Cari amici vannacciani

scritto da Apocrifo Ipocrita
Scritto 6 giorni fa • Pubblicato 13 ore fa • Revisionato 13 ore fa
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Arriva il momento in cui la misura è colma.
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Testo: Cari amici vannacciani
di Apocrifo Ipocrita

Da un po' di tempo in qua sembra che agli Italiani piaccia  stare dalla parte sbagliata della storia.
Ad esempio, dovendo scegliere se aiutare gli Ucraini a difendersi e schierarci con i paesi europei, optiamo per vie intermedie che ammiccano ai loro nemici; un modo come un altro per dire: casomai ce ne fosse l'opportunità, io non volevo aiutare ma anche, in caso gli eventi prendessero la piega contraria, io ho aiutato.
Come se gli altri che guardano non fossero in grado di ravvisare la vigliaccheria e l'opportunismo che si celano dietro un simile atteggiamento.
Il risultato è quello di confermare l'inaffidabilità di un popolo, gente che a parole spacca le montagne con la sindrome del botolo ringhioso  che se la fa sotto appena gli fai bau ma che, se si sente spalleggiato da un pastore tedesco feroce, diventa spavaldo e crudele.
Bisogna avere il coraggio di dirselo in faccia: siete dei cacasotto! Come quel vostro Duce che si vantava di stuprare le donne ma, non appena si è sentito sul collo il fiato degli uomini, per salvare la ghirba si è nascosto sotto una sottana. Che uomo esemplare.

Oggi ci ritroviamo Vannacci, affetto dalla stessa sindrome: uno che dice che il mondo va al contrario perché non c'è più il patriarcato mediterraneo e perché abbiamo gente con vari gradi di pigmentazione che calca i nostri marciapiedi. E te lo dice avendo  stampati in faccia i chiari tratti somatici di un tunisino, aggravati da un sorriso ebete che verrebbe voglia di levarglielo a suon di schiaffoni.

E' la stessa faccia con cui ha pubblicato una scenetta in cui i suoi avversari politici in catene in mezzo a un improbabile colosseo verranno sgozzati e a cui verrà sfondato il cranio con una falce e un martello arrugginiti. Un umorismo sobrio insomma.
E voi, amici vannacciani, ridete plaudenti sostenendo che è satira. Lasciate allora che vi delizi con la satirica scenetta di un Vannacci appeso per i piedi a testa in giù: la considerereste satira o un incitamento alla violenza?

Vannacci, uno che se gli chiedi di dichiararsi antifascista si rifiuta, senza avere il coraggio di ammettere che lui è fascista ma adducendo che il fascismo è anacronistico. Eppure chi ha scritto la Costituzione su cui si basa in nostro impianto giuridico non ritenne affatto anacronistico dichiarare a chiare lettere che l'Italia è una Repubblica antifascista. Quindi, per il nostro ordinamento, o sei antifascista o - mi dispiace - abbi le palle per dire quello che sei realmente.
Peraltro Vannacci, il non-antifascista, è stato generale della Folgore e come tale ha giurato fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica. Anche la coerenza sembra essere un valore superato.
Da giovane ho avuto occasione di paracadutarmi insieme a quelli della Folgore, di fare esercitazioni nella loro caserma di Pisa. Quando ci allenavamo correvamo per i parchi cittadini cantando a squarciagola "Cuore d'acciaio allerta, il cielo è una pedana..." una canzone talmente ridicola che persino i drogati si ricomponevano e si facevano grasse risate. 
Ricordo un verso in particolare riferito ai parà che piombano sul nemico: "...pugnale in mezzo ai denti, in uno contro venti, si battono così".
Be', amici vannacciani, la storia dice che le brigate fasciste purgavano i loro nemici, dei cittadini inermi loro connazionali, violandone le case in venti contro uno.
Decidiamoci: siamo come ci descrive la canzoncina dei parà o ci identifichiamo con il manipolo di vigliacchi che si fa scudo della maggioranza numerica?

Quel che più mi rode è che sarebbe tutta una burletta, materiale da cui Charlie Chaplin saprebbe ricavare ottimi spunti per allietare gli animi  attraverso la caratterizzazione delle debolezze umane. Sarebbe. Se non fosse che ai miei connazionali manca il senso dell'ironia e il senso del ridicolo per cui sono sempre pronti a girare impettiti per il mondo mentre il mondo ride alle nostre spalle.

Una volta una mia ex mi chiese quale fosse, per me, il difetto più grave in una persona. Il peggior peccato mortale diciamo.
Io mi lambiccavo tirando fuori vizi generici senza sapere a quale dare maggior peso: disonestà, egoismo, accidia, ...
Quando le rigirai la domanda lei rispose: "la mancanza di coraggio".
Lì per lì la presi come un'affermazione opinabile. Con gli anni ho imparato che la questione è tutta lì e ho capito che il coraggio non è innato ma è qualcosa che si insegna con la cultura, è fortemente collegato al senso dell'onore che del coraggio è la moneta.
E non è qualcosa che si possa insegnare a parole; si insegna con gli esempi, con la testimonianza in prima persona.
Io mi guardo intorno, amici vannacciani, e vedo molti fanfaroni ma di gente coraggiosa per davvero...

Cari amici vannacciani testo di Apocrifo Ipocrita
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