Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
In cattive acque
SkipperMKS
Estate 2026 – Marina di Ravenna
Li vedo arrivare da lontano, sulla banchina, con quel passo un po' incerto di chi non è abituato ai pontili: zainetti in spalla, occhiali da sole e berretti calcati sulla fronte, la voce già alzata di chi sta salutando da venti metri di distanza.
Sono le dieci di mattina, il sole a Marina di Ravenna picchia già forte sull'acqua e io sono a bordo da un'ora, intento a sistemare gli ultimi dettagli per fare bella figura con gli ospiti.
È sempre uguale. Prima ancora dei saluti veri, qualcuno si ferma a due passi dalla poppa, osserva la sagoma della barca a vela che sonnecchia ormeggiata al pontile e con la testa leggermente inclinata, legge ad alta voce:
«Beluga... due?»
Un altro gli si affianca, segue lo sguardo, nota il disegno — quella linea sottile che si arriccia in un profilo bianco, sospesa sopra le lettere come se stesse davvero nuotando fuori dalla scritta.
«Carino il logo. Ma cos'è, un pesce?»
Rispondo con un sorriso: «È una lunga storia e comunque, non è un pesce», e li faccio salire a bordo uno per uno, con la mano tesa per l'ultimo gradino.
Sistemo i bicchieri sul tavolo del pozzetto, stappo il prosecco, taglio il parmigiano a scaglie. È il rito di sempre, il piccolo aperitivo di benvenuto prima di mollare gli ormeggi.
Ma la domanda resta lì, sospesa sul tavolo insieme alle olive e al parmigiano e prima ancora che il primo bicchiere sia vuoto, qualcuno la ripropone.
«Allora? Ce la racconti questa storia del Beluga?»
Appoggio il bicchiere. So già che ci vorrà più di una bottiglia di prosecco, ma, in fondo, cosa si fa in barca se non raccontare storie?
La storia inizia molti anni fa. Io avevo da poco spento la mia prima candelina sulla torta di compleanno preparata da mia nonna Erna e evidentemente, non potevo ancora capire esattamente gli avvenimenti che si sarebbero susseguiti nei giorni e nei mesi seguenti.
18 maggio 1966 – Germania
La petroliera fluviale «Melani» era una delle tante chiatte che solcavano il grande fiume Reno trasportando materie prime come carbone, minerale di ferro e, nel caso della «Melani», petrolio, per nutrire la possente industria pesante tedesca del dopoguerra.
Il fiume, allora, era chiamato «la fogna d'Europa» a causa dell'inquinamento industriale; e da molti anni non si vedeva più alcuna forma di vita nelle sue acque, in particolare nella zona del Nord Reno-Westfalia, dove si trovava la maggiore concentrazione di industria pesante e chimica d'Europa, e forse del mondo.
La corrente del fiume era forte, ma la «Melani» navigava verso nord, a favore di corrente, in direzione dell'Olanda. L'equipaggio era composto da un comandante, due timonieri, un cuoco e un motorista: era la composizione standard per questo tipo di chiatta fluviale, detta «Rheinschiff» (nave del Reno), che transitava su e giù per il grande fiume collegando i porti delle città industriali tedesche al porto di Rotterdam, in Olanda.
Alle 9.30 della mattina del 18 maggio 1966, il comandante della «Melani», scrutando il fiume con il suo binocolo, al chilometro 778 del Reno, all'altezza del porto di Duisburg, scorse una strana sagoma bianca apparire e sparire ciclicamente dalle acque del fiume.
Non sembrava un oggetto galleggiante, dato che non seguiva la corrente, ma si muoveva in senso contrario.
Il comandante non capiva cosa potesse essere. Non poteva essere un pesce, in quanto era noto che le acque del Reno non permettevano la sopravvivenza di alcun essere animale. Inoltre, quella «cosa» era troppo grossa per essere un pesce.
Come previsto dalle norme di navigazione, sia in mare sia nelle acque interne, qualsiasi situazione anomala che potesse causare problemi o pericoli alla navigazione doveva essere segnalata alla capitaneria di porto responsabile del tratto interessato.
Fu esattamente quello che fece il comandante.
Chiamò la capitaneria di porto di Duisburg con la radio di bordo, segnalando con precisione teutonica che al chilometro 778,5 era stato avvistato un «Ungeheuer» (mostro) di circa cinque metri.
L'operatore radio non era sicuro del messaggio e se lo fece ripetere tre volte. Alla terza, il comandante sentì in sottofondo le risate provenienti dall'ufficio della capitaneria e fu invitato ad ormeggiare presso il porto di Duisburg per descrivere meglio quello che aveva visto.
L'ormeggio, anche provvisorio, di una chiatta di 90 metri di lunghezza e 11 di larghezza non è un'operazione semplice e il comandante si pentì di avere fatto quella doverosa segnalazione. Tuttavia, era costretto a obbedire alle disposizioni dell'autorità portuale.
Restò però sorpreso quando vide sul molo di ormeggio gli agenti della «Wasserschutzpolizei», la polizia fluviale tedesca.
Una volta completato l'ormeggio, gli agenti chiesero il permesso di salire a bordo e, sulla plancia di comando della «Melani», chiesero maggiori spiegazioni al comandante su quell'«Ungeheuer» che aveva visto in navigazione mentre, con la tipica formale cortesia poliziesca, lo invitavano anche a soffiare in un palloncino.
Il comandante, offeso da quell'affronto che metteva in dubbio la sua professionalità, si inalberò e disse loro di andare a verificare di persona: c'era una grossa bestia che nuotava nel Reno e li avrebbe accompagnati lui stesso sulla zona dell'avvistamento.
Salirono tutti sulla motovedetta della Polizia e raggiunsero la zona dell'avvistamento, esattamente di fronte al centro città di Duisburg, tra due grandi ponti.
Gli agenti dovettero dare atto al comandante che, oltre a essere stato trovato perfettamente sobrio, aveva ragione: c'era una bestia strana che nuotava in quelle putride acque e che si avvicinava con curiosità all'imbarcazione della Polizia.
Era una sagoma bianca, elegante. Non aveva pinne sulla schiena, ma solo due pinne pettorali e una grossa coda orizzontale, non come i pesci, che ce l'hanno verticale.
Non poteva essere uno squalo, anche perché la sua strana testa non aveva l'aria minacciosa; anzi, sembrava quasi sorridere agli umani che la guardavano incuriositi.
Nessuno di loro aveva la minima idea di quale animale potesse essere e, soprattutto, di come fosse potuto finire lì, a Duisburg, dove per vedere degli animali che non fossero i bassotti delle vecchiette dovevi andare allo zoo.
Dopo avere confermato l'avvistamento alla capitaneria, ricevettero l'ordine di restare sul posto e di non perdere di vista l'animale. Cosa che non fu difficile, in quanto la creatura non sembrava volersi allontanare, forse nella speranza di ricevere del cibo da quegli umani che lo osservavano.
A qualcuno venne in mente di chiamare il maggiore esperto di fauna della città, ovvero il dottor Wolfgang Gewalt, zoologo di fama e direttore del giardino zoologico di Duisburg, il quale arrivò di corsa e, con un'altra imbarcazione, raggiunse il luogo dell'avvistamento.
Il dottor Gewalt non poteva credere ai suoi occhi. Quella strana bestia che nuotava nella «Fogna d'Europa» non era né un pesce né tantomeno un mostro, ma un Beluga, un simpatico e mite cetaceo che però normalmente vive nelle gelide acque dell'Oceano Artico.
Come potesse essere finito nel Reno, a Duisburg, era un mistero. Ma per il dottor Gewalt, proveniente dal prestigioso zoo di Berlino e fresco di nomina allo zoo di Duisburg, si prospettava l'opportunità di ospitare per la prima volta al mondo, in uno zoo, un Beluga.
Estate 2026 – Marina di Ravenna
Dopo avere stappato la seconda bottiglia di prosecco, gli ospiti sono ormai perfettamente a loro agio nel pozzetto della barca. La temperatura è piacevole ed è quasi arrivata l'ora di pranzo.
«Allora ragazzi, vi sto annoiando con questa storia? Se volete smetto, perché la barca l'ha già sentita tante di quelle volte che potrebbe raccontarla da sola.»
Nessuno risponde. Silenzio imbarazzato.
Lorenzo si alza e chiede:
«Hai ancora prosecco?»
«Scherzi? Ma certo, quanto ne volete.»
«Allora vai avanti.»
Maggio 1966 – Germania
Appena visto l'animale, il dottor Gewalt si rese conto che questo non aveva la minima possibilità di sopravvivenza nelle acque del Reno, inquinate dalle sostanze chimiche degli scarichi industriali. Perciò decise che il Beluga andava messo al sicuro.
L'idea era di catturarlo e portarlo nel delfinario dello zoo di Duisburg, dove era già disponibile una grande vasca di acqua salata abitata da un bel gruppo di delfini che, in fondo, erano i suoi cugini più piccoli.
L'impresa si dimostrò più complicata del previsto, in quanto il Beluga non aveva la minima intenzione di farsi catturare. Inoltre, i metodi adottati erano quantomeno goffi.
Non essendo Duisburg una città di pescatori, per ovvi motivi, le uniche reti che furono trovate erano quelle di un campo da tennis sulle rive del Reno.
Il dottor Gewalt e la sua squadra, con due barche, tentarono invano di circondare il Beluga con le reti da tennis, ma questo ogni volta si immergeva e passava sotto, riapparendo dall'altra parte delle barche.
Nel frattempo, sulle rive del Reno si era formata una piccola folla che osservava quello che stava accadendo. La voce di un avvenimento incredibile si era immediatamente sparsa.
Nel Reno nuota una balena bianca!
La cosa era talmente assurda da sembrare uno scherzo. Giornalisti di tutte le testate tedesche si precipitarono a Duisburg; le televisioni trasmettevano in diretta gli inutili tentativi del dottor Gewalt di catturare quella che ormai, per i media e per la popolazione, era Moby Dick, la balena bianca, evocando la leggendaria creatura del romanzo di Melville.
L'impatto mediatico fu enorme. In poco tempo arrivarono corrispondenti di giornali da tutto il mondo; perfino la Pravda pubblicò un articolo nel quale simpatizzava con l'animale, vittima dell'inquinamento della decadente Germania occidentale.
Con la pressione mediatica addosso e la lunga esposizione del Beluga alle sostanze nocive del Reno, il dottor Gewalt decise che era necessario usare metodi più decisi per catturare Moby Dick.
Si tentò di sparargli con fucili caricati con anestetico e addirittura con arco e frecce al curaro, per stordire l'animale, senza considerare che, se fosse stato anestetizzato, sarebbe sprofondato, annegando nel fiume.
Questo accanimento, che effettivamente era volto a salvare il povero Moby Dick, venne però criticato apertamente. In particolare, il quotidiano Bild lo descrisse come una «caccia spietata alla balena bianca», mentre il Kölner Express arrivò a titolare: «Arrestate il dottor Gewalt».
Wolfgang Gewalt, nel giro di pochi giorni, divenne da uomo di scienza, zoologo amante degli animali, a essere il cattivo ossessionato dalla balena bianca, praticamente il capitano Achab del Reno.
Dal punto di vista mediatico, non è da trascurare che la parola «Gewalt», in tedesco, significa letteralmente «violenza».
Ormai in tutta la Germania non si parlava d'altro. Gruppi di attivisti arrivarono a noleggiare un dirigibile per tentare di fermare i tentativi di cattura con lanci di arance.
La Bild Zeitung organizzò un volo con dirigibile per lanciare cibo al Beluga e filmarlo da vicino. Moby Dick era una vera e propria star: tutti i notiziari davano continui aggiornamenti sulle operazioni in corso e sulle condizioni dell'animale.
Intanto gli agenti chimici presenti nelle acque del Reno iniziavano a fare il loro effetto. La pelle, che una volta era candida, iniziava a diventare grigia e si notarono grosse bolle su tutto il corpo di Moby Dick.
Non c'era più tempo. Il Beluga rischiava di morire.
Estate 2026 – Marina di Ravenna
«Ma questa storia è incredibile. È vera o è una leggenda metropolitana?» chiede Lorenzo.
Il dubbio, effettivamente, è legittimo e l'ho avuto anch'io. Ma esistono ancora tante testimonianze dell'epoca, sia sui giornali sia nella memoria delle persone, che mi hanno convinto che era tutto vero e non si trattava solo di una delle tante storie che mi raccontava mia nonna Erna quando ero un bambino tedesco.
«Ragazzi, vi assicuro che la storia è vera e ha avuto degli sviluppi incredibili, che hanno avuto un impatto su tutta la Germania e forse su tutto il mondo.»
Il prosecco è sul tavolo, gli spaghetti sono quasi pronti e il mio piccolo pubblico vuole sapere come andò a finire.
Giugno 1966 – Germania
La caccia, o l'operazione di salvataggio di Moby Dick, era diventato un evento seguito da milioni di persone, sia attraverso i media sia direttamente dalle rive del Reno.
L'animale, ormai molto sofferente, iniziò a dirigersi verso sud, risalendo la corrente in direzione della cittadina di Bad Honnef.
Mentre i tentativi, sempre più spietati oltre che inutili, di catturarlo scatenavano una forte reazione dell'opinione pubblica tedesca, molti cittadini arrivarono a presentare denunce penali contro il dottor Gewalt e il suo staff per violazione delle leggi a protezione degli animali, di cui la Germania era già all'avanguardia.
Sulla spinta della pressione dell'opinione pubblica e dei media, il 10 giugno, ventidue giorni dopo il primo avvistamento, la caccia — o l'operazione di soccorso, dipende dai punti di vista — venne interrotta e Moby Dick fu lasciato al suo destino.
Il 13 giugno, al Bundestag di Bonn, mentre era in corso una conferenza della NATO per discutere dell'uscita della Francia proprio dalla NATO, ad un tratto si diffuse la voce che Moby Dick era arrivato a Bonn e stava nuotando nel tratto di fiume giusto sotto la terrazza panoramica del Bundestag.
Il ministro della Difesa federale Von Hase, appena informato da un fattorino, annunciò al microfono che la seduta era sospesa perché Moby Dick era arrivato al Bundestag.
Tutti i delegati, giornalisti ed esponenti della NATO presenti, si precipitarono fuori, sulla grande terrazza sul Reno, per osservare l'animale, ormai sofferente, ingrigito e con il corpo coperto di eruzioni cutanee, nuotare stancamente davanti alla sede di una delle più importanti istituzioni del mondo occidentale.
Moby Dick stazionò nei pressi del Bundestag per alcuni giorni, sempre più sofferente e affamato, tanto che questo suo comportamento venne interpretato dall'opinione pubblica e dalla stampa come un messaggio forte e brutale alla nazione e a chi ne deteneva il potere.
Sembrava quasi che l'animale avesse capito che quello era il centro del potere, dove poteva, a suo modo, comunicare efficacemente con le persone che avevano un vero potere decisionale.
A un certo punto Moby Dick smise di contrastare la corrente del Reno e iniziò lentamente a lasciarsi andare, risalendo a nord, seguendo la corrente verso la foce dalla quale probabilmente era arrivato.
Il 16 giugno 1966 venne avvistato mentre riprendeva il mare aperto a Hoek van Holland, nei Paesi Bassi. Da allora se ne persero le tracce e non si sa se riuscì a tornare nel suo mare Artico.
L'eredità politica e sociale dell'avventura della balena bianca nel Reno fu incisiva nella Germania del boom economico. L'opinione pubblica e i partiti si resero conto che il cosiddetto «Wirtschaftswunder», il miracolo economico, aveva degli effetti collaterali che stavano distruggendo l'ambiente e Moby Dick, in quei giorni, era riuscito a lanciare un messaggio forte e chiaro:
Stiamo avvelenando l'ambiente nel quale viviamo!
Sulla scia di questa presa di coscienza nacque una nuova corrente ambientalista in un Paese fortemente industrializzato e si organizzarono movimenti che in seguito divennero il primo partito «Verde» d'Europa.
Furono istituite, negli anni seguenti, politiche con un approccio pragmatico, con un perfetto equilibrio tra risanamento dell'ambiente e produttività industriale, tanto che negli anni a venire il Reno fu nominato «il fiume più pulito d'Europa».
La storia di Moby Dick venne lentamente dimenticata come uno strano episodio, anche se il duo Christopher & Michael ne scrisse una canzone, «Im Rhein da schwimmt ein weisser Wahl» («Nel Reno ci nuota una balena bianca»).
Non fu mai accertato come Moby Dick arrivò nel Reno, una delle ipotesi più plausibili è che fosse stato sbalzato in mare da una nave in difficoltà durante un trasporto che dal Mare Artico lo avrebbe portato in un acquario in Inghilterra passando per il Mare del Nord ma questa cosa non fu mai confermata.
Epilogo, estate 2026 – Marina di Ravenna
«Scusa Markus, storia affascinante, ma cosa c'entra questo con la tua barca?» mi chiede di nuovo Lorenzo.
Ci penso un po'. Ricordo i racconti di mia nonna a proposito di Moby Dick, la balena bianca del Reno, e del libro di Melville che mi regalò quando ero appena in seconda elementare e non potevo capire il nesso, ammesso che ci fosse.
Di fatto, allora sviluppai una passione per i grandi cetacei, in particolare per i capodogli e i Beluga. Infatti, ogniqualvolta a scuola la maestra ci invitava a fare un disegno a piacere, io disegnavo il Beluga che emergeva con metà corpo dal Reno, con la faccia sorridente di chi non si lascia catturare.
E questo mio disegno da bambino lo potete vedere ancora oggi sullo specchio di poppa della nostra prima barca, che in onore del mio eroe ho chiamato Beluga, mentre la seconda, ovviamente, non poteva che chiamarsi Beluga 2.
In qualche modo, la surreale storia della «balena bianca» a Duisburg, nel cuore della Germania industriale, non era ancora arrivata al capolinea.
Nel 1969 il dottor Gewalt partì per una spedizione nella baia di Hudson, in Canada, dove catturò due esemplari femmina di Beluga, Alua e Moby, che divennero le attrazioni principali dello zoo di Duisburg, seguite qualche anno dopo dal maschio Ferdinand.
I tre grandi cetacei vissero per circa trent'anni, facendo spettacoli due volte al giorno in una piscina di 10 metri per 10.
Il dottor Gewalt restò al suo posto di direttore dello zoo di Duisburg per trent'anni, considerato uno dei massimi esperti di gestione dei grandi cetacei in cattività.
Oggi, in tutto il mondo, esistono leggi che tendono a limitare e vietare la tenuta in cattività e lo sfruttamento commerciale dei grandi cetacei.
La Germania è diventata un modello di industrializzazione sostenibile e la valle del Reno è percorsa oltre che da chiatte di materie prime anche da navi da crociera fluviale di cui una è la famosa MS Moby Dick, a ricordo e in onore della coraggiosa Balena bianca del Reno.
Fine