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Tutto ebbe inizio per caso, da un semplice colpo di martello e scalpello, senza sapere che stavo creando, il primo meraviglioso battito, del mio destino…
Accarezzavo quel marmo ancora freddo, eppure sotto le mie dita, sentivo come un pulsare leggero, il battito sordo di un cuore che chiedeva solo di respirare. Non ero più io a guidare lo scalpello, era lei che spingeva da dentro per uscire, per spezzare la prigione di pietra e reclamare il suo posto nel mondo.
Ogni scheggia che cadeva a terra, non era polvere, ma un frammento di silenzio che si trasformava in voce. Il mio disegno sul muro e la scultura di fronte a me si guardavano, specchi della stessa incantata illusione, mentre nell'aria della stanza risuonavano ancora quelle poche note strimpellate al pianoforte, sospese come sospiri.
Mi sedetti di nuovo al piano, stanco ma felice, con le mani sporche di gesso e la mente colma di meraviglia. Chiusi gli occhi e lasciai che le dita scivolassero sui tasti, per dedicarle una melodia silenziosa, nata solo per lei. Quando riaprii gli occhi, per guardarla un'ultima volta prima di spegnere la luce, la luna filtrava dalla finestra illuminando il suo viso scolpito. Per un istante invisibile, tra l'ombra e il raggio di luna, mi parve che quel volto di pietra mi sorridesse, grato di essere stato sognato, dipinto e infine amato.
I giorni e le notti sfumarono lentamente, dentro quel laboratorio trasformato nel tempio di un prodigio. Non ero più solo uno scultore che creava, ero diventato il custode di un mistero. Il volto di marmo non apparteneva più alla fredda pietra, sotto la luce calda della lampada da lavoro, la superficie sembrava quasi scaldarsi, ammorbidirsi, come pelle sfiorata da una carezza d'aria.
A volte mi fermavo a guardare l'opera e poi il disegno sulla parete, meravigliato di me stesso. Io, che avevo sempre inseguito le forme senza mai riuscire a ripeterle identiche, trovavo adesso due anime perfettamente speculari, nate dallo stesso tratto, dal medesimo respiro. Era come se un filo invisibile le legasse al mio cuore e a quella tastiera dove di tanto in tanto, tornavo per cercare la nota giusta che desse voce al suo sguardo.
Poi accadde ciò che la ragione non sa spiegare…
Un pomeriggio di fine estate, mentre il sole tramontava gettando un raggio dorato proprio sulla scultura, mi avvicinai per spolverare una ciocca dei suoi capelli di pietra. Sfiorai la guancia con il dorso della mano, leggero, come si fa con la prima pioggia d'autunno. E’ fu lì che il freddo del marmo svanì, sotto le mie dita sentii un calore vivo, improvviso, un brivido sottile che correva lungo la pietra. Gli occhi colore del cielo, che fino al giorno prima erano soltanto un'illusione dipinta, parvero brillare di una luce profonda, liquida, vera. La statua non era più scultura, né il foglio soltanto carta. Avevo scolpito l'amore, l'avevo dipinto e suonato, finché l'universo, impietosito dalla mia solitudine e incantato da tanta devozione, gli aveva donato il primo, dolcissimo respiro.
Non c'erano più parole, né confini tra ciò che era reale e ciò che avevo sognato. C'era solo un sorriso di donna, una melodia di pianoforte che continuava a vibrare nell'aria, e il miracolo di un’ arte che non crea soltanto immagini, ma sa dare la vita.
E allora la stanza non fu più una stanza, ma una dimora di stelle e di silenzio.
Il mare in lontananza sembrava cullare quella magia, mentre le ultime note rimaste sospese sul pianoforte si scioglievano nell'aria come un profumo di rose. Non c'era più differenza tra il marmo, il foglio e il battito del mio petto, eravamo diventati la stessa favola, scritta con la matita, scolpita nella pietra e vissuta con il cuore.
Mi avvicinai piano, con il timore di chi sa di toccare un sogno che potrebbe svanire al primo soffio di vento. Ma lei era lì. Allungò una mano, leggera come una piuma di un angelo e posò le dita sulle mie, ancora sporche di gesso e di polvere di luna. Non ci fu bisogno di dire una sola parola. Certi miracoli non cercano risposte, chiedono soltanto di essere custodi nel tempo, come quei ricordi belli che ti scaldano l'anima quando la sera oscura i colori del creato.
Non servivano promesse né giuramenti: in quell’istante imperfetto e perfetto, capii che la luce del suo tocco aveva spazzato via ogni ombra, scrivendo il nostro destino non sulle stelle, ma direttamente nell'eterno.