Ore che passano lente. Ore che scorrono piano. Ore che respirano. Ore che piangono. Ore...ore...ore... Interminabili ore che
catturano la mia estrema agonia, la mia tremenda angoscia, l'incolmabile senso di vuoto che mi devasta.
Ore che... ore che ogni ora potrebbe essere la tua ultima ora.
Passai, seduta fuori quella maledetta porta, a fissare quel maledetto cellulare, due maledette ore.
15 telefonate da Flavio. 5 da mia madre.
'Cominciamo da quella più semplice', pensai:
"Mamma, sono io, Misia."
"Finalmente, ti chiamo da almeno 3 ore, Misia! Ma dico, una telfonata per farmi sapere che sei viva!!"
Mia madre, la classica madre iperprotettiva, un po' paranoica. Era adirata ma come potevo dirle se non così
dov'ero e perchè?
"Mamma senti, io sono in ospedale. Tranquilla, non per me! Io sto bene. Sono qui per Davide, è in coma. ha avuto un brutto
incidente in moto stanotte."
"E a te cosa importa?! Cioè, capisco che possa dispiacerti ma passare la giornata lì mi sembra troppo, non credi?"
Mia madre aveva vissuto con me tutti i dolori lancinanti psico-fisici che la storia con Davide mi aveva provocato, per questo,
non nutriva grande affetto verso di lui. In più, aveva capito che lui fosse il mio debole e che lo sarebbe stato sempre.
Un po' si arrendette a quest'idea quando, dopo il mio silenzio, esclamò:
" E va bene! Lo so che non te ne andrai mai
da lì fino a quando non si sveglierà! Mangia mi raccomando!"
Poi con tono dolce e materno aggiunse:"E... fammi
sapere come sta!"
"Grazie mamma, ti voglio bene. Ciao"
Riagganciai. Almeno lei aveva capito! Ora, però arrivava la parte difficile. Chiamare Flavio, dirgli che ero corsa lì,
dirgli che non avevo intenzione di andarmene e dirgli che avrei passato lì i miei giorni.Non avrebbe capito.
"Pronto."
"Ohi, sono io"
Era incazzato nero!
"Scusami se non ti ho richiamato prima, in realtà nemmeno avevo accanto il cellulare"
"Ma che cazzo di fine avevi fatto Misia! Ti rendi conto, ho pensato di tutto!"
"Lo so, scusa...."
Mi interruppe urlando: "Sai un cazzo! Dove cazzo eri? Dove cazzo sei?"
Dovetti per forza urlarglielo:"Flavio, smettila! Davide è in coma ed io sono con lui. Sono in ospedale e non ho intenzione
di andarmene!".
Silenzio....
Silenzio...
"Misia, misia... Dovevo immaginarlo. Quando tu non rispondi al cellulare e sparisci c'è sempre quello di mezzo!"
"Almeno chiamalo per nome."
"Spiegami perchè sei lì, potevi limitarti ad una telefonata di cortesia."
"Flavio, non farmi incazzare. Non è il momento che tu faccia il geloso. Sai quanto gli voglia bene.
Se fossi altrove vorrei solo essere qui. Ora spero che tu lo capisca senza troppe storie, perchè per quel che mi
riguarda, potrai urlare, incazzarti, venirmi a prendere con la forza... Io da qui non me ne andrò."
"Lo so, lo so.... Figuriamoci.... Vabbè chiamami quando avrai tempo, se non sarai troppo presa a contemplare quello..
Perdonami!
Se non sarai troppo presa a contemplare 'D-a-v-i-d-e'."
Mi fece il verso, pronunciando il suo nome. Come immaginavo la conversazione mi aveva innervosita e decisi di concluderla:
"Vaffanculo Flavio!"
Riagganciai.
Tirai, ad ogni modo, un respiro di sollievo. Avevo disturbato mia madre e la sua quiete, avevo litigato col mio ragazzo.
Almeno, avevo finito di spiegare agli altri dov'ero e perchè ed ora, potevo stare tranquilla a pensare solo a lui.
Passai il resto della giornata entrando e uscendo dalla sala di rianimazione. Erano le 20:00 quando me ne andai, lasciando
lì con lui suo fratello, al quale intimai di rispondermi al cellulare a qualunque ora e di chiamarmi subito se la situazione
fosse cambiata, anche solo di una virgola.
Anche se solo avesse mosso un dito o respirato in modo diverso, avrei voluto saperlo.Arrivai a casa e senza cenare filai dritta
a letto. Tentai di dormire... Un po' ci riuscii.
Nove giorni dopo.
Ci sono momenti in una vita, in cui ci si sente persi e soli.
In cui la rabbia prende il sopravvento...Ci sono
momenti in cui s'impreca, magari, perchè si è bucata una ruota, o perchè
l'ultimo barattolo di fagioli della nostra riserva è scaduto.
Tanti di questi momenti in una vita in cui si dovrebbe barattare la rabbia
con un sorriso leggero.
Mentre guardavo Davide, ancora immobile su quel letto, mi lasciavo andare in
questa, apparentemente banale, riflessione.
Quanti momenti sprecati in una vita.... Li avrei scambiati tutti per un solo
nuovo momento in cui poterlo guardare negli occhi ancora una volta.
Erano passati esattamente nove giorni dall'incidente, ed i medici
definivano 'stabili' le sue condizioni. Per quanto cercassi di convincermi che la parola
"stabili" fosse una grazia, mi sentivo tutt'altro che miracolata.
Passavo accanto a lui le mie giornate. Non avevo una vita e quel minimo
di vita sociale che mi concedevo, era un disastro.
Mia madre era stufa di vedermi in condizioni psico-fisiche precarie ed atroci
e Flavio cominciava a scalciare, non tollerando tutte queste attenzioni verso un
mezzo morto col cervello in stand-by. In quelle giornate d'ospedale, passavo il tempo
a ricordare con Davide i bellissimi vecchi tempi ormai andati.
"Ho perso le parole eppure ce le avevo qua un attimo fa.
Volevo dire cose. Cose che sai che ti dovevo...che ti dovrei.
Ho perso le parole. Può darsi che abbia perso solo le mie bugie.
Si son nascoste bene, forse, però, semplicemente non eran mie...
Te la ricordi, Davi? La nostra canzone preferita!"
Gliela stavo cantando sottovoce. Non era la nostra canzone, noi non
ne avevamo una! Non eravamo i tipi da canzoni d'amore. Non eravamo i tipi da" Nostre canzoni". Eravamo di quelle coppie
poco ordinarie che, invece di dedicarsi canzoni strappalacrime,ne cantavano altre, urlando, dedicandosi gli sguardi liberi e
felici. Questa canzone per me rappresentava la nostra storia. C'era la prima sera che ci siamo conosciuti.C'era quella
volta
in spiaggia quando, dopo aver lottato nella sabbia mi bloccò le mani con le mani ed il corpo col
suo corpo e mi disse: "Ti amo piccola".
Questa canzone c'era quando
l'ho mille volte riascoltata per distruggermi di più quando scoprì che mi aveva tradita.
"Ho perso le parole oppure sono loro che perdono me. Lo so che dovrei dire cose che sai che ti dovevo..che ti dovrei.
Ho perso le parole. Vorrei che mi bastasse solo quello che ho. Io mi farò capire anche da te, se ascolti bene. Se ascolti
un po'. Credi...."
E successe.... in quell'attimo esatto. Improvvisamente, un dito si mosse. Un movimento netto, quasi impercettibile.
Ma cazzo!
Io l'ho percepii. Ero lì che lo aspettavo da giorni. Quel gesto, piccolo e deciso.
Balzai dalla sedia, corsi fuori, dov'era sua madre.
"Davide ha mosso un dito!!!!!"
Non dimenticherò mai più l'espressione di sua madre.
Non ho mai visto tutta quella gioia in un volto solo.
Chiamammo le infermiere, corremmo in stanza e Davide aveva aperto gli occhi. Oh mio Dio.
Piansi, piansi e piansi e risi. Risi piangendo e nemmeno mi rendevo conto più di dov'ero, di chi ero.
Era il suo mezzo sorriso che era tornato. I suoi occhi nocciola, si erano aperti e mi avevano guardata. Era la mano
di quella donna che forte mi stringeva, mentre le infermiere ed i medici si accertavano delle sue funzioni vitali.
Mi era sembrato di trovarmi in un film muto di cent'anni fa. Tutti si muovevano, essendo frettolosi e un po'
ridicoli. Nessun suono. Tutto silente e veloce. Tutto silente ed emozionante.
Nonostante il coma, Davide, non aveva perso il suo humor. Sembrava burlarsi di noi, poveri deficienti, piangenti come salici,
che lo guardavamo increduli.
Come poteva sminuire anche in quella situazione l'intriseca tragicità dei momenti precedenti al suo risveglio.
Ed ecco, che ancora mi ricordavo perchè l'avevo tanto amato. Lui riusciva dove gli altri non riuscivano.
Poteva sorprenderci anche un attimo dopo essere resuscitato.
Amabile disamore - Capitolo 2 testo di Nurìa