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Il cielo si riprende le ali
Ho fatto da scudo
a crolli mai miei,
ho caricato sulle vertebre
montagne strappate ad altri,
colpe che non ho mai commesso.
Mi sono vista piegare la schiena
sotto il metallo freddo
di doveri che non ho mai chiesto,
mentre io volevo soltanto camminare.
Mi sono fatta guscio,
colonna,
pilastro,
ho retto il peso
di cieli stranieri
finché la carne
non ha gridato pietà,
finché l’osso
non ha iniziato a scricchiolare.
Ma basta.
Ora disubbidisco alla resa.
Mi sfilo i carichi
a uno a uno,
li lascio cadere a terra
senza chiedere scusa.
Scuoto di dosso
un inverno di piombo
cucito dentro i tendini.
Perché là sotto,
soffocata dal fango,
c’era una forma
rimasta al buio:
due lame d’aria,
una piuma di fuoco,
la sostanza sacra
di chi è nato per il volo.
Lavo via il calcinaccio
dalle vertebre,
sento la spina dorsale
che strappa il buio
e si raddrizza.
Non sono un piedistallo
per le rovine degli altri:
sono il cielo
che si riprende
le ali.
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