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L’iniziazione
Torino, febbraio 1962.
Abitavamo in una casa di ringhiera, in borgo Vanchiglia. Il mio amico Giorgio, anche lui undicenne, abitava al piano sotto il mio. Il suo vicino di pianerottolo, tale Franco Pavan, era per noi un mito. Alto, atletico, sportivo. In inverno, con grande invidia, lo vedevamo rientrare la domenica sera con gli sci sul portapacchi della sua Fiat 600.
Era da tempo che lo tampinavamo, insistendo perché ci portasse a sciare con lui. Noi, che di sci e di montagna invernale sapevamo poco o nulla! Alla fine, esasperato dalla nostra petulanza, cedette e un giorno di febbraio ci disse di prepararci per la domenica successiva. Ci avrebbe portati a Sestriere per iniziarci allo sci.
Ovviamente non possedevamo né attrezzatura né abbigliamento adeguato. Franco ci indicò ciò che sarebbe stato necessario. Gli sci e gli scarponi li avremmo noleggiati, mentre il vestiario fu recuperato alla bell'e meglio: dolcevita, maglioni di lana fatti a mano dalla nonna di Giorgio che, previdente, ce li aveva confezionati già da tempo, calzamaglia di lana, pantaloni di fustagno pesante, calzettoni e guantoni di lana grezza, caldi ma praticamente delle spugne. Un berretto passamontagna che lasciava scoperti soltanto gli occhi e, per finire, una giacca a vento nera, nemmeno lontanamente impermeabile.
La domenica mattina, dopo le solite infinite raccomandazioni dei genitori, partimmo alle 6:30 con destinazione Sestriere. Era ancora buio e il tempo non prometteva nulla di buono. Franco ci assicurò che in montagna avremmo trovato il sole. Mentiva spudoratamente.
Imboccata la Val Chisone, iniziarono le curve e io, seduto dietro, cominciai ad avvertire una strana sensazione che ben presto si trasformò in un vero malessere: avevo il mal d'auto. La giornata iniziava male. La salita era ancora lunga, le curve si susseguivano senza tregua e la Fiat 600, con il motore che urlava, arrancava faticosamente verso il colle.
Erano quasi le nove quando, finalmente, dopo un'ultima curva, apparve la torre bianca di Sestriere. Il cielo era ormai chiaro, ma non c'era traccia di azzurro. Nuvole basse e una leggera foschia avvolgevano ogni cosa. La nausea mi aveva ridotto a uno straccio ma, ora che eravamo arrivati, cominciavo finalmente a riprendermi.
Era il momento di attrezzarci e Franco ci accompagnò in un negozio di articoli sportivi per noleggiare gli sci. Lì cominciammo a capire che la faccenda era meno semplice di quanto avessimo immaginato. La misura degli scarponi, la lunghezza degli sci e dei bastoncini richiedevano una scelta accurata. L'addetto ci fece alzare un braccio: gli sci dovevano arrivare all'altezza del palmo della mano. Io, nonostante l'età, ero già piuttosto sviluppato e mi fu consegnato un paio di sci rossi, di marca sconosciuta, lunghi 170 centimetri e dotati di attacchi Kandahar. Quando provai a sollevarli, cominciai a rendermi conto che mi stavo imbarcando in un'avventura piuttosto impegnativa. Ma ormai non si poteva più tornare indietro.
Per gli scarponi la scelta fu relativamente veloce. Infilati i calzettoni di lana, i piedi furono introdotti, non senza difficoltà, in quei mammozzoni di cuoio con i lacci che Franco ci aiutò a stringere con forza, servendosi anche di un apposito attrezzo. Infine, i bastoncini. Quando anche Giorgio fu equipaggiato, Franco pagò il noleggio, mille lire a testa, e ci avviammo verso le piste con gli sci in spalla.
Ero impaziente di affrontare la mia prima discesa.
Nel campetto a fianco dello skilift Cit Roc, Franco ci insegnò a calzare gli sci, spiegandoci il funzionamento degli attacchi. Il terreno era praticamente pianeggiante e riuscivamo a stare in piedi senza difficoltà. Non avevamo ancora visto niente.
«Ora, sci ai piedi, saliamo un po' e vediamo come ve la cavate.»
Ci mostrò come spingerci con i bastoncini e come disporre gli sci a spina di pesce per affrontare la salita. Tutto facile!
Percorsi una ventina di metri, il terreno cominciò a salire e Franco ci disse di fermarci.
«Adesso giratevi e fate la vostra prima discesa.»
Niente di più facile, pensai. Ma gli sci non volevano saperne di obbedire. Le punte si incrociarono e, senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai seduto sulla neve, nell'impossibilità di rialzarmi. Durante i vari tentativi, quegli sci maledetti, ormai dotati di vita propria, si erano girati con le punte rivolte a valle. Cominciai così a scivolare verso il basso, praticamente trasformato in una slitta, finché non mi fermai in fondo alla pista.
Quella fu la mia prima discesa con gli sci.
Non esattamente come me l'ero immaginata, ma almeno avevo rotto il ghiaccio.
Aspettai l'arrivo di Giorgio che, invece, era riuscito a rimanere in piedi per qualche secondo prima di sedersi anche lui, trasformarsi a sua volta in una slitta e fermarsi poco dopo di me.
Franco ci raggiunse sorridendo. Non sembrava affatto sorpreso dalla nostra disastrosa esibizione. Anzi, era esattamente quello che si aspettava.
«Bravi ragazzi, per essere la prima volta va benissimo! Non penserete mica di imparare a sciare senza cadere? Prima dovete prendere confidenza con gli sci, imparare a stare in equilibrio e a rialzarvi da soli. Sono tutte cose indispensabili. Vedrete che, discesa dopo discesa, andrà sempre meglio!»
Quelle parole ci rincuorarono. In fondo, non avevamo fatto altro che seguire le sue istruzioni e, se per lui tutto procedeva come previsto, non c'era motivo di scoraggiarsi.
«Adesso torniamo su. Ma per prendere lo skilift è ancora troppo presto, quindi ci togliamo gli sci e saliamo a piedi.»
È la parte della giornata che ricordo con meno piacere: la salita a piedi, con gli sci in spalla, accanto allo skilift Cit Roc. In quel tratto la neve non era nemmeno battuta e gli scarponi affondavano quasi completamente. Una fatica boia. Dopo un centinaio di metri si raggiungeva un piccolo spiazzo pianeggiante, dove potevamo rimetterci gli sci senza rischiare di scivolare a valle.
Ricordo che quel giorno affrontai quella massacrante salita almeno quattro o cinque volte. Di prendere lo skilift, per quel giorno, non se ne parlava proprio.
Delle discese successive ho ricordi piuttosto vaghi. So soltanto che ogni volta riuscivo a rimanere in piedi per qualche secondo, prima di ritrovarmi nuovamente seduto sulla neve.
Nel frattempo, le continue cadute avevano cominciato a produrre i loro effetti sull'abbigliamento improvvisato. La giacca a vento si inzuppava sempre di più, i guanti di lana erano ormai fradici e il freddo cominciava a farsi sentire. Insomma, un disastro.
Eppure, nonostante tutto, quello fu il mio battesimo da sciatore.
Un battesimo decisamente poco trionfale, ma che non ho mai dimenticato.