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Il vento del nord portava odore di neve e di cannone. Le colline di Champagne tremavano sotto il passo dei soldati, e il cielo pareva un lenzuolo grigio steso sull’Europa.
Era il 1870, e il piccolo villaggio di Châlons viveva sospeso tra il silenzio e la paura.
Émilie Laurent aveva diciannove anni. Figlia del mugnaio, cresciuta tra i campi di grano e il profumo di pane caldo, sapeva poco della guerra — ma sapeva molto dell’amore.
Lucien Duret, il giovane falegname del villaggio, era tutto ciò che il suo cuore conosceva.
Si erano amati fin da bambini, come due fili intrecciati dallo stesso destino.
Nelle sere d’estate si incontravano sotto un vecchio biancospino vicino al fiume. Lì, tra i petali bianchi e le promesse, Lucien le aveva giurato:
> “Quando tutto sarà finito, Émilie, costruirò per noi una casa di legno e silenzio. E se il mondo cadrà, io tornerò lo stesso.”
Ma il mondo cadde davvero.
Il 15 luglio del 1870, la Francia dichiarò guerra alla Prussia, e Lucien fu chiamato alle armi.
Si salutarono all’alba, davanti al mulino, mentre i gendarmi raccoglievano i volontari.
«Ti scriverò ogni settimana,» disse lui, tenendole il volto tra le mani.
«Non smettere mai di aspettarmi.»
«Ti aspetterò anche quando non avrò più forza di respirare,» rispose lei.
I mesi passarono lenti come piombo.
Émilie viveva di gesti ripetuti: accendere il forno, impastare, guardare il fiume. Ogni giorno portava con sé una nuova lettera — poche righe, ma abbastanza per tenere acceso il cuore.
> “Mia Émilie, il freddo qui è feroce. Ma nei miei sogni, tu hai sempre le mani calde. Quando torno, il biancospino sarà in fiore.”
Un giorno, la lettera non arrivò.
Poi neppure la settimana successiva. Né quella dopo.
La guerra si era fatta più dura, e la posta si era interrotta.
Ma Émilie non voleva crederci. Continuava a scrivere, ogni sera, seduta al tavolo del mulino, con la candela tremolante accanto.
Scriveva anche se sapeva che nessuno avrebbe letto.
Scriveva per non impazzire.
Fu in quei mesi che scoprì di essere incinta.
Quando il medico glielo disse, Émilie non pianse.
Sorrise piano, come chi ritrova un segno del destino.
“È la sua voce che ritorna,” mormorò. “Un pezzo di lui che mi è rimasto.”
Nascose la notizia a tutti. Non voleva compassione, né sguardi curiosi. Solo il silenzio, solo l’attesa.
Con la pancia che cresceva, passava le giornate a cucire una coperta minuscola, azzurra come gli occhi di Lucien.
Ma un mattino, la vicina trovò Émilie inginocchiata davanti alla finestra, il viso pallido come la neve.
Aveva ricevuto una lettera.
Dentro, poche righe, scritte con mano sconosciuta:
> “Il soldato Lucien Duret è caduto durante l’assedio di Metz. Non ha sofferto.”
Il mondo si spense.
Émilie crollò, e il bambino con lei.
Da quel giorno non parlò più.
Il medico disse che il dolore le aveva prosciugato la vita.
Camminava per il paese come un’ombra, portando sotto il cappotto una piccola coperta mai usata.
Nessuno la vedeva piangere.
Ma ogni notte, dal mulino, si scorgeva la luce di una candela.
Si diceva che scrivesse ancora lettere al suo defunto amore, e che le affidasse al fiume, una dopo l’altra, perché la corrente le portasse lontano.
Una volta scrisse:
> “Lucien, nostro figlio dorme ora tra le radici del biancospino.
Non ho più voce per chiamarti, ma forse la terra mi ascolta.
Vieni, amore. Anche solo nel sogno.”
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Le stagioni e gli anni passarono.
Era l’inverno del 1881 quando un viandante bussò alla sua porta.
Aveva la barba lunga, un bastone e un cappotto lacero. Tossiva forte, come se ogni respiro gli costasse dolore.
Quando Émilie aprì, la candela tremò.
Davanti a lei, dopo undici anni, c’era Lucien.
Non era morto.
Aveva passato anni in un campo di prigionia, e un’epidemia lo aveva quasi ucciso. Era sopravvissuto per un solo motivo: rivedere lei.
Ma non sapeva della lettera falsa, né del bambino perduto.
«Émilie…» disse, con voce spenta. «Sono tornato.»
Lei non parlò.
Lo guardò, e scoppiò a piangere — per la prima volta in dieci anni.
Lucien la prese tra le braccia, ma tossì sangue sul suo vestito bianco.
Restarono insieme quella notte, come due ombre che cercano calore.
Lucien raccontò del gelo, della fame, dei compagni morti, delle notti in cui aveva parlato con lei nel sogno.
Lei, in silenzio, gli posò una mano sul petto.
«Avevi promesso di tornare prima che la neve cadesse,» sussurrò.
Fu allora che cominciò a nevicare.
Lucien morì all’alba, tra le braccia di Émilie, mentre fuori il mondo si faceva bianco.
Lei lo vegliò per tre giorni, poi lo seppellì accanto al biancospino.
Sul terreno, depose due cose: la coperta azzurra del bambino e la sua ultima lettera, scritta la notte precedente.
> “Ora dormite insieme, voi che siete la mia vita.
Io resto un poco, ma solo per accendere le candele.”
Il quarto giorno, la neve coprì tutto.
La trovarono seduta accanto alla tomba, il capo chino, il volto sereno.
Aveva in mano una candela spenta, come se avesse atteso che il vento la portasse via con loro.
La seppellirono accanto a Lucien, sotto lo stesso biancospino.
Il parroco disse poche parole, ma la gente del villaggio pianse in silenzio.
Le loro tombe erano così vicine che le radici dell’albero finirono per unirle.
Ogni primavera, i petali del biancospino cadevano sulle due lapidi come neve d’un tempo che non voleva morire.
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Più di centocinquant’anni dopo, la campagna intorno a Saint-Clair non ha più nulla del paesaggio di allora.
La ferrovia l’ha tagliata in due, e al posto dei vecchi campi di grano ci sono parcheggi e magazzini.
Il fiume è diventato un rigagnolo sporco che scorre dietro a una fabbrica di mattoni.
In mezzo a tutto questo, fino a poco tempo fa, c’era ancora un biancospino solitario.
Nessuno sapeva chi lo avesse piantato.
Si diceva solo che fiorisse sempre prima degli altri, anche nei giorni più freddi.
Un vecchio del paese ricordava vagamente una storia — una ragazza che aveva perso l’uomo in guerra, una casa bruciata e un bambino mai nato.
Ma a nessuno importava più.
Un mattino di marzo, arrivarono gli operai del Comune. Dovevano ampliare la strada provinciale.
Uno di loro, un uomo di mezza età col giubbotto arancione e la sigaretta in bocca, indicò il tronco con un gesto distratto.
«Tagliate anche quello. Tanto è secco.»
Il rumore della motosega riempì l’aria.
I petali bianchi cominciarono a cadere a terra, uno dopo l’altro, come una neve lenta.
Nessuno si fermò a guardarli.
Nel terreno, le radici affondavano ancora accanto a due pietre mezze interrate, senza nomi.
Erano le loro.
Ma nessuno lo sapeva.
Quando il biancospino cadde, nessuno parlò.
Uno degli operai lo caricò sul camion insieme ai rami tagliati e se ne andò.
Solo il più giovane, un apprendista, restò un momento a guardare la terra smossa.
Non sapeva perché, ma sentì un nodo alla gola.
Forse per l’odore del legno tagliato, o per quel silenzio improvviso che era calato tutt’intorno.
Poi accese il motore, e il rumore coprì tutto.
La polvere tornò a posarsi.
Dove c’era l’albero, ora c’era solo terra piatta e ghiaia.
Un cane randagio attraversò la strada, si fermò un attimo, e se ne andò.
Nessuno parlò mai più di quel biancospino.
E così, l’ultimo segno di Lucien ed Émilie scomparve dal mondo.
Non restava nulla — nessun ricordo, nessun nome, nessun fiore.
Solo il tempo, che scorreva uguale per tutti.
Indifferente, come sempre.