Un semplice incidente

scritto da Mary Read
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Testo: Un semplice incidente
di Mary Read

 

Sono andata al cinema. No, niente di natalizio. Niente cinepanettoni. 

Ero stanca di guardarmi in giro e non ritrovarmi, l’atmosfera di Natale mi riporta sempre indietro nel tempo, odio andare indietro nel tempo, e allora sono andata al cinema. Avevo letto:vincitore della Palma d’oro di Cannes 2025 e non mi entusiasmava l’idea di vedere qualcosa che avrebbe potuto rendermi ancora più pesante l’uscita dalla sala. Regista iraniano, bandito nel suo paese, più volte arrestato e processato. Jafar Panahi. Mi sono guardata in giro, non c’era nessuno, due o tre persone alla cassa che compravano il biglietto, davvero quattro gatti. Tutto il resto dov’era finito? Quella moltitudine di macchine nel parcheggio multipiano? Tutti a fare shopping. Perfetto, bello vedere comunque un film in quel modo, era una saletta da cinema d’essai, piccola, raccolta, un salottino, io e i quattro gatti. 

Si può descrivere così la violenza e la natura umana? Me lo sono chiesto…

La risposta era fra quei fotogrammi e la sensazione era talmente tagliente, pungente, dolorosa  e diretta come se fossi stata io dentro a quel film di Jafar Panahi. 

Ma certi atteggiamenti, certi scontri mi sembrava di averli come già visti, già vissuti, era forse un dejà vu di altri film, di altri teatri o solo reminescenze di storia studiata o altro che faticavo a mettere a fuoco.

Procediamo con calma.

All’inizio quel modo di muovere la telecamera allargando tutto come se ci fossi stata dentro al film, mi aveva fatto venire il mal di mare.

Poi i dialoghi, sotto tensione, una sorta di scena di una famigliola felice che sta andando da qualche parte. Certo, lo sai che c’è qualcosa fuori posto, qualcosa di esagerato, la musica a tutto volume, il padre con l’occhio fisso alla guida, i sobbalzi della macchina, la bambina che balla sui sedili posteriori, la moglie che cerca di essere rassicurante a tutti i costi. E poi la casualità: l’uomo investe un cane e, a seguire, la macchina si ferma per un guasto e cerca un meccanico. È proprio quel meccanico, con quella facciona e quell’andatura sofferente, che riconosce nell’autista dell’auto quel bravo padre di famiglia, il suo aguzzino, l’uomo che lo ha torturato quando era in carcere. E poi tutto si capovolge.

Il testo l'ho scritto tempo fa, si capisce a ridosso del tempo natalizio.
Sospeso, una critica sospesa. Come questo film. È sospeso anche questo testo.
C’era come un fastidioso qualcosa che mi aveva disturbato.
La questione politica dell’Iran? No, non possiamo che immaginarla e ci riesce persino male.
 È la cattiveria umana o il dipingere quell'umanità da entrambe le fazioni così spudoratamente malvage, i buoni non esistono, non sono mai esistiti, la pietas è  un’invenzione, un’ideologia dove banchettarci sopra, e nello stesso tempo quella casualità che ti può stravolgere un’esistenza.
Il regista ci fa anche sorridere, ci  riesce in un modo tutto suo, forse ci prende in giro, ci porta su un terreno talmente scivoloso che scivoliamo con tutto, film, attori, sceneggiatura.
Era troppo per me, misera mortale, che divido semplicemente le mele, quelle buone da quelle cattive e quelle marce le butto via.
Lì no, sono tutte 
marce.  Mi ha fatto un effetto strano, come a riflettermi. Voi direte: 'Ma come puoi?'
Puoi, puoi, eccome! È una vicenda tragica, terribile, politica, umana,  di un tempo e di un mondo che non ti appartengono…Che ti frega?
Puoi, puoi, eccome.
Lo facciamo spesso d’immedesimarci. 
Comodo in un film d’amore, comodo in un film d’avventura, o addirittura in un giallo o che dire, in un bel filmone di fantascienza, ma  in questo caso, è stato talmente spiazzante …Cosa avrei fatto io?
Perchè alla fine, ti rendi conto che il male c’è, esiste, ti è vicino, ti può toccare, afferrare, torturare, manipolare, attraversare come il burro e tu resti inerte, a sentirti schiaffeggiare come se il colpevole alla fine non fosse il torturatore riconosciuto con il rumore di quella gamba zoppa, un Gambadilegno bastardo, che alla fine ti fa una pena del diavolo, un onesto padre di famiglia?  Ma allora chi è la vittima? Che fatica a prendere una decisione, a farlo fuori, ad ucciderlo senza pietà alcuna, che non ha il cuore per mettersi nei suoi panni, panni macchiati di sangue, colpevoli, da torturatore, aguzzino, non bisogna essere come lui!
Ma la violenza è giusta contro la violenza?
Ma quanto devi tirar fuori di malvagità per generare altra  violenza?
Ce l’hai nel corpo anche tu e ti diverti a giocarci come il gatto con il topo, la tiri fuori e…Poi?

E poi quasi non ti piace più quella vittima, che diventa essa stessa aguzzino e allora dov’è il colpevole?
Dove sono le mele marce?  

Sei tu, sono io,  siamo noi.  Tutti noi, mele marce. 


M.R. Agosto  2026 

Un semplice incidente testo di Mary Read
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