UNA STORIA PARALLELA

scritto da Brigida
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Quando non si parla...
- Nota dell'autore Brigida

Testo: UNA STORIA PARALLELA
di Brigida

UNA STORIA PARALLELA

“Pronto? Famiglia Esposito?”
“Sì, con chi parlo?”
“Non si agiti, signora; qui è il Policlinico. Suo figlio è stato coinvolto in un incidente stradale… Niente di grave, però… è meglio che veniate subito. La saluto.”
Marta, con il suo cuore di mamma, ebbe subito la sensazione che era accaduto qualcosa di grave; le gambe le tremavano, la voce pure; a stento ebbe la forza di chiamare il marito che era nell’altra stanza a guardare la TV.
“Non ti agitare, Marta. Sei la solita ansiosa, esagerata, vedrai che non è niente di grave, te l’hanno pure detto.”
“Svelto, svelto, sbrigati, andiamo.” ripeteva Marta. E così i coniugi Esposito, dopo circa venti minuti, raggiunsero l’ospedale.
Una realtà terribile: per Marco purtroppo non c’era stato niente da fare. Un incidente grave con la moto, comprata da una settimana, aveva causato la morte di un ragazzo di venti anni, simpatico, alto e robusto, bravissimo a scuola, corteggiato da un’infinità di ragazzine che impazzivano per lui, perché Marco era veramente speciale.
Marta quasi impazzì dal dolore, non poteva darsi pace, pensava sempre alla tragedia del figlio, niente riusciva a consolarla. Il marito, Giuseppe, aveva accettato l’accaduto e ripeteva a Marta che si doveva rassegnare, perché questa era stata la volontà del Signore.
Marta però soffriva, per lei niente e nessuno era ormai importante, nemmeno la figlia minore, Anna, di qualche anno più giovane di Marco.
In continuazione Marta parlava di Marco e si chiedeva spesso se la tragedia si sarebbe potuta evitare. Eh sì, forse si poteva evitare se Giuseppe non avesse regalato quella moto al figlio e… quindi… in un certo senso la colpa era del padre. Giuseppe invece rifiutava di sentirsi in colpa e così, un pomeriggio, nel corso di un’accesa discussione, cominciò a picchiare forte la moglie, prendendola a pugni con tutte le forze che aveva, finché Marta non cadde a terra quasi svenuta.
I lividi procurati da Giuseppe non andarono via subito e, nonostante varie cure e un’assenza per malattia, quando Marta rientrò in ufficio, aveva ancora un occhio nero e dovette subire una certa mortificazione per le domande dei colleghi che le chiedevano cosa le fosse successo.
Il rapporto privato tra i due coniugi peggiorò perché Giuseppe, non troppo colpito dal dolore del figlio e tantomeno dalla consapevolezza della violenza fatta alla moglie, pretendeva da lei una vita sessuale normale, non comprendendo lo stato d’animo della moglie.
A Marta invece, quando Giuseppe si avvicinava, veniva la pelle d’oca, perché aveva davanti agli occhi la foga di quei pugni sferrati dal marito con tanta veemenza.
Gli anni passavano e l’intimità tra i coniugi avveniva di tanto in tanto, raramente. Giuseppe comunque pareva rassegnato e non disse mai alla moglie, come invece era giusto che fosse:
“Chiariamo la nostra situazione di coppia, riprendiamo la nostra vita intima normale, oppure mi sento libero e all’occasione mi cerco un’altra donna.” Invece lui pareva accettare tutto passivamente, lasciando intendere che per lui andava bene così, in ogni caso poteva sempre intraprendere una storia parallela.
Un giorno Marta fu chiamata dall’insegnante di lettere di sua figlia Anna e così, un po’ preoccupata, andò a sentire. L’insegnante, dopo un discorsetto sul dolore per la perdita di un congiunto e sulla elaborazione del lutto, le fece leggere un tema svolto dalla figlia e in particolare la invitò a riflettere su una frase scritta da Anna: "… Io soffro più di mia madre, perché lei ha perso solo una persona, il figlio; io invece ne ho perse due, mio fratello e mia madre, perché lei per me non si comporta più da madre. Non una carezza, non un bacio, non un abbraccio, è come se io non esistessi."
Marta diede in un pianto dirotto e continuò a piangere di nascosto anche a casa sua, in camera da letto, mentre il marito se ne stava al computer diverse ore al giorno. Marta cominciò a riflettere sul serio, sua figlia aveva ragione, era ormai tempo di accettare la situazione e di ricominciare a vivere come madre e come moglie.
Del resto era semplice: la figlia non aspettava altro che il suo abbraccio e Giuseppe l’aveva sempre amato, almeno così diceva. In verità Marta era fiera di Giuseppe, l’aveva scelto tra tanti perché, a differenza di altri, era serio, affidabile, sincero, di sani princìpi.
Invece Giuseppe, all’apparir del vero, non si rivelò né serio né affidabile perché, senza nulla chiarire con la moglie, aveva iniziato una storia parallela con una donna conosciuta su internet, di nome Chiara.
Dolore si aggiunse al dolore per la povera Marta, che tanta fortuna non aveva nella vita. Il suo punto fermo era stato sempre Giuseppe, il suo amore unico ed esclusivo; più di una volta qualche collega aveva mostrato simpatia per lei, simpatia ricambiata, ma per Marta esisteva solo Giuseppe, anche se aveva tanti difetti, non dimenticava di essere sposata, di avere un marito; non era giusto cedere alle tentazioni del cuore.
Giuseppe, quando iniziò la storia parallela, intendeva viverla di nascosto, senza farsi scoprire, raccontando all’occasione qualche bugia. Marta però non sopportava le bugie, anzi le scopriva subito e, visto che la storia parallela di Giuseppe non accennava a finire, anzi continuò per qualche anno, finì il matrimonio fra Marta e Giuseppe.
Giuseppe si fece le valigie e andò ad abitare a casa di Chiara. A Giuseppe sembrava di vivere momenti bellissimi e spesso ripeteva: “Questa sì che è vita!” Chiara però a volte si sentiva in colpa per avere distrutto un matrimonio, ma Giuseppe la tranquillizzava e le replicava così: “Chiara, tu sei la mia vita, la felicità che mi hai dato tu in questo breve periodo, mia moglie non me l’ha data in trent’anni. Sai, te l’ho detto tante volte, mia moglie era frigida, evitava il sesso perché lo riteneva peccaminoso, tu invece sei meravigliosa, mi fai sentire vivo."
Ovviamente la storiella della frigidità era un’invenzione di Giuseppe, che la ripeteva a tutte le donne che voleva conquistare, per giustificarsi e così venivano taciuti anche gli episodi di violenza commessi nei confronti della moglie.
Tradiva la moglie e non provava sensi di colpa, perché, a suo dire, era giustificato, aveva le scuse di comodo per mettere a tacere la sua coscienza.
"Queste sono strade che non spuntano." gli ripeteva spesso un suo amico, ma Giuseppe era come inebriato, pazzo di felicità per la sua storia parallela, la quale, come tutte le storie del genere, finiscono e finiscono male. Chiara infatti a poco a poco si stancò di Giuseppe e riprese la relazione con l’amante precedente, di nascosto da Giuseppe, e poi, anche sul piano economico, le cose cominciavano a mettersi male. Chiara infatti spendeva molto in viaggi, gioielli e ristoranti esclusivi, vestiti griffati e centri di benessere molto costosi.
Giuseppe era quasi ridotto alla miseria e spesso pensava “Non è meglio tornare da Marta, dopo averle chiesto perdono? In fin dei conti Marta non era perfetta, ma era molto affidabile, non prendeva e lasciava amanti."
Così si lasciò con Chiara e, munito di un bel mazzo di rose, andò a casa di Marta per chiederle perdono. Troppo tardi! Marta, dopo un lungo periodo di malessere, superato con l’aiuto di psicofarmaci e con la vicinanza della figlia, si era risposata con un ex collega serio e sincero, molto scherzoso e comprensivo, che si rivelò anche un buon padre per Anna, ma non era certo l’amore del suo primo uomo.
Giuseppe, solo e abbandonato da tutti, parenti e amici, che poteva fare a questo punto? Trovò sistemazione in una casa di riposo per anziani e, siccome lui era molto più giovane degli altri ospiti, tutti gli facevano la stessa domanda: "Come mai si trova qui?"
E a tutti Giuseppe rispondeva: "Che dire… si tratta di una storia lunga….. per meglio dire parallela."
FINE




















UNA STORIA PARALLELA testo di Brigida
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