L'invito alla festa delle Ali

scritto da Pellegrino2
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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L'invito alla festa delle Ali
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Testo: L'invito alla festa delle Ali
di Pellegrino2

Confesso che all’inizio non mi ero sentito in imbarazzo ad accettare l’invito a cena del Nobile Lorenzo ma, quando giunsi in vista del suo Castello nel Chianti, provai comunque un poco d’emozione alla vista di quell’imponente maniero, tutto torri e merlature, in massiccia pietra squadrata d’altri tempi e che sorgeva sulla sommità di una collinetta circondata da vigne ordinatissime, a doppi filari verso l’alto, ancora cariche di foglie variegate di rossiccio e di marrone. Una nuvola rada scendeva verso di me allargandosi come una nebbia trasparente, tipica della fine di un autunno non ancora inverno e, in alto sul castello anche il vessillo del Tosco (un enorme gagliardetto rosso vinaccia con il disegno di un fiasco d’oro fiammeggiante ) veniva avvolto, lentamente, dal grigiore di quella nebbia inquietante.
Mi rassettai alla bell’e meglio il grigio saio di viandante e, per un attimo, sapendo di essere davvero male in arnese, il pensiero di fare dietro front mi attraversò la mente…ma subito mi ripresi e affrettai il passo, intonandolo col movimento del bastone
“ Che diavolo! Questa è l’unica occasione di conoscere tutte le Ali di Cart - a- dash e liolà riunite per fare la festa al Tosco “ e con fare deciso varcai l’ampio ingresso del castello. Lì…la prima sorpresa! Mi aspettavo un maestoso cortile medioevale, tutto lastricato in pietra e dal guerresco impianto e invece mi ritrovai in una specie di piazzetta di paese agghindata a festa, con dappertutto pergolati di glicini e alberelli di primerose, gazebi illuminati a festa da lampioncini cinesi e filari di lampadine colorate come a natale, e numerosi tavoli di quercia con panche lucide dall’uso che si susseguivano gli uni con gli altri lungo le mura interne del castello. Un gallo meccanico rosso e giallo risplendeva sospeso in aria sopra una fontana mastodontica e gridava in continuazione il suo “chicchirichì” sovrastando una massa vociante di personaggi, chi seduti ai tavoli con boccali in mano e chi in piedi sotto i gazebi a scegliere leccornìe con la mano libera dal piatto e chi, infine, concionava in mezzo ai crocchi di strani autori che, di rimando, ridevano a crepapelle. Insomma la festa era in pieno svolgimento: allegra, chiassosa e colorata come mai avrei immaginato se fossi restato all’esterno, nella bruma che circondava il maniero! Già alla prima occhiata riconobbi molti personaggi: la strega nana Violetta, tutta imbellettata che, con fare spregiudicato si strusciava ( sempre con il piatto dei mignon in mano, però ) contro un tipo vestito con toga e tocco che aveva letteralmente gli Occhi da fuori, fissi sulle sue tette prorompenti. Di fianco, con in testa un cappello frigio, un tipo altezzoso incideva con un temperino il piano del tavolo a cui era seduto, con brevi e profondi segni della lama sul legno su cui spargeva una Soda Caustica e poi subito ridacchiava vedendola sfrigolare, mentre di lato a lui un tale cantava con voce da soprano in aramaico e un altro, con fare molto timico, calcolava il tempo del ciclo della sua ragazza. Tutt’intorno ali maschiette e sbarazzine correvano inseguendole, con boccali di birra in mano, ali ragazze che, vezzose, sollevando appena le sottane accennavano a minuetti maliziosi.
Su tutto quel via vai di autori la potente musica dei cold play assordava l’aria attraverso schermi di video ed altoparlanti appesi un po’ dovunque. Al centro, ritto in piedi su una specie di palchetto alla savonarola, alto, magro come un chiodo, con il naso rubizzo e la chioma candida, un tipo leggeva ad alta voce un interminabile poema sull’Ironia Plaudita ma traviata da non so quale passione logorroica…Capii che era lui, il nobile Tosco e stavo per avvicinarmi a salutarlo quando mi accorsi che due personaggi strani, curvi sotto il palco dell’oratore, cercavano di segarne le travi portanti: il primo portava uno strano cappello peloso, del tipo che indossano gli Atacami (sciamani) ) del Perù o delle steppe intorno al deserto del gobi; ed il secondo - a mezzobusto su una carrozzella con le ruote di cuscinetti – che usava una sega tutta particolare, scappellata a destra, lucida come un tarabello, quel materiale misto ghigno e rame, che lancia scintille. Stavo per precipitarmi addosso ai due per salvare il Tosco quando una pressione sul braccio mi fece voltare: sobbalzai! Di fronte a me una fatina trasparente con un velo juventino indosso, bianconero, picciola e rotonda come una perla, sorrideva in modo strano lampeggiandomi un messagio con i suoi profondi occhi neri…nella mente sentii distintamente formarsi le se parole non dette: “…lasciali fare…almeno, se cade e si imbitorzolisce tutto, il Tosco avrà davvero qualcosa di cui lamentarsi…e poi in ospedale non si sa mai…potrebbero anche imbavagliarlo per un po’…”. Capii così che dovevo far finta di niente e allora decisi di allontanarmi per evitare di farmi travolgere dal crollo ma ecco che, come mossi il passo, inciampai e caddi con violenza a muso a terra. Per poco non persi i sensi…scossi il capo per schiarirmi le idee e mi risollevai cercando di capire cosa fosse successo. Fu allora che sentii qualcuno che, ridendo a crepapelle, diceva in lingua ossuniaca: “ bravo Edo! Gli hai steso la corda delle tue storie proprio davanti ai piedi….bravo!...he he he… così impara a romperci con i suoi richiami quel mezzo monaco mancato…he he he”. Voltai lo sguardo verso la voce e alzai di scatto il mio bastone nodoso per dare una bella lezione ai due ma mi accorsi che si erano messi fuori portata: lei, tutta arrancicata e mascherata di alghe secche se ne stava appollaiata sulla sommità del muro di cinta, ridendo sgangheratamente con i quattro denti che le restavano; e lui ( capii che era proprio il maramaldo Edo, dalle storie a colori che indossava ) si era trincerato dietro uno scudo di latta…Ma mentre pensavo a come raggiungerli per dargli un fracco di legnate, ecco che mi si parò davanti un ghigomatto in sella ad un Red Lion: in mano aveva frusta d’aitria a nove code con il chiaro intento di colpirmi. Tentai disperatamente di indietreggiare ma la folla mi spingeva compatta come un muro. Allora puntai il bastone verso quella apocalittica figura sperando di rallentarne la carica ma ecco che, al’improvviso, una cicogna helanita picchiò verso di me, abbrancò il cappuccio del saio e mi tirò verso l’alto sottraendomi alla furia sanguinosa dell’attaccante. In quegli istanti concitati, sospeso nel vento e sulla folla che sembrava non essersi resa conto di quello che mi stava succedendo, non pensai a dire immediatamente “grazie” ed il volatile, per dispetto, mi lasciò cadere di nuovo nella piazzetta, dove carambolai in mezzo ad un gruppetto di ali evidentemente già incazzate per fatti loro perchè non gradirono il mio arrivo dall’alto. Prima ancora che potessi giustificarmi tutti si avventarono su di me! Distinsi nettamente il volto della strega Vivamare che, con un fornetto a microonde alto tra le mani, prendeva la mira per sbattermelo sulla testa mentre i due gemelli Pietro e Paolo, senza pensarci due volte e come se fosero stati una persona sola, presero a suonarmi come un tam tam elettrico da rap, scegliendo il tempo e lo spazio giusto fra i calci che mi rifilava la Ninfa Mecana, uscita di corsa dalpollaio di Anatre Brasiliane che la seguirono veloci, tentando di beccarmi anche loro a più non posso. Sotto quella gragnugola di colpi mi appiattii quanto più era possibile e, non so come, riuscii anche a sfilarmela da quel selvaggio mucchio di inferocite ali starnazzanti. Strisciai a quattro zampe a rifugiarmi sotto un tavolo lì vicino, per riprender fiato. Ansimando come un mantice, mi accorsi di aver perso il bastone di viandante e che il mio saio era lacero dappertutto. Un male cane al capo e un forte dolore al petto mi fecero capire che, anche se ero ancora vivo, dovevo squagliarmela di corsa se volevo salva la vita. E così presi a gattonare nell’ombra lungo le mura per allontanarmi da quella folla pericolosa. Probabilmente ci sarei riuscito se, proprio in quel momento, il pulpito del Tosco non fosse rovinosamente crollato sulla piazzetta con lui sopra che, cadendo ancora in piedi sull’impalcatura, travolse i due sicari e tutti quelli intorno, compresi gli innocenti attori di Albarel che stavano recitando una Sopet nel teatrino dei pupi di Cesare e Filippo d’ Asja. Un immenso polverone copriva oramai la piazza sopra il fuggi fuggi generale. Si sviluppò anche un principio di incendio e così Nulla e nessuno sembrò che potesse scampare alla immane tragedia che stava per concludere la festa del Tosco! Alzai gli occhi al cielo e, forse per le troppe botte ricevute di testa, mi sembrò di vedere tante Stelline ed anche un goccio di Luna. Mi accorsi che la mente oramai vagava in un mondo senza ombra né sole; anche se, prima di perdere i sensi, una evanescente figura sembrò chinarsi verso di me…Una regina di cuori!. “Ma…io non sto giocando a carte” pensai “…e poi… chissà…dov’è…il Re…o il principe…varlain…” e mi spensi, questa volta, statilmente..
L'invito alla festa delle Ali testo di Pellegrino2
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