Il vento che non soffia
Il mio nome è Celeste. Sono nata da un incontro appassionato.
I miei genitori avevano avuto una lite furiosa, di gelosia, rancore e tormento. Mia madre aveva gridato la sua collera a pieno fiato di mezzo soprano, gettando per aria le poche cianfrusaglie di cucina, una varietà di oggetti fragili e contundenti tra cui una bottiglia di pomodori che aveva insanguinato la sala come fosse la scena di un crimine. Mio padre era riuscito in qualche modo a schivare l’attacco e aveva quindi autonomamente tirato un pugno contro il muro di cartongesso, finendo con l’incrinare la parete e contundersi la mano. Mentre lui imprecava contro tutto il creato, mia madre l’aveva schernito per il gesto maldestro, poi si era stoicamente accinta a medicarlo. Lui si era rifiutato, l’aveva allontanata in malo modo, ma si era infine arreso al soccorso.
E ci fu tregua. E una resa reciproca e incondizionata.
Non erano una coppia convenzionale i miei genitori: li legava una profonda affinità di emozioni e un deciso contrasto di pensieri. La loro storia si era scatenata all’improvviso, tra impeto e sconsideratezza. E non sembrava destinata a disporsi negli schemi della vita ordinaria. Non che ve ne fosse il tempo, in fondo: i loro incontri erano sempre fugaci, pause doppie in mezzo alla rigidità del quotidiano. Soltanto pochi giorni dopo quella coppia innamorata fu separata da un conflitto più grande di ogni loro possibile scontro, e ancora più insensato.
Mio padre era un giovane pilota della marina militare, un asso dell’aviazione dalla promettente carriera. Era stato addestrato per essere un soldato, un aviatore audace e determinato. Aveva da sempre seguito la sua strada con piena volontà. Qualcosa però giunse al di là dei suoi progetti. Seppe del mio prossimo arrivo in una breve pausa dai suoi voli, mentre era impegnato a esplorare i cieli dell’Iraq. “Si chiamerà Celeste!” annunciò mia madre senza ammettere obiezioni, e mio padre, da un altro capo del mondo, le sorrise.
Riuscì a tornare in licenza e a vedermi appena nata. Con tutto se stesso desiderò restare. Non era mai stato così radicato alla terra, come quando diventò mio padre. Giocò quindi le sue carte cercando impossibili strade. Ma era ormai destinato ad altri orizzonti, al cielo d’oriente e ai suoi drammatici doveri. Probabilmente si sarebbe sentito fremere di ribellione a vivere in un miniappartamento sovraffollato, a svegliarsi ogni giorno tra le stesse pareti. Ma fu un breve intervallo di caotica tenerezza, giornate fatte di felicità incerta e fantasiosi progetti. Da qualche parte, in una memoria inconscia, devo aver serbato quell’inizio di felicità, quella vita fatta di promesse, gioia crescente e ingenua certezza. Il mio debutto terreno fu un tempo di dolcezza, un crescendo all’approssimarsi dell’estate.
Ma ben presto mio padre fu chiamato a completare la sua missione. Ero minuscola e senza memoria quando lui se ne andò. Promise a mia madre: “Tornerò al più presto. E resterò qui, o vi porterò via con me”. Ma la lasciò in mezzo al vuoto e alla confusione.
Durante la guerra del Golfo il pilota Cristian Baldante eseguì diversi interventi strategici senza esitazioni. Si distinse per il suo valore e per la sua abilità. Fu centrato dal fuoco nemico dalle parti di Bassora, il suo aereo sparì tra i due fiumi e l’oceano Indiano. Il suo corpo esanime fu ritrovato dopo tre giorni dall’incidente. Gli furono tributati grandi onori, il lutto fu condiviso dall’Italia intera e dal comando alleato. Niente avrebbe potuto lenire il dolore della sua perdita, ma la sua famiglia ricevette un vitalizio degno di un eroe di guerra. La sua famiglia non avrebbe mai conosciuto l’indigenza. Noi invece sì.
Mio padre aveva sposato la sua fidanzata di sempre, la ragazza più popolare e boriosa della scuola. All’epoca era convinto che fosse la scelta giusta, la sua strada semplice e naturale. O forse non considerò neanche le alternative, già dedito ad altre passioni. Poi incontrò mia madre, la sua indole energica e ribelle, la sua audace allegria, e fu allora preso da una confusione furiosa e coinvolgente. Il suo cielo mutò di colore. Le raccontò i suoi segreti quasi negati alla memoria, i suoi desideri incerti e curiosi, e si sentì capito, compreso, abbracciato fin dentro il respiro, il sangue e il cuore. Tra tempeste e sprazzi d’azzurro si scatenò la loro storia.
Nel frattempo la moglie di mio padre già conviveva tranquillamente con le sue perenni assenze, mostrava il suo sorriso impeccabile e le grazie di un’eterna bambina. I loro due figli crescevano sereni e orgogliosi. Ma lui aveva rinunciato all’immota serenità.
Quando mio padre venne a mancare per la sua famiglia ufficiale si spezzò la serenità e si ingigantì l’orgoglio. Avrei voluto condividere almeno le stesse emozioni.
Rosa Decanto invece fu lasciata nella miseria, sola insieme a me. La sua famiglia l’aveva già emarginata, per lo spirito rivoluzionario, la spudoratezza, e il suo risultato senza rimedio. E in lei tutta la passione amorosa mutò in rabbia, le speranze d’innamorata sfociarono in amara delusione. Deve essere stato un processo naturale incolpare me delle sue disgrazie. E sfogare su di me la sua rabbia inconfessata. Anni dopo imparai in qualche modo a difendermi, a reagire con agilità e astuzia contro le manipolazioni. Ma allora no. Mia madre mi portava con sé riconoscendomi suo malgrado come figlia non voluta, frutto di dispetto e distrazione.
Eppure i miei si erano amati davvero, in un incrocio di passioni, conflitti e insolite affinità. Pare che mio padre si fosse sentito più vicino a mia madre che a ogni altra persona della sua vita, e avrebbe voluto rinunciare a tutto il suo mondo per stare con lei. Ma i suoi tempi erano sempre frenetici, e ineluttabilmente scanditi. Non riuscì nemmeno a separarsi di fronte alla legge, neanche quando seppe di me. La sua storia sembrava già scritta dal destino, la mia dal caso, dalla brutale fatalità.
Un tempo credevo che tutti i bambini venissero al mondo chiamati dall’amore deliberato dei propri genitori. Tutti tranne me. Lo seppi solo più tardi di questa confusa lotteria che è l’esistenza. Mi resi conto di essere semplicemente una dei tanti, una fra gli altri, non eletti da una scelta ma da una casualità.
Giurai che questo non sarebbe mai accaduto a mia figlia. Lo giurai davanti alla statua della Vergine di Lourdes, quando arrivò di passaggio quaggiù a dispensare miracoli ai quei tanti che sono pellegrini solo nelle intenzioni. E giurai a me stessa che avrei cercato i miei talenti, lo scopo della piccola, confusa esistenza.
Doveva avere un senso la mia venuta al mondo. Cominciai a chiedermelo in un tempo molto precoce della mia vita solitaria. Mia madre se lo chiese ancor prima, quando si appressò a una svolta.
In fondo lei non sarebbe stata una seconda scelta: era bella, vivace, piena di energie. Veniva da una famiglia di marinai, alcuni dei quali dedicatasi con profitto alla ristorazione. Sapeva combinare aromi e sapori. Conosceva i venti, le correnti, la fauna marina. Sapeva immergersi in apnea e nuotare a gran velocità. E aveva una voce lirica, pura e brillante e cristallina. Avrebbe potuto senza sforzi eccessivi ricrearsi una vita serena, se non fosse stato per me.
Sono nata alla vigilia del terzo millennio, agli albori della nuova era, ma dalle mie parti il tempo ha ritmi diversi, lente evoluzioni. Una figlia fuori dal matrimonio è già un visibile marchio d’infamia. Una figlia da un uomo sposato una definitiva condanna morale. Mia madre stessa sembrava piegarsi al biasimo generale, forse pentita delle sue colpe manifeste, del suo incancellabile errore. Era attraversata da depressione post parto, lutto vedovile e morte civile; neanche io potei restare immune da tanta amarezza. Ricordo appena l’espressione distante dei miei nonni, la freddezza del loro contatto, la mancata risposta alle mie richieste di abbracci.
Ma non trascorsi molto tempo con loro. Mia madre decise ben presto di non soccombere sotto il peso della vergogna familiare, di trovare un senso e una diversa soluzione.
Portò la sua bimba straniera via da quel paesino di gente apparentata, dedita da sempre alla pesca e all’indiscrezione. E ci trasferimmo nel cuore della grande città, dentro i vicoli senza mare, né sole, né vento. Non si può dire che fu un passaggio trionfale. Non potevamo certo permetterci una residenza di lusso, un quartiere della buona società e il suo corredo di eleganza. Ci toccò una viuzza decadente, un appartamentino non ristrutturato, pieno di crepe e spigoli vivi. Per quanto lo pulissimo non riusciva mai a risplendere.
Così provammo a trasformarlo, e lo riempimmo dei capolavori d’eredità paterna: stoffe esotiche, tappeti orientali, un servizio da tè e vassoi in alpacca cesellata, cornici intarsiate, e collanine di pietra usate come pendagli per tende e decorazioni universali. “Un po’ di trucco” lo chiamava mia madre, e io già sapevo che ne avevamo un estremo bisogno. Per rendere attraente la mia vita mi serviva qualche trucco piccolo e prodigioso, quasi una magia. Il riscatto era un processo lungo e laborioso; e per noi non era ancora tempo di rivoluzioni. Così riuscimmo a dare a quella modesta abitazione l’atmosfera giusta, farne per noi casa e rifugio. Il mondo fuori era tutta un’altra sfida.
Nonostante la mia vita fosse all’inizio, e aperta all’evoluzione, da memorie ancestrali, da pettegolezzi penetranti, mi giungeva una sorta di tacita accusa, un giudizio di disgrazia impresso sul mio corpo già imperfetto. La mia schiena si incurvava al peso di un peccato originale, di un’insostenibile diversità. Presto imparai però a non piangere, a non mostrare il mio dolore.
La nostra vita scorreva silenziosa, necessariamente esclusa dalla società e dalle ampie relazioni. Mia madre si arrabattava per un sostegno dignitoso, io mi sforzavo di crescere il prima possibile, togliendole l’impaccio delle mie umane necessità.
Crescevo solitaria e silenziosa, senza troppi riferimenti o figure guida. Di mio padre mi restavano immagini allegre: il viso luminoso e sorridente, il fisico aitante degli eroi. A volte stringevo gli occhi e cercavo dentro di me la memoria del suo abbraccio, di quei momenti impressi in fotografia in cui mi teneva stretta a sé. Non era molto; me ne rendevo conto anche da bambina della mia fondamentale mancanza.
Già ai primi anni di scuola dovevo affrontare l’ostilità di gran parte del mio piccolo ambiente infantile. Avrei voluto un padre forte per sostenere i miei passi, per farmi da guardia e protezione. O almeno un fratello più grande, un qualche parente facente funzione. Mi sembrava come se l’avessi scritta addosso la mia qualità di reietta; ma i bambini di strada e di periferia avevano semplicemente i sensi accesi, e coglievano il linguaggio del mio corpo negato. Uno sguardo malinconico richiamava le curiosità; una personalità silenziosa e fragile era incalzata dallo scherno. Ero un bersaglio assai facile per la nascente banda di ragazzini senza grandi obiettivi né fantasie. Nell’unione del branco si burlavano della mia gracilità, della mestizia del mio viso.
“Celeste l’extraterrestre!” “Celeste scimmia delle foreste”. Epiteti rozzi ma gridati con convinzione. Talvolta poi si aggiungevano attenzioni supplementari: botti esplosivi nel periodo natalizio, lanci di uova a carnevale, palloncini pieni d’acqua a partire dalla tarda primavera. La brigata non mostrava grandi variazioni dagli schemi o improvvise fantasie.
Mia madre mi spronava a reagire, a scuotermi e scatenare le mie risorse e difese. Ma era un compito al di là delle mie forze già sfiduciate.
C’erano soltanto un paio di compagne d’emarginazione con cui condividevo l’affetto. Una era Teresa, una bambina dalle trecce bionde e dall’aria pallida e delicata, l’altra Amelia, dolce, sorridente e dagli occhi così storti da non riuscire mai a incontrare appieno il suo sguardo, e i suoi pensieri. Ci riunimmo inizialmente per necessità, per istinto di conservazione; riuscimmo così a resistere agli assalti della banda di bulli in stato nascente, e finimmo poi per sviluppare un trio affiatato di amiche.
Teresa abitava proprio accanto alla scuola, e all’uscita marciavamo compatte verso il suo cortile, entravamo in casa sua e restavamo insieme sottraendoci al facile assalto dei gruppi irrequieti vaganti per la strada.
I nostri genitori non erano particolarmente presenti, per ragioni diverse ma in qualche modo affini. E a casa di Teresa potevamo restarcene tutto il tempo voluto; la madre era sempre impegnata col suo lavoro di infermiera, il padre come autotrasportatore, immancabilmente in viaggio per mete prive di fascino o sapore esotico. Anche a Teresa toccava imparare a badare a se stessa. O rivolgersi a un’anziana statica vicina, riferimento per problemi improvvisi o particolari evenienze. Casa di Amelia invece era sede di riunione di un’abbondanza di fratelli, genitori, nonni e un paio di bisavoli, parenti e affini. Non c’era per lei particolare spazio, né attenzione.
Ma da Teresa tutto sembrava essere sotto controllo. Persisteva l’odore più pungente che conoscevo; qualche tempo dopo ne riconobbi la tipica nota degli ospedali. Teresa divideva con noi il suo pranzo dall’aroma sempre inconsistente. E poi ce ne stavamo nella sua stanza immacolata, da noi finalmente riempita di vivacità. Condividevamo i compiti di scuola, letture, frazioni, ricerche senza particolare curiosità. Poi ci dedicavamo alla nostra vera passione: alla musica, al mondo del rock. Insieme ballavamo e cantavamo in playback come dive da palcoscenico, cercando ogni volta nuove magnifiche coreografie. Avevamo anche cominciato a comporre una nostra originale canzone, e ci impegnavamo regolarmente a coltivare quell’arte ancora segreta.
“Prendi il sole!” Era il nostro brano d’esordio, destinato a essere il successo del secolo. “Puoi volare!” Ne era il ritornello. “… fino al sole poi portarlo dentro te.”
In quei momenti mi sembrava che il mio corpo mutasse di forma, si liberasse dei suoi blocchi fisici ed energetici e ritrovasse le sue autentiche armonie. Amelia raggiungeva padronanza di sé, la precisione dello sguardo e Teresa si liberava di tutte le ferree regole del suo candido quotidiano.
Un giorno giungemmo inaspettatamente alla perfetta strofa di chiusura “Tutti i mostri puoi affrontare. Se ti infiammi di passione tu sei un re”.
Eravamo esauste e soddisfatte del risultato condiviso, e sul letto di Teresa ci stavamo raccontando storie.
“Un giorno magari riusciremo davvero a trovare il sistema per affrontare i nostri nemici.” Teresa ci guardò cercando sostegno alle sue speranze.
“Ma avremmo bisogno di un supereroe che li annienti tutti.” rispose Amelia raccogliendo i suoi pensieri. “Un guerriero della luce con una pistola a raggi laser. Oppure un angelo liberatore con la bacchetta magica!”
“Gli angeli non hanno bacchette magiche, quelle ce l’hanno le fate.” La interruppe Teresa.
“Magari gliel’ha prestata la sua fata madrina.”
“E perché mai un angelo dovrebbe avere una fata madrina?”
“Non importa: che sia un angelo, una fata o un aspirapolvere, basta che faccia il suo lavoro. Però almeno noi dovremmo collaborare!” Aggiunsi io infine prendendo a cuore la questione.
Ma quando la madre di Teresa tornava a casa dovevamo interrompere le nostre fantasie. La signora Maiello era una persona efficiente e iperattiva, dallo sguardo deciso. Spesso ci invitava a restare a cena, ma io cercavo ogni volta i motivi per rifiutare: la sua cucina era scialba e monocromatica; pare rispondesse ai canoni dell’alimentazione macrobiotica, ma io proprio non ne coglievo l’intrinseco valore.
Mia madre riusciva invece ad aggraziare ogni pasto, conosceva i segreti della lievitazione, delle spezie e delle erbe aromatiche; sapeva decorare ad arte i piatti già vincenti all’olfatto. Eppure non avevamo spesso gente a farci visita. Lei lavorava lontano, rientrava la sera stanca e immalinconita. Spettavano a me i lavori domestici, la cura della casa. Nei miei pomeriggi solitari cercavo modi fantasiosi per svolgere tale compito, e nella pratica quotidiana si sviluppava la mia creatività. Del resto non avevo altri particolari strumenti a disposizione.
Mentre lavavo le stoviglie mi immaginavo alle prese con reperti preziosi, strumenti magici appena rinvenuti alla luce, batterie di lampade d’Aladino e geni pronti alla manifestazione; nello stendere i panni mi figuravo addobbare casa con decorazioni da cerimonia; mentre spazzavo e lavavo i pavimenti interpretavo coreografie di danza e incantesimo. Spesso poi mi sbizzarrivo nell’uso dei detergenti, saponi e prodotti chimici, come fossero pozioni e unguenti salvifici, o elisir di bellezza.
Una volta dopo aver miscelato gli ultimi pezzi delle saponette da bagno in un composto burroso, volli proseguire temerariamente con il fai da te. Ebbi l’improvvisa determinazione a cambiare qualcosa di me stessa, a cominciare da “un po’ di trucco” per la mia faccia sbiadita.
Così decisi di sperimentare gli effetti dell’anticalcare sulla mia pelle, unito sapientemente a deodorante per ambienti, a un tocco di spray disinfettante e forse a qualche altro ingrediente che capitò a portata delle mie mani e della momentanea ispirazione. Speravo la miscela riuscisse ad aggraziare la mia carnagione opaca, mi sentivo fiduciosa in un grande repentino cambiamento. Mi spalmai accuratamente addosso quella esclusiva maschera rigenerante, e mi lasciai riposare, nell’attesa di una prossima benefica trasformazione.
Quella sera mia madre mi trovò in uno stato confusionale, con la pelle arroventata, gli occhi insanguinati e la gola ardente. Si rese in qualche modo conto della reazione nefasta che avevo scatenato; mi portò immediatamente sotto la doccia, mi immerse sotto l’acqua gelata e lavò via ogni traccia del liquido corrosivo. Mi asciugò appena con lenzuola fresche, quasi senza toccarmi. La sentii quindi chiamare un’ambulanza, e in breve fui sommersa da un fragoroso aiuto.
Al pronto soccorso mi ritrovai circondata d’attenzione. Fui ricoverata al reparto pediatrico dell’ospedale, per le cure del caso. Ho un confuso ricordo di autentiche pomate medicamentose, flebo infilate nel braccio e un bendaggio pressoché totale. Nessuno se la prese con me per il mio gesto sconsiderato, in fondo avevo già ben impresse le conseguenze nefaste delle mie azioni, ma mia madre fu rimproverata aspramente per la mancata vigilanza. Scattò una sorta di indagine sull’accaduto. Ma io avevo già imparato a caricarmi di colpe ancestrali o d’occasione. Raccontai che la signora che doveva badare a me era dovuta andare via per un’emergenza non ben specificata; per la curiosità dell’eccezionale situazione di solitudine avevo deciso di cercare i segreti nascosti dentro casa mia, avevo forzato lo sportello dello sgabuzzino e cercato di scoprire caratteristiche ed effetti delle sostanze da me rinvenute. Qualcosa del genere. La bugia funzionò, e mia madre dentro di sé tirò un profondo sospiro di sollievo.
Il ricovero comunque fu un’esperienza sorprendentemente gradita. La condizione di paziente mi piacque talmente che il dolore bruciante delle ustioni passò in secondo piano. Mi sentivo in vacanza, come fossi una piccola star. Ogni giorno passavano a visitarmi infermieri premurosi, medici dall’aspetto illustre, persino clown e animatori pieni di buona volontà. Tutti cercavano di interpretare i miei desideri, si complimentavano con me per il mio buon umore, per la serenità con cui affrontavo la degenza ospedaliera.
C’erano per me cure costanti, riposo assicurato, gran quantità di giochi e libri colorati. Persino l’assistenza scolastica. Certo i miei compagni di degenza non erano bambini particolarmente briosi, ma lì nessuno mi molestava mai.
“Come sta questa bella signorina sorridente?” Mi salutò un giovane medico nel suo giro di visite. Facevo fatica a parlare, ogni sillaba aveva in me un riflesso doloroso, ma riuscii ad allargare le braccia alla massima estensione. Credo fu un messaggio efficace perché il dottore sorrise e lievemente mi abbracciò. Dentro di me mi convinsi che fosse questa la ragione per cui tante persone si ammalano: semplicemente per essere curate. E così mi godetti appieno quello stato di temporanea infermità.
Piansi soltanto il giorno in cui fui dimessa. Piansi a dirotto, come non avevo memoria. “ È la gioia di tornare a casa!” Dichiarò un’infermiera con tenerezza. Una collega le fece eco decisa: “È stata una lunga degenza, e l’ha sopportata con pazienza. Finalmente adesso può lasciarsi andare.” In mia madre però si insinuò un diverso dubbio.
Venivo scacciata via mentre la mia pelle continuava a bruciare. Avevo di fronte lunghe giornate di convalescenza, cure laboriose e terapie severe. Per giunta il lavoro domestico era adesso privato della sua aura fascinosa. Levate vie le bende, avevo ormai acquisito una visione più consapevole dei pericoli del mondo; la fantasia truccata della mia infanzia già cominciava definitivamente a oscurarsi.
Se non altro fui dispensata dal lavaggio di pavimenti e superfici. Avevo ancora bisogno di cure e riposo. Mi fu ordinato categoricamente di non espormi al sole; a breve sarei potuta uscire, avrei ripreso a frequentare la scuola, ma dovevo proteggermi dal mondo esterno, da sole, polvere, vento e confusione.
Sole e vento non ce n’erano granché dalle parti di casa mia. Anzi, tutto attorno permaneva l’odore dell’umidità stagnante, di frittura e d’olio esausto, di fumi d’origine incerta. Il vento non si faceva strada tra quelle strette mura; il sole invece si avvistava in lontananza, da pochi impervi angoli di osservazione. Le pareti mostravano macchie di umidità, sopra strati di vernici sgretolate. La polvere era un nemico onnipresente ma in fondo facile da tenere a bada. Era il mondo esterno così difficile da affrontare: urti, scossoni, contatti bruschi, erano per me una seria minaccia. La mia pelle bruciava e fremeva a ogni contatto. La sensibilità del tatto era incredibilmente accentuata, mi sembrava riuscire a percepire sulla pelle già soltanto l’approssimarsi di un tocco, o anche l’intenzione di una carezza.
Nei mesi seguenti le tracce fisiche dell’incidente sfumarono tra i mutamenti decisi del mio corpo, ma restò in me una sensibilità profonda, un senso del tatto sviluppato verso acute percezioni. Ero costretta al distacco dal mondo, a un contatto minimo, attuato con estrema attenzione.
Nel frattempo Il mio viso aveva però acquisito una patina grezza, mutante ogni giorno nelle forme e colorazioni. Non ero mai stata usa a rimirarmi allo specchio, a osservarmi lungamente nel mio aspetto, ma la lessi negli sguardi attorno, la mia accesa diversità. Negli occhi delle mie amiche c’era sgomento e solidarietà profonda. In tanti altri pura irrisione. I commenti poi arrivarono veloci, a scuola e fuori feci scalpore. La mia pelle di rettile catturava l’attenzione ancora più degli occhi indipendenti di Amelia, e fu un’ulteriore ragione di scherno comune.
“Celeste mostro della peste” diventò il mio nome completo. A cui si aggiungevano tiritere sempre più incalzanti. Era un modo alternativo per raggiungermi, colpirmi e ferirmi; uno strumento decisamente efficace. Per settimane intere a scuola sedetti in un banco disinfettato quotidianamente, anche i bidelli doverono detestarmi per questa incombenza aggiuntiva: almeno mi parve di scorgere questo nelle loro facce senza espressione. Io sedevo in disparte, e restavo accantonata durante tutte le giornate d’aula.
In quel periodo mia madre si era organizzata per starmi vicino. E anche lei sentì la cantilena destinata a me dai ragazzi del vicinato, una filastrocca senza troppa originalità di termini ma efficace nell’offesa, e d’improvviso capì che era chiamata a proteggermi, a farmi crescere come meglio poteva, meglio di così. Era ormai tempo di una nuova meta, ancora da scoprire.
Non aveva molta gente con cui confrontarsi a cuore aperto, cui chiedere aiuto, sostegno o soltanto un parere. Nelle settimane successive la sentivo muoversi incessantemente per casa rincorrendo i pensieri. Parlava da sola a gran voce, inveiva contro i nostri comuni mostri e discuteva sulle dovute operazioni di attacco.
Nel frattempo io affrontavo il giorno senza alcuna corazza, e le smorfie di disgusto mi attorniavano quotidianamente. “Non sei un mostro!” Mi garantì Amelia una volta che mi vide approssimarmi al pianto. “Quelli hanno soltanto bisogno di qualcuno da insultare”. In effetti le giovani iene avevano scelto il loro bersaglio, la loro debole preda. E i loro attacchi sembravano quasi riaprire le mie fresche ferite.
Mia madre invece aveva cominciato a indagare, cercava e ricercava le possibili alternative; poi contattò i suoi pochi riferimenti, e si propose per incarichi più o meno lontani. Temevo mi avrebbe portato in una città nebbiosa e imperturbabile, dove il vento non soffia e il sole non brucia né splende mai. Ma finalmente arrivò per noi una diversa destinazione.
Quella sera tornò a casa più tardi del solito, ma con un’energia diversa e un entusiasmo evidente. “Grandi notizie!” Mi annunciò a voce allegra. “Si cambia vita. Andiamo via da qui!”
Restai perplessa di fronte a quella dichiarazione. Non compresi subito l’entità del cambiamento imminente; certo non potevo immaginare quel che mi aspettava. Mia madre era stata chiamata a lavorare come aiuto cuoca presso un albergo pieno di stelle. E ci apprestammo a lasciare la nostra casa per una località marina e vacanziera. Non fu una vera e propria migrazione la nostra, ma un cambiamento radicale.
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Il Vento che non soffia - I testo di Giuliana Livnoor