Come sono andate davvero le cose 02

scritto da George Bailey
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
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Secondo e terzo capitolo
- Nota dell'autore George Bailey

Testo: Come sono andate davvero le cose 02
di George Bailey

03-Come conobbi Smitty.

L’avevo visto recitare in parecchi films, così quando me lo trovai davanti per la prima volta mi comportai proprio come un provinciale.
Balbettai qualcosa e gli chiesi un autografo. Lui finse di niente, prese il bicchiere di latte che aveva chiesto e se ne andò a sedersi al tavolo più lontano.
Mi ricordo bene che se ne stette almeno mezz’ora là in fondo al locale, con la faccia rivolta al muro, muto, a fissarmi.
Solo più tardi seppi che stava decidendo se fidarsi di me o no.
Appena lo vidi mi parve invecchiato ma pur sempre un bell’uomo.
I suoi tantissimi capelli neri stavano fermi, immobilizzati dalla brillantina. Le spalle, larghe come quelle di un atleta, facevano un’ombra grande sul pavimento colpevolmente sudicio del mio locale e le mani, lunghe e forti, riposavano una sulla coscia sinistra e l’altra sulla formica rossa del tavolo, di fianco al bicchiere.
Il suo nome era Reginald O’ Malloy, per gli amici Smitty.
Ancora diciottennne, uscito dalla Scuola d’Arte Drammatica di Los Angeles, si era trovato un posto come vice cuoco in un ristorante take-away aperto ventiquattro ore su ventiquattro e con i soldi che ne ricavava si pagava l’affitto di un postaccio umido e puzzolente. Il lavoro faceva schifo ma gli consentiva di organizzare turni flessibili con altri quattro colleghi e partecipare ai casting che le case cinematografiche organizzavano periodicamente.
Voleva fare l’attore e quando sapeva che stavano cercando un volto nuovo arrivava agli studios puntuale e di buonumore: era certo che prima o poi qualcuno lo avrebbe notato. Così se ne stava ore e ore in coda sotto la pioggia o il sole per giocarsi pochi minuti davanti a un regista . Appena la luce dei riflettori si accendeva lui faceva quello che gli dicevano: fissava la telecamera, si toglieva la camicia mostrando il petto, recitava una frase, guardava a destra, a sinistra, sorrideva, piangeva, urlava e molto altro. Poi, così come era venuto, tornava al ristorante e lavava altri piatti.
Infine - mi disse quando iniziò a raccontarmi la sua incredibile odissea- incontrai J.S.Jameson, a quell’epoca il produttore numero uno di un’affiliata della Warner. Puzzava di sigaro e beveva gin come fosse acqua. Mi fece immaginare di essere inseguito, catturato, mi costrinse a lottare contro nessuno, a urlare minacce al vuoto, mi chiese di camminare , saltellare su di un piede solo e di nitrire, abbaiare e fischiare. Poi, quando ormai si era fatta sera, mi ordinò di aspettare in corridoio. Avevo capito che gli interessavo ma per quel giorno non seppi altro e dopo un’ora di attesa un impiegato mi rimandò a casa dicendo che mi avrebbero fatto sapere. Tre giorni dopo mi chiamò J.S.Jameson in persona e mi propose una parte.
Quasi mi venne un colpo. Accettai per telefono senza nemmeno chiedere quanto mi avrebbero pagato. Sentivo che era fatta.-
E infatti Smitty non smise più di lavorare nel cinema per almeno quindici anni.
Fu ingaggiato per un’infinita serie di films: Gli ultimi giorni di Urano, Viaggio al Dodicesimo Pianeta, Stellar Boy, L’invasione dei Keduk, Meteore impazzite da Giove, Perduto su Venere, Il Gigante di Marte, Spedizione ad Atlantide, La Città dei Sevioks, L’astronave del dottor Argo, il Fantastico Mondo dei Gemelli Gamma e molti altri.
La mascella quadrata, lo sguardo maschio e rassicurante, il fisico potente e longilineo facevano di lui lo stereotipo dell’avventuriero senza macchia e senza paura, l’esploratore spaziale, l’americano coraggioso che spende i suoi giorni nel tentativo di superare i limiti che la natura ha imposto all’umanità.
-La prima volta che mi fecero indossare una tuta da astronauta mi parve un battesimo,- diceva- un’iniziazione. Era leggerissima, quasi senza peso, arancione come certi tappeti che avevo visto in un albergo del New Mexico. Sentivo che mi stava a pennello e che mi fortificava. Da dentro il grande casco di plastica che mi avevano messo in testa potevo osservare le cose attraverso una lente dalle proprietà magiche: mi era stata regalata una nuova prospettiva. Ogni cosa mi pareva ne celasse un’altra. Il mondo mi si offriva rinnovato, ricco di segreti.-
Fu così che Smitty lavorò, ogni giorno o quasi, per tanti e tanti anni, entrando e uscendo da astronavi di plastica e cartone, avendo a che fare con Marziani dalle facce dipinte di blu e antenne posticce sulla fronte spaziosa, uccidendo mostri di gomma alti sei metri, salvando Venusiane con parrucche viola come lo smalto delle loro unghie e volando appeso ad una corda di nylon spessa tre centimetri sopra Kandaar, la Città Atomica.
Accadde che per qualche anno quei films riscossero un successo economico più che discreto perché le case cinematografiche, che per produrli riutilizzavano scenari e costumi di lungometraggi a budget più alto, li distribuivano soprattutto in provincia, dove un pubblico meno sofisticato di quello dei grandi centri urbani li accoglieva con stupore, riempiendo i piccoli cinema nei pomeriggi di domenica.
Nei circuiti minori, dunque, Reginald O’ Malloy divenne una celebrità.
Apparve almeno una volta su Variety e su Stars, partecipò per tre anni consecutivi al Teddy Vikens Show come secondo ospite del sabato sera e col ricavato dei suoi viaggi spaziali si comprò un paio di ville con piscina, cinque macchine e una moglie da schianto.
Tutto questo finchè al pubblico non smisero di interessare più di tanto le lotte nucleari tra i bellicosissimi Marziani e i saggi ma indolenti Saturnini.
I tempi erano cambiati. La tecnologia che via via stava entrando nella vita quotidiana delle famiglie d’ogni classe sociale aveva d’un tratto sgrezzato l’uomo della strada che ormai guardava alla vita in modo meno ingenuo di un tempo. Le antenne ficcate in testa a improvvisate comparse dagli occhi a mandorla, le luci intermittenti sulle plance di aerorazzi appena abbozzati, i mostri goffi e palesemente
finti che arrivavano da Vega per divorarci tutti, divennero imbarazzanti retaggi di un passato completamente superato.
Il gusto della gente aveva compiuto un salto gigantesco, un salto che si lasciava indietro l’universo ingenuamente avventuroso in cui aveva volato per anni il povero Smitty.
La sua stella aveva smesso di brillare e, come spesso accade, lui fu l’ultimo a rendersene conto.
Assolutamente l’ultimo.
A fargli capire che cosa stava succedendo non bastò la rescissione del contratto che lo legava indirettamente alla Warner per altri cinque anni né fu sufficiente il rifiuto di molti sceneggiatori di scrivere qualcosa di nuovo per lui.
Non se ne fece una ragione nemmeno quando sua moglie lo mollò per un attore di dieci anni più giovane, astro nascente del nuovo realismo cinematografico e, come se non bastasse, rifiutò di aprire gli occhi persino davanti al clamoroso insuccesso di Guerrieri dall’Oltremondo, film che produsse lui stesso con il ricavato della vendita di entrambe le ville e di tutte e cinque le macchine.
-In quei giorni mi sembrava impossibile che fosse iniziata la mia rovina,- mi raccontò - non poteva essere vero. Il mondo non poteva essere cambiato così tanto. Doveva esserci sotto qualcosa, per forza. Non ci dormivo la notte. Iniziai a prendere ansiolitici e calmanti. Me li procurava un dottore che avevo conosciuto sul set di qualche film. Ogni giorno, quasi ogni ora, dovevo avere le mie pastiglie, le mie gocce. Poi sentii che dovevo bere. Avevo bisogno di tempo, tempo per capire, per analizzare, per decifrare il messaggio. Fu solo un paio d’anni dopo, quando mi fui scolato metà dei super alcolici di tutto il mondo, che capii davvero che cosa era successo.-
E quello che Smitty capì, vi assicuro, non è quello che pensate.

04-Elvis.

Se l’aveste visto capireste perché lo chiamavano Elvis.
Vi giuro che se si fosse proposto alla redazione di una di quelle trasmissioni televisive dove i sosia dei personaggi famosi vanno ad esibirsi, sono certo che gli avrebbero offerto un contratto a vita.
Assomigliava a Mister Presley più di quanto possiate mai immaginare.
Campava bene dipingendo moto, auto, camion e altro con l’aerografo. Era in grado di personalizzare qualsiasi vettura o frigorifero disegnandoci sopra belle ragazze seminude, cavalli in corsa, città colme di grattacieli e mille atre cose.
Un giorno, poche settimane prima di sparire, decise di farmi un regalo e dipinse sul tetto della mia auto lo stemma di Superman, avete presente la grande esse dentro un diamante? L’anno scorso, quando ho dovuto buttare la macchina, ho fatto segare via il tetto e l’ho appeso sul muro del bar, proprio sopra lo specchio. Se passate potete vederlo.
Sceglieva sempre lui che disegno fare.
Sosteneva di essere l’unico a sapere quale immagine si sarebbe meglio adattata al carattere di una persona. Ho sentito con le mie orecchie gente pregarlo in ginocchio di fare come chiedevano ma lui niente, non c’era verso. O si faceva modo suo o potevano accomodarsi da un altro.
E tutto questo, come ebbi modo di scoprire più avanti, non accadeva per caso o a causa di un vezzo stravagante.
Tutt’altro.
Ma di questo vi dirò dopo.
Per adesso vi basti sapere che Elvis perseguiva uno scopo preciso, precisissimo: voleva conoscere al meglio quante più persone possibile e i suoi disegni erano solo una scusa per avvicinarle.
La sua discreta fama, diffusa tramite il passaparola, faceva sì che molta gente arrivasse anche da parecchio lontano disposta a fare come lui voleva pur di cercare di tornarsene a casa con la faccia di George Harrison sul cofano dell’auto. O quella di un altro dei Beatles se lui la titeneva più adatta.
A chi gli commissionava un lavoro lui spiegava con freddezza, quasi fosse una cosa normale, di avere assolutamente bisogno di frequentare una persona prima di poter definire il soggetto del dipinto che avrebbe dovuto eseguire e chiariva fin da subito che la cosa avrebbe richiesto un po’ di tempo: poteva bastare una cena oppure poteva volerci una settimana di frequentazione. Non poteva essere più preciso quindi prendere o lasciare.
Per lui la fretta non esisteva. Ogni cosa aveva un tempo predefinito lungo il quale svolgersi ed era assolutamente inutile e persino controproducente tentare di accelerarne il naturale decorso.
-Sai quanti ne ho visti venire da me e chiedere cose a caso?- mi diceva serissimo davanti alla birra chiara poggiata sul bancone- A centinaia. Ma solo pochissimi mi
hanno chiesto qualcosa che ho potuto eseguire … e sai perché? Perché la gente non
si conosce, non sa nulla delle proprie ombre, non fa i conti con l’essenza reale del
proprio spirito!-
-In che senso, scusa?- Chiedevo.
-Nel senso che personalizzare la propria Harley, tanto per fare un esempio, significa esternarsi ed è quindi fondamentale conoscere bene la propria essenza. Chiaro? Altrimenti…-
-Altrimenti?-
-Altrimenti si corre il rischio di sponsorizzare qualcosa che non si è. Cosa ne diresti se la gioiellieria qui all’angolo mettesse dei salami in vetrina piuttosto che perle e smeraldi? Ti parrebbe una cosa logica?-
-Ed è così grave se uno crede di essere diverso da quello che è?-
-Gravissimo. Dobbiamo sembrare solamente quello che siamo.-
-Scusa ma non sono affari suoi se un tale pensa di essere una giraffa? Se ti capita un tizio che vuole una donna nuda sulla porta del camper o un ippopotamo giallo sullo steccato di casa tu disegnali e prenditi i soldi!-
-Non esistono affari che non siano di tutti, Telonious, credimi. La verità e la coerenza vanno perseguite con regolarità. Anzi, -aggiunse serissimo - se accetti un consiglio, laddove tu dovessi notificare una certa manzanza di coerenza nel comportamento di chiunque, segnala a quella persona l’anomalia e fà il possibile per risolvere la questione.-
-Non ti pare di essere esagerato?-
-Per quanto mi riguarda ho una certezza, esagerata o no: non posso disegnare cose sbagliate alle persone giuste o cose giuste a quelle sbagliate.-
-Diciamo che non vuoi farlo.- Precisai.
-Non volere e non potere per me coincidono perfettamente. Posso fare a meno dei soldi ma non del sonno leggero che mi dà la convinzione di perseguire il giusto. Voglio seminare armonia non equivoci. Sono tempi duri questi, amico mio.- E rise appena.
L’ho visto decine e decine di volte rifiutare ingaggi pagati profumatamente solamente perché il cliente non aveva intenzione di cenare con lui o andare a vedersi un film assieme per poi discuterne tutta la notte.
Mandò all’aria lavori che lo avrebbero reso sicuramente più ricco e non ebbe mai un dubbio sulla strada da percorrere.
Nudo e puro, come si dice.
Elvis girava in giro fiutandosi intorno, proprio come un lupo, solo, sempre alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo so che vi state chiedendo che cosa stesse davvero cercando.
Lo farei anch’io se fossi in voi.
Pazienza che ci arrivo.

Come sono andate davvero le cose 02 testo di George Bailey
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