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L'emozione più forte che Viola aveva provato dopo la separazione era stata la rabbia. Una rabbia profonda, nata soprattutto dall'aver permesso che la storia si protraesse così a lungo, nonostante un'incompatibilità evidente già nei primi mesi.
Cosa l'avesse tenuta legata a quella situazione non lo sapeva con precisione: non certo la paura della solitudine, quanto forse le continue promesse di cambiamento che puntualmente non venivano rispettate. Era arrabbiata con lui, perchè si sentiva presa in giro, ma soprattutto con se stessa, per averglielo permesso.
Qualunque fosse la ragione, sapeva che prima o poi avrebbe dovuto liberarsene. Per questo motivo aveva provato ad avvicinarsi al mondo dello yoga e della meditazione. Grazie alla pratica aveva capito che quella separazione era a tutti gli effetti un lutto: andava attraversato, compreso e infine lasciato andare.
E ci era riuscita. Per un periodo si era sentita persino molto zen. Prendeva tutto con calma, respirava profondamente prima di rispondere ed era capace di guardare la vita con un certo distacco.
Poi le cose erano precipitate: due eventi drammatici, a poca distanza l'uno dall'altro, le avevano fatto dimenticare di colpo quella pace ritrovata, e la rabbia era riesplosa.
Ma stavolta era diverso. Quella reazione era più controllata, meno autodistruttiva, quasi necessaria. Viola aveva capito che alla propria natura non si sfugge e che, in fondo, lei aveva bisogno di quell'energia per muoversi. Era proprio dalla rabbia di fronte alle ingiustizie e alle avversità che trovava la spinta per rialzarsi più forte di prima.
La chiave non era eliminarla, ma imparare a gestirla: trasformarla in azioni costruttive per ribaltare l'esito di ciò che non poteva controllare.
Il suo progetto nasceva esattamente da lì. Era qualcosa di bello e di utile, sorto dalle ceneri di ciò che non c'era più, e alimentato da una dose consapevole di rabbia 'buona'.