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Certo che la Luna, vista da quaggiù, sembra ancora più bella. Sdraiato in mezzo agli aghi di pino, le fragranze della terra umida, il frinire sincronizzato dei grilli, le chiome degli alberi che lasciano libero uno squarcio di cielo come fossero le quinte di un teatro naturale. E la Luna come protagonista.
Stupenda. Le farei una foto col cellulare.
Se volando fuori dall’auto non l’avessi perso.
Non ricordo niente dell’incidente. C’è stato? Potrei scommetterci i due euro e cinquanta che dovrei avere in tasca? A giudicare dai dolori sparsi, direi di sì. La macchina non la vedo, e l’unico elemento estraneo – oltre me – è quello che sembra un copertone che spunta da un cespuglio. Che sia una ruota della mia macchina?
Provo ad alzarmi, ma mi arrendo in fretta; come sollevo la testa dal suolo un terribile capogiro mi fa desistere. Per quanto tempo sono rimasto incosciente? Sono partito verso la casa delle vacanze dopo pranzo, e a giudicare dalla Luna devono essere le dieci di sera. Non so dove mi trovi, direi da metà strada in avanti considerando i boschi come questo lungo il tragitto.
Credo di non avere niente di rotto, non avverto sanguinamenti e riesco a muovere tutto, anche se con parecchi dolori. Il problema maggiore è la testa e il capogiro che mi viene quando la sposto. Sento di stare per…
“Buongiorno, principessa!”.
Apro gli occhi. Anzi, dischiudo di un millimetro le palpebre: la luce mi dà fastidio come se avessi fatto una visita oculistica e mi avessero riempito di atropina per dilatare le pupille.
“Buongiorno, principessa”, ripete una voce.
Dove sono? Chi mi chiama?
Ci metto un po’ a ricordare l’incidente. Sollevo la testa, mi dà fastidio, anche se meno di ieri notte. Era ieri notte?
Dopo essermi abituato alla luce, riesco a mettere a fuoco il proprietario della voce. È un uomo sulla trentina. Se ne sta seduto su un masso abbastanza grosso che deve aver trascinato per sedervisi, si vede dalla traccia che si è lasciato dietro. Indossa vestiti di lino grezzo che hanno visto momenti migliori ed è scalzo. Ha i rasta, ma più che per scelta sua sembrerebbe per scelta dell’acqua, alla quale potrebbe essere allergico.
Sta rollando una sigaretta e non mi degna neanche di uno sguardo. Finita l’operazione, le dà una bella leccata e se la mette dietro l’orecchio. Non lo vedevo fare dai film di John Wayne.
“Ciao”, dico, tentando di mettermi a sedere.
“Ti avviso: il servizio in camera è pessimo da queste parti”. Si gira verso di me puntandomi gli occhi più azzurri che abbia mai visto.
“Servizio in camera?”. Ripeto, quasi sillabando le parole.
“Certo, per la principessa”.
“Ma…”. Non so se sono più stordito dai postumi dell’incidente o dalla situazione, fatto sta che mi ritrovo di nuovo sdraiato a terra a fissare il cielo.
“Aspetta, ci penso io”, dice.
Il tizio mi prende per le ascelle e con la delicatezza che useresti per gettare un sacco pesante di indifferenziata dentro un cassonetto, mi trascina mettendomi a sedere contro un albero.
“Grazie”, mi esce tra un urletto di dolore e l’altro.
“Per gli amici questo e altro”, dice, tornando a sedersi sul masso.
Amici?
“Senti, amico”, gli chiedo. “Dove siamo? Hai chiamato i soccorsi?”.
“Naaa, non potrei mai chiamarli”.
“Perché, se posso chiedere?”.
“Certo che puoi chiedere. Perché non ho il telefono”.
“Ah, capisco. Io ce l’avevo, ma devo averlo perso nell’incidente”.
“In macchina non c’è, ho controllato”.
“Hai visto la macchina? Mi ci puoi portare?”.
“Difficile. Non mi sembri in grado di arrampicarti”.
“Arrampicarmi?”.
“Già”. Il rasta punta un dito in alto. A cinque, sei metri dal suolo, in mezzo ai rami dei pini, un’automobile bianca se ne sta pacata a ruote all’aria con uno sportello aperto. La fisso sbalordito; non ci sono dubbi, è la mia macchina. Cosa ci fa tra gli alberi? E come sono sceso?
Alcuni rami, più in basso, sono spezzati. Potrebbero aver attutito la caduta prima che finissi al suolo.
“E come c’è finita lassù?”, penso a voce alta.
“Non credo si sia arrampicata neanche lei”, dice il rasta, che nel frattempo ha preso un ramo di una settantina di centimetri e lo sta lavorando con un coltellino svizzero. “Credo che siate caduti dal cielo. Cioè, dai tornanti che passano più su. Molto più su”.
Tento di scrutare in alto, ma la visuale è occlusa dalla fitta vegetazione.
“Sai che dovresti essere morto?”, dice il rasta, con un tono quasi dispiaciuto.
Glielo faccio notare. “Ti dispiace non lo sia?”.
Ci pensa un po’, la qual cosa non è di conforto. “No, dai. Alla fine, no. Ora starei parlando da solo”.
“Cioè, con un morto”, aggiunge, continuando ad armeggiare sul ramo.
Taccio. Vorrei analizzare la situazione, ma sono in condizioni pessime e chi mi potrebbe aiutare non credo abbia tutte le rotelle a posto. Mi potrei persino aspettare che da un momento all’altro si alzi e se ne vada, così, senza colpo ferire.
Forse dovrei tentare di legare con lui, magari se diventassimo ancora più… amici, non mi abbandonerebbe sotto un albero. E sotto una macchina.
“Come ti chiami?”, chiedo.
“Oh, ho smesso di chiamarmi molto tempo fa. Anzi, non mi chiama più nessuno da anni”.
“E come ti posso chiamare?”.
“Perché mi dovresti chiamare? Ora sono qua, e quando non sarò più qua non potrai farlo. Non ho il telefono, ricordi?”.
“Era per dire che…”.
“Straniero”, mi interrompe, ma sempre continuando a cesellare con il coltellino.
“Straniero?”.
“Per ora chiamami Straniero, poi non chiamarmi più”.
“Va bene, Straniero. Io mi chiamo…”.
“Non me ne frega niente di come ti chiami, principessa”, dice innervosito interrompendo il lavoro sul ramo, per poi riprenderlo.
Bene, penso che non diventerà un mio testimone di nozze.
Male, potrei non arrivare a sposarmi.
Per evitare di fare ulteriori danni, forse è meglio che sia lui a dettare il discorso. Aspetto che parli.
Aspetto.
Non parla.
Si alza e si allontana. Se ne sta andando? Non mi vorrà abbandonare qua?
“Dove vai?”, chiedo, con un filo di voce che io stesso sento a malapena.
“Ho fame”. Mi ha sentito.
Tento di sollevarmi, vorrei andargli dietro, ma è uno sforzo inutile e doloroso. Mi arrendo contro il tronco, non voglio perdere di nuovo i sensi, ho paura di quello che potrei trovare al risveglio. O non trovare più.
Nonostante il mio timore, Straniero torna. Ha una busta di plastica scolorita dal tempo di una catena di negozi fallita da almeno dieci anni. Me la porge, la prendo. C’è della carne dentro, dall’odore forte sembra cacciagione, forse cinghiale. È già tagliata a pezzettini, ne prendo uno e sto per portarlo alla bocca.
“Cotta è meglio. Non c’è la cucina a casa tua, principessa?”.
“Pensavo che…”.
“Se, se, pensavi”.
Straniero recupera qualche pietra, la usa per delimitare una piccola zona circolare e accende un fuoco sul quale cucina la carne. Mangiamo. Non dice una parola.
Poi, all’improvviso, si sblocca. “E quando non cadi dagli alberi cosa fai?”.
“Lavoro. Lavoro d’ufficio. Pallosetto, ma ho questo. Un po’ di sport, qualche uscita con gli amici. Solite cose”.
“insomma: produci, consuma, crepa”, dice, citando i CCCP, un vecchio gruppo punk. “E tu volevi arrivare in fretta al ‘crepa’, mh? Donne?”.
“Sì, Chiara”.
“Com’è?”.
“Cioè, com’è?!”.
“Mi hai capito”.
“È Intelligente, simpatica, è laureata in…”.
“Ma chi se ne frega! È bona?”.
“A me piace”.
“Ho capito, è un cesso”.
“Non è un…”.
“See, see, fregatene. È un cesso. Contento tu”.
“Non è un ce…”.
“Sarà preoccupata?”, mi interrompe.
“Beh, penso di sì”.
“No, secondo me sta già con un altro”.
“Sta con un altro?!”. Questo tipo è pazzo. “Dici che appena sono scomparso, cioè ieri, mi ha rimpiazzato? Così, in quattro e quattr’otto, senza neanche una lacrima?”.
“Magari si vedeva già con un altro e finalmente possono stare assieme senza te in mezzo alle balle”.
Straniero si ferma per pensare, poi continua. “Certo che hai avuto una cazzo di sfiga, eh? Ti salvi dalla caduta e Chiara ti lascia”.
“Chiara non mi ha lasciato!”, alzo la voce.
“E non credo alla sfiga”, aggiungo. “Forse era destino che succedesse. Forse è stato Dio a volerlo”.
“Dio, eh?”.
“Già, Dio. Potrebbe essere tutto un Suo piano”.
Straniero annuisce pensieroso e col ramo lavorato traccia segni nella cenere. Simboli. Chi lo sa, magari sono rune magiche, magari è uno sciamano. Dopo ogni simbolo, cancella, utilizzando un altro rametto che ha ancora delle foglie. L’ultimo segno tracciato è una “X”.
Dopo aver cancellato anche quella, si mette seduto a gambe incrociate, con pollici e medi uniti a formare due cerchi, i palmi rivolti verso l’alto e appoggiati sulle ginocchia.
“Ora silenzio”, dice, rivolgendo gli occhi verso il cielo e chiudendoli. “Devo fare una cosa”.
Dopo aver inspirato ed espirato a fondo una decina di volte, si immobilizza, rimanendo in questo stato, quasi in trance, a fare la sua cosa per un tempo decisamente lungo.
“Bene”, dice infine, riaprendo gli occhi e alzandosi. “I soccorsi stanno per arrivare”.
“Te l’hanno detto gli spiriti?”.
Mi fa cenno di stare zitto mettendo un indice davanti alla bocca, poi indica un punto lontano.
Guardo. Ascolto. Mi sembra di sentire delle sirene in lontananza, quasi impercettibili. Le avrà udite prima di me, spero. Non sono stati certo gli spiriti a dirglielo, vero?
“Beh, addio”, dice stiracchiandosi e ripulendosi a manate i pantaloni dalla polvere.
“Se posso esserti utile in qualche modo…”.
“Non ho niente di ciò che non mi serve”.
Straniero mi passa il ramo, come fosse un tesoro da custodire gelosamente, e si avvia, accendendosi una sigaretta.
“Salutami Chiara, se la rivedi”, dice senza girarsi.
Credo mi stia prendendo per il culo, non rispondo neanche.
Trascinando i piedi con un passo che denota una totale mancanza di fretta o di interesse per quello che verrà dopo, percorre una cinquantina di metri per poi fermarsi e voltarsi verso di me.
“Ah, ho parlato col tuo Dio”, dice. “Non sa neanche il tuo nome”.
Detto questo, sigaretta in bocca e mani in tasca, riprende il suo cammino verso chissà dove, sparendo in mezzo alla vegetazione.
“Non sa neanche il tuo nome”, ripeto. Le sirene si avvicinano.