Iskandahar

scritto da Lemonique
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- Nota dell'autore Lemonique

Testo: Iskandahar
di Lemonique

«Coloro che vanno dalla Persia, dal regno di Horaçam (Khorasan), dalla Bohára e da tutte le regioni occidentali, si recano nella città che gli indigeni chiamano corrottamente Candar invece di Scandar, il nome con cui i persiani chiamano Alessandro»
(João de Barros)

Kandahar è una città che non ha dimenticato di essere stata sognata. Le sue mura non parlano di conquiste ma di permanenze, le sue strade non conducono soltanto da un luogo all’altro, ma da un tempo all’altro. Qui il nome si è corrotto - dicono gli stranieri - eppure è proprio in quella corruzione che vive la poesia: Scandar che diventa Candar, come un amore pronunciato mille volte da lingue diverse, mai identico ma sempre riconoscibile. Dicono che al tramonto Kandahar si veste di rame e di rosa, l’aria è densa di spezie, di vento caldo, di attese, i minareti sembrano aghi che ricongiungono il cielo alla terra e ogni cortile custodisce un silenzio antico, rotto solo dal passo dell’acqua o dal richiamo di una voce lontana. È una città che non seduce con lo splendore immediato, ma con la fedeltà alla propria anima. Chi arriva da Occidente sente che qui il mondo rallenta; le civiltà non si scontrano: si sfiorano. La Persia, l’Asia, l’ombra della Grecia si tengono per mano come amanti discreti. Kandahar non chiede di essere compresa, solo attraversata con rispetto, perché è fatta di strati, di nomi sovrapposti, di promesse mai del tutto mantenute. E così, mentre i viaggiatori la chiamano Candar e i persiani Scandar, la città sorride: sa che il suo vero nome non è una parola, ma una nostalgia. Camminando nei suoi souk dalle lanterne di ottone e tra le mura ingiallite dal sole, si avverte un senso di tempo sospeso: è come se ogni passo facesse echeggiare le ombre di Alessandro Magno e dei saggi persiani, dei mercanti carichi di spezie e dei guerriglieri spinti da fede e destino. È una città che non si offre facilmente allo sguardo: chiede pazienza e la capacità di vedere oltre le storie di conflitto. Non è solo luogo, ma memoria vivente, è storia antica che pulsa nel presente, è bellezza temprata dalle lotte, è poesia e tragedia fuse insieme in un’unica e impossibile parola e anche oggi mantiene il duplice volto di tesoro antico e centro di autorità contemporanea. Per chi lo ascolta davvero, il suo nome – antico e moderno, corrotto e vero – risuona come un canto che attraversa i secoli e invita a comprendere, non soltanto a giudicare.
Un giorno, quando quei luoghi conosceranno di nuovo la pace, io camminerò a Kandahar.

Iskandahar testo di Lemonique
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