polimestolo
figlio di Polignotta.
Arifamo, Trasiduro e altri Hellmiti
la seguivano in fila processionale:
ciascuno di loro avea la lancia in mano,
e accompagnava la marcia con un secco battere
sul pavimento.
La Regina si fermò di fronte al Sovrano di Sele.
Il tuo Reame è crollato, Sire Melvyl.
Evidentemente non sei stato un Buon Sovrano
per il tuo popolo.
Sire Melvyl alzò lo sguardo
e guardò negli occhi la Regina di Hellma.
Lascio questo giudizio alla Storia.
Le rispose.
Sarà la Storia a giudicarmi.
Non tu, Augkunste.
La Storia appartiene a chi la scrive.
Disse Augkunste, sogghignando.
E, di solito, viene scritta dai vincitori.
«Victus est Caput Victoriae…»
Questo fu detto, tempo fa, dalla Storia:
e questo fu ripetuto, in questi tempi odierni.
Il tuo Reame merita ora di essere ricostruito
e governato da chi, meglio di te, ne saprà reggere le sorti.
Arifamo Ostramo!
Eccomi, mia Regina!
Si appropinquò il nobile Arifamo.
Venga a me consegnata Duralex,
la Spada della Giustizia di Hellma,
lo Sciabolone dei Longodardi!
Arifamo levò il braccio destro,
e chiamò a sé Trasiduro di Tikhnitè.
Questi portava una guantiera con su un guanciale
su cui era deposta una lunga e affilatissima spada ricurva.
Duralex.
Lo Sciabolone dei Longodardi.
Implacabile dispensatore di Giustizia
su questa Terra!
Disse la regina Augkunste,
prendendo la spada a due mani
e facendola roteare nell’aria.
Fece tintinnare la spada tra i rebbi della Corona di Sele,
quindi la sollevò
e vibrò un fendente unico e deciso
in direzione del basso ventre del Sovrano deposto.
Le braghe di Sire Melvyl caddero di colpo,
lasciandolo con le pudenda in bella vista.
Sire Melvyl si guardò le pudenda
e poi drizzò la testa,
osservando con sorpresa la Regina di Hellma
che rivolgeva la spada verso sé stessa
insinuandola nei legacci della sua veste.
Un colpo netto, e ne recise tutti i nodi,
e la tunica si librò nel Meinsterion,
aprendosi come le ali di un uccello da preda
che ha appena individuato la sua vittima.
La Regina rimase completamente nuda:
depose la spada e sollevò le braccia,
gonfiando il petto tronfio e prosperoso.
Cosa vuoi fare, Augkunste?
Balbettò Sire Melvyl.
Un figlio mi fu tolto, Sire Melvyl,
disse Augkunste avvicinandosi vieppiù alla colonna,
ed era figlio di sangue reale.
Voglio essere ripagata ora
da un altro figlio
nelle cui vene scorra sangue parimenti reale!
Dovrai darmi la tua semenza, Melvyl,
e voglio che questa mi penetri
e mi fecondi
in modo che io possa riottenere il figlio che mi fu sottratto
e che questo mio figlio possa, in futuro,
ricomporre i regni della Val di Mezzo!
No! Esclamò Sire Melvyl!
Questo mai!
La morte, piuttosto!
Chiedi la Morte, Sire Melvyl,
disse Augkunste, prendendo i suoi vigorosi seni
e strofinandoli sulle guance del Re,
a chi ti vuole offrire la Vita?
Sire Melvyl quasi soffocava
annaspando tra quei mammiferi cuscini
e riuscì a emergerne, tossendo:
Non te la darò, Augkunste!
Non mi avrai!
La Regina turò la bocca di Melvyl
con uno dei suoi capezzoli, turgidi e vibranti:
Prenderò io ciò che mi spetta, caro il mio Re!
E iniziò a titillarlo con fare lubrico e licenzioso.
Sollevò un piede
e, divaricando l’alluce,
afferrò il birolino del Re con le altre due dita,
stringendolo e tirandolo come un elastico.
«Calabrùn, Calabrunello,
dài, su… drìzzati belbello!»
È inutile, Augkunste!
Disse Melvyl con tono eroico.
Non mi si drizza più nulla da tempo immemorabile, ormai…
E ci credo… con quella vecchiarda di tua moglie…
Rispose la Regina di Hellma.
Ma io so fare resuscitare i morti,
vedrai…
Si girò, strusciandosi tutta tra le gambe del Sovrano di Sele.
«Calabruno, Calabrò…
deh, ti gusta il mio popò?»
Divaricò le natiche
e le incollò a ventosa sul birolino del Re.
Iniziò a roteare in maniera ondivaga e ritmata
come una medusa suadente, o un’anemone di mare su uno scoglio.
Sire Melvyl iniziò a sudare.
Ma che c’hai, le natiche prensili?
La regina Augkunste rispose ansimando
e accelerando il ritmo delle sue morbide valve.
Il Sovrano di Sele orripilò:
gli si drizzarono i peli del naso
e iniziò a sentire fumare i pori sotto la pelle.
Tieni duro, mio Re!
Gli urlò Sipofarre, dalla colonna dirimpetto.
Non cedere alle malìe di quella usurpatrice!
Proprio questo è il problema, mio fido Sipofarre,
rispose il Re.
Lo tengo durissimo…
«Duro e bruno, Calabrone:
ciuccia col tuo pungiglione
tutto il polline dal fiore,
dolce il miele dell’ammore!»
La regina Augkunste si rigirò
e cavalcò il Sovrano, da gagliarda cavallerizza.
Teccafuma guardava sbalordito.
Certo che la Regina di Hellma è un gran pezzo di femminona…
Teccafuma!
Lo redarguì Sipofarre dalla colonna vicina.
Non è parlare da Selenita, codesto!
La Regina si muoveva come uno stantuffo inarrestabile.
Per BethaMatrix!
Urlò Sire Melvyl.
Resisti mio Re! Resisti!
Gli urlava ancora Sipofarre.
Pensa alle cose brutte! Gli disse allora Teccafuma.
Pensa al freddo sulle dita dei piedi!
Dicono che funzioni…
Te lo faccio sentire io il freddo, Calabrunello…
Disse la regina Augkunste.
Ti faccio sentire la qualunque!
Tirò fuori la lingua
e iniziò a vorticarla a mulinello
nei padiglioni auricolari del Sovrano di Sele.
Non… ce la faccio…
Balbettò il Re.
Sentiva avvolgersi addosso spirali di desiderio
che lo riportavano alla gagliardìa degli anni giovanili
e ne ringalluzzivano i sensi.
Resisti, mio Re!
Continuarono all’unisono Sipofarre e Teccafuma.
Pensa alla frittatona del venerdì
che si consuma al Mègaron di BethaMatrix!
Quale, quella con le foglie di verza
o quella con i broccoli rancitusi?
Chiese Sire Melvyl.
Quella con i broccoli rancitusi!
Rispose Sipofarre.
Quella che prepara Dama Gryzdabee…
Sììì… è orribile…
Disse il Sovrano,
e si sentì ammosciare dal disgusto.
Tua moglie non te li fa i dolcini, vero?
Gli disse prontamente Augkunste.
Io sono tutta zucchero e miele,
mica come i broccoli rancitusi di tua moglie…
Ti piacciono i miei dolcini?
Prese entrambi i suoi capezzoli
che avea omai ritti come due chiodi di garofano
e li conficcò ai due lati della bocca del Re.
Sire Melvyl iniziò a succhiare avidamente.
Così, bravo…
Si compiacque la Regina di Hellma.
Fammi sentire il Calabrone ora,
chè lo sento ronzare attorno al mio miele!
Sire Melvyl strinse le pelvi
e sentì il suo sangue pulsare forsennato
al ritmo instancabile della sua giunonica dominatrice.
Avi miei! Padri dei miei padri!
Implorò.
E voi, padri dei padri dei miei padri
fino a risalire all’augùstolo avo mio
Admeu Makhùnte,
Fondatore di Onnau-Breonja!
Vi chiedo perdono
se non riesco a cedere a cotanta tentazione!
Cedi, cedi, mio pulsante destriero…
Lo incalzò la Regina che lo sovrastava.
Sarà contento l’àvolo tuo
Admeu Makhùnte,
Fondatore di Onnau-Breonja!
Mostra a tutti
l’apoteosi del Calabrone!
???â m???å ?? ¢?£???ü?…
Diceva Arifamo Ostramo,
che osservava perplesso la scena.
???â, v?… £’è’? ?ü?… ¢???æ £’?å ? ?ã????êû ?å ???ï?ü?…
Rispose Polimestolo,
che gli stava di presso.
Sire Melvyl si sentì addosso il vigore di un leone
e sentì gonfiarsi a dismisura tutti i muscoli.
Sii… Siii… Siiii…
Iniziò a urlare.
Sii… poo… farre!
Esclamò,
ed esplose.
Zampillò il suo seme
rigoglioso
e la Regina ne aspirò ogni rivolo
continuando a tambureggiare con le reni.
Si combaciò con l’addome del Re
e lo strinse forte.
Bravo, mio Re! Bravo!
Sire Melvyl schiuse gli occhi,
spossato.
…aaa…
disse, con un fil di voce.
Cosa, bello della Regina tua?
Gli disse Augkunste con tono soddisfatto e amorevole.
…ancora…
disse Melvyl,
e serrò nuovamente le pelvi.
Sììì!!! Ancora!!!
Gioì la regina Augkunste.
Ancora, mio nerboruto stallone!
Mostra ai tuoi sudditi
lo splendore della tua energia!
Sire Melvyl allargò le braccia, focoso,
e i serramenti che lo legavano si staccarono di colpo.
Urlò a squarciagola, gorgheggiando,
e pompò il sangue che gli scorreva impetuoso nelle vene.
Mise le mani addosso al petto della regina Augkunste
e le strizzò i mammelloni,
sbattendoli e dimenandoli
come un fornaio che impasta il pane per la focaccia.
Vieni qua, Bottanazza che non sei altro!
Ti faccio vedere io!
Sì, fammi vedere! Fammi vedere!
Puniscimi! Fùstigami
col nèrboro tuo!
Il Sovrano di Sele la ingroppò vigorosamente,
e iniziò a mitragliare una raffica di addominali
intonando un ritmo invidiabile.
I Seleniti osservavano sbigottiti.
Grande e potente è il nostro Re!
Rifulge la potenza virile del Sovrano di Sele!
Anche gli Hellmiti guardavano, tra il compiaciuto e lo stupefatto.
Prendi questa! Faceva il Re.
E anche questa! E quest’altra ancora!
E a ogni colpo la Regina di Hellma mugolava di soddisfazione.
Questo è il rifrullo della Bagarruota!
Disse il Re, roteando i glutei in maniera alternata.
E quest’altro è il colpo della Botte di Sele!
E le calò un affondo a trivella che pareva il becco di un picchio
su di un salice.
Sì! Sì! Esultava la regina Augkunste.
Mostrami tutti i colpi del tuo repertorio!
Continuò a possederlo a lungo
con prepotente ardore e vibrante foga
finchè, a un certo punto, anche la Regina intirizzì
sentendo gorgogliare il seme nel grembo suo
e udendo germogliare, nel più profondo dell’anima,
lo sbocciare d’anima di una vita nuova.
Un brivido la fermò
e, scollandosi dal sovrano,
si mise in piedi, massaggiandosi dolcemente il ventre.
Entrò in quel momento al Meinsterion
Telanfilao, il famoso bombardiere,
accompagnato da un soldato
che trascinava, legata a una catena,
una figura anziana e biancovestita.
‘A Reggì, ce deve a scusà…
Interruppe il silenzio Telanfilao,
ma ar Mègaron ce stava pure ‘sta vecchia:
che c’avemo da fa’, se la passamo come l’artre?
La regina Augkunste riconobbe la donna
con malcelato compiacimento.
Ethel Aylouven!
Ma che sorpresa vedere anche te, qua,
in questo epico frangente…
Si è consumato un evento storico,
tra le colonne del Meinsterion!
Ethel Aylouven fissò la Regina.
Sappi una cosa, Augkunste.
Dimmi pure, rispose la Regina.
Ti ascolto.
Ebbene, riprese l’anziana donna,
io ti perdono
per tutto ciò che hai fatto su mia figlia.
Ti perdono,
perché so che lunga e faticosa è la via della Saggezza,
quando le tenebre della Passione ne obnubilano il percorso.
Augkunste sorrise.
Sappi una cosa anche tu, Ethel Aylouven.
Si accarezzò i seni
e fece scivolare le mani tra i fianchi
con un gesto lascivo e vagamente osceno.
La semenza di Sire Melvyl è tra le mie viscere, ora,
e ribolle fremente nel mio grembo.
Il Re ha fecondato la Terra:
sono io la Terra fecondata dal Re!
Si voltò verso il Sovrano di Sele
che andava cercando le sue braghe per ricomporsi,
e allargò le braccia, con le palme delle mani aperte e divaricate.
Guardami, Melvyl.
Avrai un erede.
Da me!
Si mostrò quindi ai Seleniti lì presenti,
in tutta la sua trionfante nudità.
Guardate anche voi, Seleniti!
Ecco a voi la Madre
del vostro futuro Sovrano!
E, detto questo,
prese la Corona di Sele dal capo di Melvyl il Calabruno
e la indossò, raggiante di gioia.
Era Yzle attorniata
da tre di quelle strane creature
che le erano apparse sulla spiaggia.
Le arrivavano neanche alla cintola,
e si muovevano saltando sulle gambe
come una strana danza.
Aveano code di fogge diverse,
e diversa era la livrea del loro pellame,
di striature e variegate marezzature.
Aveano orecchie aguzze,
terminate da buffi batuffoli di pelo.
Aveano gli occhi vivaci,
che scrutavano curiosi
la bellezza della Fanciulla di Heze.
Chi siete? Chiese Yzle.
O… cosa siete?
Mai vidi sino ad oggi
creature fatte come voi.
Mai? Disse una delle tre creature.
Mai vidi tu noi?
Noi mai vide lei. Disse la creatura che le stava accanto.
Ma noi lei vidi io!
Io! Io sì!
Ma tu?
O tu chi tu sei?
Ylla Wee!
Ylla Wee!
Si aggiunse la terza è più piccola delle creature.
Che siete carini! Fece Yzle, sorridendo.
E va bene.
Io sono Yzle
figlia di Yahu
e vengo dalla Terra di Heze.
Sono in viaggio
verso le Isole del Mare Magnum.
Mi promettete
che non lo direte a nessuno?
Nessun umano, beninteso.
Umano?
Ma tu umana sei!
Sì. Rispose ancora Yzle.
Ma sto fuggendo dagli umani.
E gli umani mi stanno inseguendo.
Potete aiutarmi?
Aiutarti… a nasconderti?
Anche.
Per ora.
Poi dovrò prendere il mare.
Mare… di là! Grande Mare!
Sì. Il Grande Mare. Il Mare Magnum.
La creatura drizzò le orecchie
e guardò Yzle con aria interrogativa.
Conosci tu Amauroto Amaràntola?
Amau… Chi? Chiese Yzle.
Amauroto Amaràntola! Rispose la creatura.
Grande viaggiatore!
Famoso esploratore!
No. Rispose Yzle.
Mai sentito, mi spiace.
Ooh. Peccato. Disse la creatura,
e calò le orecchie.
Poi si rivolse a Yzle,
e levò il palmo della mano a paletta.
Ciao.
Bene tu arrivata qua.
Noi Hypsiofauni siamo.
Hypsio…che?
Hypsiofauni!
E… che fate?
Cioè… che fate di bello?
Fare?
Niente facciamo.
Bello?
Qua tutto bello è!
Io sono Rodin Rodimundus di Rhodaglotta.
Ych Zeu, Yzle di Heze!
Ych Zeu a te, Rodin Rodimundus!
Disse Yzle giungendo le mani e chinando il capo.
E lui, continuò Rodin Rodimundus,
è Boritz Boteus di Brontosaxi.
Il meglio amico mio è!
Ych Zeu, Boritz Boteus…
E tu,… cuccioletto?
Chiese Yzle rivolgendosi al più piccolo degli Hypsiofauni.
Yeil Wee!
Strillò questi,
e riparò sotto le gambe di Rodin Rodimundus.
Lui è Jaco!
Jaco Skleiblisch!
Si girò quindi verso la quarta creatura del gruppo
che era rimasta più distante,
e le fece un fischio
invitandola ad avvicinarsi.
Zeyla!
Zeyla Màndula!
Wa’ad Ych! Wymn’a Yle!
Lei è Zeyla Màndula. Si rivolse a Yzle
e rise, facendo spallucce.
La mia fidanzata è…
Piàcete mia coda?
Le chiese, scodinzolando una coda morbida e fulva,
ad anelli bianchi e rossicci.
Sì,… molto carina. Disse Yzle.
Rodin Rodimundus di Rhodaglotta!
Strillò Zeyla Màndula, avvicinandosi a rapidi balzelloni,
e afferrando la coda dell’Hypsiofauno con la sua,
liscia e sottile come un frustino.
Tu coda tua solo mia è!
Baù, Zeyla Màndula… leyla leube… aràk?
Aràk, Rho-deiner,… aràk!
Rispose Zeyla Màndula.
E lanciò un’occhiata di sottecchi verso la Fanciulla di Heze.
Senzacoda… Gambelunghe… Puàh!
Yzle rise
della sua risata radiosa e argentina.
Zeyla Màndula! Sei gelosa?
Gelosa di un umano?
Siete carini, voi Hypsiofauni,
ma il mio cuore è per un umano.
L’unico umano verso cui sto andando…
Gli altri li lascio tutti qua,
nella Val di Mezzo.
Bene fai! Esclamò Boritz Boteus di Brontosaxi.
Umani… Puàh!
E agitò il suo codino corto e glabro.
Hy-meiner,… aggiunse Jaco Skleiblisch.
Nüna hymn’a neiner wymn’a!
Yzle rise ancora.
Ebbene sì, Jaco… Nüna … sì, insomma, quello che hai detto!
Jaco afferrò con una mano la sua coda squamosa e puntuta, da manticora,
e arpionò una Mollisca che borborigmava sulla battigia.
Meideu … disse. Azeu! E la lanciò in acqua.
Ascoltatemi, Hypsiofauni. Disse dunque Yzle.
Sono fuggita dalla Città di Sele.
È in corso un triste conflitto, da quelle parti.
Wa angk’ala a-rangka?
Chiese Jaco Skleiblisch.
Sì,… insomma, … non so… rispose Yzle.
Di là! La città che sta da quella parte!
Sì. Conosciamo noi Sele.
Disse Rodin Rodimundus.
E conosciamo Sire Melvyl.
Sire Melvyl no è puàh… Umano bravo è!
Aggiunse Boritz Boteus di Brontosaxi.
Altri sono gli umani puàh!
Sì. Disse Yzle.
Gli umani puàh hanno mosso guerra a Sire Melvyl
e ne tengono la città sotto assedio.
Io devo scappare via,
ma bisogna che qualcuno si muova
per dare manforte a Sele!
Noi? Disse dubbioso Rodin Rodimundus.
Ma noi Hypsiofauni siamo!
Noi niente facciamo!
No, noi no. Disse allora Zeyla Màndula.
Ma c’è la Città dei Grandi Palazzi.
Di là.
E indicò il lembo opposto della conca su cui stavano.
Puoi tu chiedere a loro.
Agli Umani dei Grandi Palazzi? Gli Umani dei Grandi Palazzi!
Esclamò Boritz Boteus, e scoppiò a ridere.
Ehm,… scusate… li interruppe Yzle.
Come sono, questi Umani dei Grandi Palazzi?
Cioè,… sono… puàh, pure loro?
Puàh? Disse Boritz Boteus. Huàh! Huàh! Huàh!
No, no puàh… peggio! Pffi-fìì… ecco cosa sono!
Umani pffi-fìì!
Meglio andare più dopo!
Più dopo Umani meglio ci sono!
Quindi… mi consigliate di evitare questa Città dei Grandi Palazzi?
E provare a cercare aiuto oltre?
Sì. Forse meglio così. Disse Rodin Rodimundus.
Mi accompagnereste? Chiese Yzle.
Ora? Rispose sorpreso Rodin Rodimundus.
Ora non si può.
Dobbiamo aspettare l’Albaneve.
Albaneve… e che cos’è?
L’Albaneve!
L’Albaneve è!
Noi Hypsiofauni siamo.
Niente facciamo
e aspettiamo l’Albaneve.
E… quando arriva?
Boh.
Forse oggi. Forse domani.
Noi qua aspettiamo.
Se tu vuoi,
tu aspetti qua con noi.
Poi si va.
Bè,… vabbè. Mi avete convinto.
Aspetterò qua con voi,
sempre che questa Albaneve faccia presto a venire.
Verrà, verrà. Disse Zeyla Màndula.
Già oggi freddo freddo fa.
Più freddo freddo fa
più vuol dire che Albaneve si avvicina!
E… la aspettate qua? Sulla spiaggia?
Chiese dubbiosa Yzle.
Sì. Rispose Rodin Rodimundus.
Dal mare viene.
E si posa là, sullo scoglio.
E indicò il piccolo faraglione affiorante
al centro della conca.
E noi la si aspetta.
È da molto che aspettate?
Boh? Forse.
Forse due, forse tre.
Appena viene il freddo
qua veniamo noi
perché qua viene lei.
E… passate qua pure la notte?
Certo! Tutta notte! Certo!
Vuoi tu aspettare tutta notte
qua, insieme a noi?
Vabbè,… ormai sono qua.
Ma con il freddo? Come si fa, con il freddo?
Come come si fa?
Replicò Rodin Rodimundus.
Accendiamo un falò!
Abbiamo le coperte
e stiamo accucciati, vicini-vicini!
E nel frattempo cantiamo
e ci raccontiamo le storie.
Che bello! Disse Yzle.
Dài, su! Vengo con voi…
Accucciamoci tutti quanti al centro della spiaggia
e aspettiamo l’Albaneve…
E speriamo che domattina
sia la volta buona!
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NdA-
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PRESSO IL NIDO DEL GIRFALCO
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Un giorno, mentre Unservio Auntubio presiedeva un’Addunata al Thabbularium,
si presentò l’Uscierìnforo sotto i portici dell’Eksédra.
Scusasse, Tabbì.
Dica Zi’Bibi. Dica pure.
Abbiamo visite a Porta Riporta.
Sono qui giunte le Forze del Bene,
e chiedono un incontro con i governanti della città.
E che è? Esclamò Unservio Auntubio.
È già l’ora del Grande Appuntamento?
A me hanno detto così. Rispose l’Uscierìnforo.
È in realtà la Regina di Hellma
che ora si fa chiamare Imperatrice
e guida le Forze del Bene e della Felicità…
Così mi hanno detto.
Erano giunti presso Porta Attaxo
sotto le Mura di Muràstevo
ma il Priore Giansilla li ha dirottati qui alle Tàbulae.
Ah! Fece il Vicario. Avranno letto il nostro documento, allora!
Fateli entrare, ordunque! Saranno qui ricevuti,
nell’Eksédra del Thabbularium.
Avvisate la Shaykha e il Katabardiere
e gli altri membri del Dodecasterion!
L’Imperatrice Augkunste era accompagnata da Arifamo Ostramo
e da Eufrosio il Citraedo
e aveva un lungo seguito di scudieri e armigeri.
Furono fatti entrare da Porta Riporta al Quartiero de le Tàbulae
e il Dodecasterion fu convocato d’urgenza presso il Thabbularium.
Il Corteo Imperiale attraversò la Rua Tampinaria
e giunse presso il Palazzo del Thabbùt.
Ho dei lontani ricordi, di qua. Disse l’Imperatrice.
Ma vedo che poco è cambiato,
e quello che è cambiato lo è in peggio,
decisamente!
Davvero? Chiese Arifamo Ostramo.
Venivo qua da piccola. Continuò Augkunste.
Ero al seguito delle Dame di Compagnia del Magnifico
e venivamo a trovare lo zio Silfriedo.
Il Lungimiro?
Per noi era lo zio.
Chissà se immaginava
che un giorno sarebbe divenuto mio zio sul serio…
Lui e il Magnifico notarono il mio talento
e decisero che ero cosa da essere chiusa al Santuario.
Menanna sa poi di che vita fusi.
Addunata Generale! Si udì. Addunàmounni!
Dai cancelli del Thabbularium si presentò Malaqart il Katabardiere
accompagnato dall’Araldo Caraspa.
Ave a voi, Hellmiti!
Giunga a voi il più caloroso dei benvenuti
da parte dei rappresentanti della Repubblica di Thabixa!
Ave a te, Shaykh. Rispose l’Imperatrice Augkunste.
Abbiamo ricevuto il vostro faldone
e l’abbiamo letto
anche se siamo arrivati solo a metà.
Ma il senso ci apparve abbastanza chiaro.
Avete appreso della Caduta di Sele, immagino?
Sì, regina Augkunste. È il motivo di questa convocazione.
Imperatrice, prego. Disse Augkunste,
sottolineando la parola Imperatrice.
C’è l’Impero dei Due Mari ora, nella Val di Mezzo.
Ma Thabixa non avrà nulla di che preoccuparsi:
è nostra intenzione fortificare la linea di confine
e istituire frontiere rigide e vigilate.
Intensificheremo l’Ordine e la Sicurezza,
è un nostro scrupolo primario.
La Famiglia Reale di Sele… disse Malaqart.
Sono vivi, e incolumi.
Ovviamente sono nostri prigionieri,
e tali saranno fino a nuovo mio ordine.
Potrei anche pensare a un esilio guidato
proprio qui, a Thabixa.
Se il vostro scrupolo è il rispetto della Convenzione di Ainunpardepal
state pure tranquilli che la rispetteremo:
Hellma era rimasta senza corona
a causa di una fraudolenta congiura
e i Seleniti hanno dovuto pagare il giusto fio.
È alla Giustizia, che noi obbediamo.
Venite pure, ordunque. Disse il Katabardiere.
Vi accompagno all’Eksédra del Thabbularium.
Il Dodecasterion attendeva l’arrivo dell’Imperatrice
e al tavolo, al posto dello Shaykh, stava il Secretario Thepòxino.
La Shaykha aveva avuto un fortissimo attacco di influenza
-si fece sapere in giro-
e doveva stare sotto osservazione medica per un paio di giorni
al Thabbiènere di Sant’Isimale.
Augkunste si sorprese nel vedere Thepòxino.
Shaykh! Esclamò. Cosa mai sta a fare al vostro Dodecasterion
un Tetraviro di Sele?
È stato regolarmente eletto alle ultime Draconiche, Imperatrice.
La nostra città l’aveva accolto al Thabàrbaro
e lui ci informò delle vicende della Val di Mezzo.
È un diplomatico Thabàrbaro, mica un criminale!
E la Repubblica di Thabixa è sempre stata tollerante
verso i Thabàrbari dei paesi vicini:
abbiamo avuto anche Thabàrbari che hanno retto l’Ashakataka,
e voi Hellmiti lo sapete bene!
E come mai ha indosso la Tabernarda?
La Tabernarda la porta il Plètore, Imperatrice.
Quella è la Tabèrnula…
Sì, sì, vabbè… Troncò Augkunste.
Non mi fate prendere Timpulae per Tabernae, ora…
Il Secretario indossa la Tabèrnula in supplenza alla Shaykha,
Imperatrice.
Disse il Priore Giansilla,
avanzando dal suo spalto verso i dignitari di Hellma.
Augkunste si alterò.
Shaykha? Ma cosa…
Sì, Imperatrice. Non ti aveva forse avvisato
il Katabardiere di Pharàt
che Thabixa ha ora una donna
a reggere l’Ashakataka?
È leggermente indisposta,
ma se vi tratterrete in città per qualche altro giorno
potrà ella stessa fare gli onori di rito
nei vostri confronti.
Malaqart iniziò a fremere
e lanciò un’occhiata all’indirizzo di Thepòxino.
L’Imperatrice colse il gioco di sguardi tra i due.
Chi è questa donna? Ringhiò.
Ayzala Shaykha!
Rispose Giansilla.
Ayza… a chi?!?
No, no, a nessuno. È il suo nome.
Ayzala di Xhiacablanca,
che adesso è per noi Ayzala Shaykha!
L’Imperatrice esplose di rabbia.
Tabbiri! Vi siete fatti infinocchiare!
Ma quale Xhiacablanca d’Assòreta…
Ella è Yliza Ayzala de la Yzla
ed è una pericolosissima vagabonda
che nella Val di Mezzo si è già macchiata di numerosi crimini
quali la stregoneria, il meretricio e financo il regicidio!
È a cagion sua che scoppiò la Guerra di Sele!
E ora, con le magarìe, è giunta a conquistare il potere
qui da voi!
Lo dissi io, che era una poco di buono!
Il Tabbiro Trippaminonda non riuscì a contenersi.
Come si fa a riporre fiducia a una pigiaqabazizi
di tal portata?
Giansilla fu colto alla sprovvista
ma si ricompose in breve tempo.
Se la nostra Shaykha ha commesso crimini in altri paesi
dovrà essere sottoposta a processo bilaterale…
questa è la procedura!
Fatele voi le vostre commissioni bilaterali
e anche quadrilaterali, per quel che mi riguarda!
Nell’Impero del Bene la Giustizia la rappresento io
e il verdetto è già stato emesso:
colpevole!
Imperatrice! Si contenga…
Disse il Secretario Thepòxino.
Sono anch’io testimone dei fatti della Val di Mezzo
e posso deporre tutto il contrario!
La parola dei Seleniti non conta più, Tetraviro:
siete degli sconfitti, voi!
Imperatrice! Intervenne Malaqart di Pharàt.
Di fronte alla Repubblica la parola di un Tabbiro
regolarmente eletto
conta quanto la tua:
devi accettare e tollerare
anche i modi e le legislazioni degli altri paesi,
se vuoi essere una buona Imperatrice…
Augkunste si voltò verso Malaqart, furibonda.
Lo sai cosa vuol dire questo, o Tabbiro?
Può significare per me una cosa sola:
Guerra!
Guerra a Thabixa!
Ma… Magna Augkunste…!
Non sai che Thabixa ripudia la Guerra,
sia essa d’offesa che di difesa?
Bene! Anzi, meglio per noi!
Ci verrà più facile sconfiggervi
e radere al suolo la vostra città…
e mi sa pure che sarebbe un gesto di misericordia urbana…!
Ma…
Niente ma, Tabìxheri!
Eufrosio! Arifamo! Andiamo via da costì,
e torniamo col nostro esercito:
voi suonate pure le vostre campane,
che noi daremo fiato ai nostri cannoni!
State pure qua a perdervi in chiacchere,
che a noi piace essere operativi!
La ragione sarà dalla parte di chi se la saprà prendere!
Yzle era al Tabbarana, al sicuro,
e ricevette la visita di Malaqart insieme a Thepòxino.
Pessime nuove, Yzle carissima. Pessime davvero!
La città è in preda al subbuglio
e la minaccia dell’Esercito Imperiale
grava sulle nostre teste.
Sono costernata, amico Malaqart.
Non faccio che attirare problemi
lungo il mio cammino.
Non hai di che crucciarti, Yzle di Heze,
quando l’onestà cammina insieme a te!
La dirittura dei nostri comportamenti
e delle nostre scelte
è la migliore garanzia che abbiamo
per non farci sconfortare dai rimorsi.
Sì, ma ovunque io vada
non ho visto che problemi, disordini, difficoltà…
Bisogna affrontarli, Yzle.
La via giusta è quella ripida, non quella comoda!
Sì, ma… come ce ne usciamo, ora?
Non lo so. Non lo so,
il Dodecasterion è in agitazione.
Thabixa ripudia la Guerra,
e non ha un esercito in grado di fronteggiare Hellma
e l’Impero dei Due Mari.
L’unica via che abbiamo è la politica.
Giansilla ha colto l’occasione per sobillare gli animi,
e si sta producendo in una delle sue celebri giansilliche.
Ha chiesto per te la shaybdicatio.
E… che cos’è?
Articolo diciotto del Codice di Ainunpardepal.
Dimissione dello Shaykh per giusta causa…
Ma non era una delle possibilità che cercavamo?
Mi libererebbe dal peso dell’Ashakataka…
Sì, ma ci sarebbe poi l’arresto e lo stato di fermo
e si dovrà attendere l’esito del processo.
Il Surpluvio vuole muoversi nella linea delle procedure istituzionali
e pensa che in questo modo si possano fermare le Falangi Imperiali.
Mi volete consegnare agli Hellmiti?
No. Questo mai.
Bussarono alla porta.
È permesso?
Spuntò dall’uscio la testa di Cassio
d’Ebuda.
Cassio!
O Cassio!
Entra pure!
Il GrandOfficiale dei Tabbarana entrò
e chiamò a sè anche il Plètore de Stamenga.
Tu quoqe, Bruto. Vieni meco.
Quali novità, Tabbiro d’Ebuda?
Katabardiere, Secretario, Shaykha. Disse il Tabbiro d’Ebuda.
Come sapete, da GrandOfficiale dei Tabbarana,
ho le deleghe degli Affari Riservati.
I nostri servizi si stanno muovendo
per trovare una soluzione a questa situazione d’emergenza.
Avete un piano? Chiese Malaqart.
Abbiamo un uomo. Rispose Cassio d’Ebuda.
È uno dei nostri migliori uomini per missioni riservatissime,
infiltrazioni, depistaggi, eccetera.
Chi è costui? È qua?
Sì. Ve lo presento.
Fece un cenno verso la porta,
ed entrò un tipo piccoletto, spelacchiato,
vestito di stracci e con la barba malfatta.
Si accomodò nella stanza,
e lanciò occhiate asimmetriche verso ciascuno dei presenti.
Egli è Myshka, introdusse il Tabbiro d’Ebuda.
Myshka lo Spardascio,
còsì lo chiamiamo noi Tabbarana.
Myshka… lo Spardascio!
Esclamò Malaqart di Pharàt, osservando il tipo che era entrato.
Mai avevo udito cotal nome!
E mai avevo visto quest’individuo, prima d’ora!
Vuol dire che il nostro lavoro, fin ad ora, è stato ottimale.
Rispose il GrandOfficiale.
Tu non l’hai mai visto, Malaqart Shaykh,
ma egli ti è sempre stato accanto
nei momenti più difficili del tuo dodecanato.
Davvero? Si sorprese Malaqart,
e osservò nuovamente quel figuro.
Spardascio,… buongiorno a lei, Spardascio!
Lo Spardascio sollevò lentamente un sopracciglio.
Boccionno.
Disse,
dopo una breve pausa.
Possiamo fidarci di lei?
Assolutissimamente. Rispose per lui Cassio d’Ebuda,
insieme a Bruto Cotrione
de Stamenga.
Non è un doppiogiochista,
nevvero?
Lo Spardascio masticò un lembo di labbro,
tirò su col naso
e poi, schioccando il labbro inferiore sul superiore, rispose.
Nz’!
Cioè? Chiese ancora Malaqart.
Nz’.
Rispose ancora lo Spardascio.
Myshka è un tipo di poche parole. Disse il GrandOfficiale.
Ma per lui parlano i fatti.
Ha sempre condotto eccellenti operazioni
sotto massima copertura,
per il bene della Repubblica.
E,… come pensa di esserci utile,
in questo delicato frangente?
Ci ha trovato un sosia.
Sosia? Chiese Malaqart, sobbalzando.
Sì. Ha perlustrato tutti i sobborghi dei nostri terzieri,
dalla Xhinnuta ai Soverchi
giù per quella di Sottecchi.
E ha infine trovato una sosia della Shaykha.
Una sosia di Ayzala di Xhiacablanca? Davvero?
Sì. Si chiama Nunça Mytokha da Camiscuonzo.
Fila le tàmpinae assieme alla madre,
in una vanella della Rua Tampinaria.
L’abbiamo prelevata e condotta qui al Forte.
Possiamo vederla? Chiese Thepòxino, incuriosito.
Certo. È giù nel patio. Affacciandovi da qua la potrete scorgere.
Bruto Cotrione uscì dalla stanza
e scese al piano di sotto.
Il gruppo si affacciò
e notò una ragazza, al centro del patio,
che passeggiava ancheggiando su e giù per le balatae.
Ma non ci assomiglia per niente!
Esclamò Thepòxino di Sele.
O Cassio, ma come pensate di mettere a paragone
la nostra carissima Ayzala
con quella giovane Tampinara?
Da dietro e da lontano c’è una certa somiglianza…
rispose il GrandOfficiale.
Le metteremo una parrucca
e, al processo, sarà attorniata da due file di Tabbarana.
L’Imperatrice non ha visto ancora la Shaykha
e le faremo credere che era soltanto un’omonimia
che la indusse a equivocare.
Le consegneremo la Tampinara, al posto della Shaykha.
Ma… e il popolo? Notò Malaqart.
Come facciamo, con il popolo?
Se fila le tàmpinae alla Rua Tampinaria
sarà conosciuta e riconosciuta da chiunque!
Infatti… pensiamo di celebrare il processo al Thabbùt,
a porte chiuse.
Mah. Fece Thepòxino.
Mi sembra un piano che non si regge minimamente in piedi.
E la giovane Tampinara, che fine farà?
È qui che entra in azione lo Spardascio. Disse il GrandOfficiale.
Dopo che l’avremo consegnata agli Hellmiti
la ragazza verrà rapita da Myshka e dai suoi uomini.
Si fingeranno Angrasciati,
e chiederanno dipoi un riscatto all’Imperatrice.
Sappiamo che Hellma ha dei problemi con gli Angrasciati,
e l’Imperatrice non potrà sospettare di nulla.
Avendo verificato che non era la ragazza che le interessava
la lascerà in mano ai rapitori.
Malaqart osservò nuovamente lo Spardascio.
Certo, così vestito già un po’ Angrasciato ci sembra…
Ma dovrete riuscire a convincere anche l’Imperatrice…
Myshka è bravissimo, in questo.
Nessuno sa fare l’Angrasciato meglio di lui!
Guarda: Spardascio, parla un po’ Angrasciato,
orsù!
Lo Spardascio avanzò, come su un palcoscenico,
e, dopo un breve silenzio, iniziò:
«U puppu! U puppu!
U puttau u puppu, pepè?»
Vedete? Preciso!
Malaqart non era del tutto convinto.
Dovrete usare moltissima accortezza,
e guardarvi bene le spalle.
Tchrankquillo, Tabbì.
Disse lo Spardascio.
‘On sc’è pobbrèma:
«Cui bonus sibi vaddau, bonus attuvau…»
Così si dice ad lo meo paese…
Malaqart di Pharàt strinse lo sguardo
e lo fissò attentamente.
Non è che sei
un Sucano Zaurdo,
nevvero?
Nz’.
Rispose lo Spardascio,
col suo tipico intercalare.
Sa fare anche il Sucano Zaurdo. Disse Cassio d’Ebuda.
Lo abbiamo infiltrato a Sucalora
per parecchio tempo,
negli anni scorsi.
Se ne siete convinti… Disse il Katabardiere.
Il plètore Cotrione interruppe il discorso
entrando improvvisamente nella stanza.
Ci attaccano!
Ci attaccano da Porta de li Portacci!
Ma come… ne sei sicuro?
Sì, Tabbi’Malaqart.
Lanciano giavellotti sullo stemma dei Tabbarana!
Il gruppo uscì dalla stanza
e si diresse verso la scolta delle Muralische,
dove erano sentinelle di guardia.
Vero è ciò che ci disse Bruto Cotrione?
Hanno lanciato giavellotti?
L’Esercito Imperiale è sotto Porta de li Portacci?
La prima sì, Tabbi’Malaqart.
Rispose una delle sentinelle.
La seconda no.
Hanno lanciato due giavellotti sullo stemma,
ma non era l’Esercito Imperiale.
Sono due Cerbotauri.
Cerbotauri? Thepòxino era molto sorpreso.
Ma l’Esercito di Hellma non dispone di Cerbotauri!
Non può… a meno che… ma non è possibile!
Tabìxheri! C’è nessuno?
Si udì dal basso,
sotto la Porta de li Portacci.
Gli ho preso lo stemma in pieno,
disse uno dei Cerbotauri all’altro.
Hai visto, né? Centrato in pieno!
Sì, ma eri troppo vicino. Rispose l’altro,
che era cavalcato da un Umano attempato e imponente.
La distanza regolamentare è due decubiti e mezzo!
Cerbotauri! Rispose Cassio d’Ebuda dall’alto delle Muralische.
Cosa vi porta fin qui a Thabixa?
Ehilà, Tabìxheri!
Disse l’Umano che cavalcava uno dei Cerbotauri.
Tabicensi, prego…
Si indispettì il GrandOfficiale dei Tabbarana.
Ma dai… per noi siete sempre i soliti vecchi Tabixheroni,
lo sapete!
Thepòxino si affacciò dalle Muralische,
avendo riconosciuto quella voce.
Nestoganzos!
Non ci posso credere!
Thepòxino!
Rispose Nestoganzos.
Ma va là… è proprio vero che chi non muore si rivede!
Vi hanno concesso qualche viaggio premio,
dal Tetravirium di Sele?
Cosa vuoi dire, Nestoganzos?
Sapessi cosa accadde, a Sele…
Volevo dire che ci sono troppi Tetriviri in giro
e la cosa ci destò preoccupazione,
se non sospetto.
Sei il terzo che incrociamo, fuori dal suo contesto.
Ma non mi dire!
Avete incontrato Entearge e Terosica?
Sono giunti a Menya?
No, perché? Erano diretti a Menya, da noi?
E perché mai?
Li vedemmo, sì,
ma sono caduti in mani altrui
e giusto per questo il nostro Comandante ci inviò costì
per chiedere le informazioni del caso.
…Mani altrui? Chiese Thepòxino, con una certa preoccupazione.
Sì. Rispose Nestoganzos. Non buone mani.
Sucani Zaurdi…
Che mi prenda la Botte di Sele! Esclamò Thepòxino.
Ma è terribile!
Cassio d’Ebuda sbiancò in faccia
e Thepòxino posò il suo sguardo sulla faccia di Cassio.
Tabbiro d’Ebuda, presto!
Fate entrare i Cerbotauri, e il loro domatore!
Nestoganzos smontò dal suo Cerbotauro
e i tre furono accolti all’interno del patio del Forte.
Cosa ci fanno i Sucani Zaurdi
qui, a Fondovalle?
Chiese Cassio d’Ebuda.
Bisognerebbe chiedere ai due Tetriviri
cosa ci facevano loro, nella Terra-di-Nessuno.
Rispose Nestoganzos,
lisciandosi i mustacchi e le lunghe basette.
Erano arrivati fino a Nun-ceh-Nuddhu?
Chiese Thepòxino.
Credo che fossero saliti al MarronSucano,
e lì hanno scomodato qualche tribù di Zaurdi…
Sono stati avvistati da alcune nostre vedette.
E anzi dovreste ringraziarci
che ci siamo presi la briga di venirvi ad avvisare…
Il nostro Comandante non gradisce la presenza dei Tetriviri
nei territori da noi presidiati
e preferirebbe che tornassero a Sele.
Nestoganzos, dovete aiutarci! Esclamò Thepòxino.
È ora di finirla con vecchie ruggini
e con le incomprensioni!
Sele è caduta in mano agli Hellmiti
ed ora l’Esercito Imperiale della Val di Mezzo
è una oscura minaccia su tutti i territori
del Continente Terroneo!
Pure gli Hellmiti… ci mancavano solo loro…
Rispose Nestoganzos.
Sire Melvyl diceva di andare a Finisterra,
disse allora Yzle.
Io ricordo che disse a Entearge e Terosica
di andare prima a parlare
con il Marabùc di Finisterra…
Uuh! Fino a Finisterra? Fece Nestoganzos.
Lunghetto, come viaggio!
Io sono avvezza ai viaggi lunghi.
Disse Yzle.
Se volete, ci vado io a Finisterra
a trovare questo Marabùc.
Qualcuno o qualcosa dovrà sbloccarla, questa questione:
e questa città è divenuta ormai inospitale, per me…
Corrono, i vostri Cerbotauri?
Fanciulla! Ma che domande fai?
Replicò, stizzito, uno dei due Cerbotauri.
Siamo Cerbotauri da competizione, noi!
Ti facciamo Finisterra/Thabixa e ritorno
diciamo… in tre giorni?
Esagerato! Disse Nestoganzos.
Scommessa?
Mettila qua!
Ma perché proprio il Marabùc?
Chiese il domatore di Cerbotauri.
Non so dirtelo, rispose Yzle.
Così disse Sire Melvyl.
Quel vecchio bacucco! Disse uno dei Cerbotauri.
Cojnnadùriel!
Lo rimproverò l’altro Cerbotauro.
Bisogna portare rispetto, ai vecchietti…
Scusa, Maestro Cheirhault.
Quel bacucco non più tanto giovane… così va meglio?
Bè,… potrebbe…
Ma perché tutto questo astio verso Sire Melvyl?
Chiese Yzle.
Cosa vi ha fatto?
Eeh! Fece Cheirhault il Cerbotauro.
È una lunga storia…
Ma non ci tireremo indietro, tranquilla:
se ne va degli equilibri internazionali
siamo disposti a fare la nostra parte.
Cheirhault ti può portare a Finisterra. Disse Nestoganzos.
Io e Cojnnadùriel vi copriremo fino al Salamandro
e andremo poi a Menya a riferire al nostro Comandante.
Vi attenderemo lì.
Nel frattempo, vedremo di liberare gli altri due Tetriviri.
Scusate… interruppe il discorso Cassio d’Ebuda.
Ayzala Shaykha è legata al vincolo dell’Ashakataka,
e ha giurato di tenervi fede.
È passata solo una dodecina dei venticinque previsti…
Malaqart inspirò profondamente, e chiuse gli occhi.
Cassio ha ragione, Yzle.
Anch’io propenderei per questa… chiamiamola fuga prudenziale…
ma sempre di fuga si tratterebbe… abbandono dell’Ashakataka!
E… cosa dice il Codice, in merito? È previsto?
Certo che è previsto. Articolo quarantuno bis. Sarebbe Alto Tradimento.
Viene sanzionato con la Pena di Morte,
condita dalla damnatio memoriae.
Yzle rabbrividì.
Va bene, disse dunque.
Sono disposta anche a questo.
Non tornerò più a Thabixa,
e ne ho passate già tante…
Shaykha… disse Cassio d’Ebuda.
Io… ecco… sarebbe mio dovere arrestarti
per averti udito pronunziare tali parole…
Cassio, o Cassio!
Disse Malaqart di Pharàt.
Siamo in regime emergenziale
e, forse, ci verrà richiesto di tollerare qualche forzatura
del dettato istituzionale dei Codici di Ainunpardepal…
Io,… credo che dobbiamo saper vedere oltre le rigidità dei regolamenti
e provare ad avere una visione generale delle cose…
Me ne arrogherò personalmente le responsabilità
di fronte al Dodecasterion,
quando tutto sarà terminato.
Cassio! Bruto! Voi sarete dalla mia parte?
Noi saremo sempre fedeli alla Patria
e agli ideali repubblicani,
Tabbi’Malaqart!
Risposero insieme i due Tabbarana.
Allora è ora di affidare Ayzala ai Cerbotauri
e sperare che gli dèi ci assistano!
Va bene. Disse il GrandOfficiale.
Portate Myshka con voi: potrà esservi utile.
Lo Spardascio? Chiese Malaqart.
Sì. È un uomo dalle mille risorse.
Spardascio,… lei è disponibile? Se lo accollerebbe?
‘Nka picciò!
Rispose lo Spardascio.
È… un’affermazione?
Sì. Disse Cassio d’Ebuda. È un’affermazione.
Va bene: siate prudenti,
mi raccomando!
Bruto! Bruto Cotrione
de Stamenga!
Accompagni nuovamente i nostri amici
fuori Porta de li Portacci!
Malaqart,… disse Yzle,
prima di lasciare il patio del Forte dei Tabbarana.
Amico Malaqart Shaykh,
grazie infinite per la tua disponibilità
e la tua collaborazione.
Addio, amico mio:
non dimenticherò la tua saggezza!
E noi tutti difficilmente dimenticheremo il tuo sorriso,
Yzle di Heze.
Cheirhault il Cerbotauro accolse in sella Yzle
e Myshka lo Spardascio
e dietro di loro erano Cojnnadùriel e Nestoganzos.
Appena fuori dalle Muralische
i Cerbotauri fecero scalpitare i loro zoccoli
e iniziarono a prendere velocità.
Yzle sentì il vento frustarle i capelli
e, insieme, una nuova sensazione di libertà.
C’è qualcosa, oltre Finisterra?
Chiese a Cheirhault.
No, Fanciulla. Nulla.
Rispose il Cerbotauro.
A Finisterra finisce il mondo,
il mondo conosciuto!
E forse era già terminato abbondantemente prima!
Cioè? Che vuol dire?
Dovremo attraversare il Deserto,
prima di giungere a Finisterra:
e il viaggio ti apparirà interminabile.
E, giunti a Capo Finisterra,
non c’è proprio dove altro andare:
la Foresta di Cazcamuòrt in alto
e il Mare Magnum all’altro lato…
c’è solo da scegliere di che morte morire!
Bè, fece Yzle, e guardò avanti:
io la mia scelta l’ho già fatta.
Trentaquattro giorni trascorse Yzle in tutto
nei territori della Repubblica di Thabixa,
e per dodici di questi trentaquattro giorni
ne fu Shaykha e Reggitrice del settimo Ashakataka.
Era appena terminato il dodicesimo di quei giorni
e il giorno seguente sarebbe stato l’ottantanovesimo
da quando era iniziato il suo viaggio.
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fine seconda parte (continua)
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Yzland (II parte) testo di Il Girfalco