Penelope — Prologo

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Testo: Penelope — Prologo
di Fre

Mio marito era solo un uomo. Solo un uomo, solo un uomo tra dèi e semidèi. Non era un Achille, per quanto ora anche Achille sia morto. So per certo che Achille è morto, mentre una piccola parte di me ha ancora l'ardire di sperare che Odisseo sia vivo da qualche parte. Da qualche parte. Per cui sì, tutto sommato, forse mi fa piacere che Odisseo non fosse un Achille. È una cosa stupida, se messa in questi termini. Farnetico. Cammino avanti e indietro per la mia stanza, da sola. Non voglio vedere nessuno. Né Telemaco, né Euriclea, né Eufemia. Voglio bene a Eufemia, è una brava donna, una gran brava donna, ed è rimasta la mia unica amica, ma deve smetterla di ripetermi che Odisseo tornerà, non capisce che ormai alle sue parole di conforto ho smesso di credere da molto tempo. I Proci, poi, sono gli ultimi che vorrei vedere! Sento le loro grida da qui, anche se si trovano nel salone. Ogni sera banchettano alla nostra tavola, consumano il nostro cibo, bevono il nostro vino, ne bevono tanto, tanto, tanto, e diventano terribilmente rumorosi. Io ci mando mio figlio, là sotto. Ogni sera. Gli permetto di andare, anche se del mio permesso non ha nessun bisogno, perché ormai è un uomo. Un uomo che non conosce suo padre, che non riesce nemmeno a credere del tutto al fatto di averne mai avuto uno. Vorrei abbracciarlo e diglielo, Telemaco, tu un padre lo hai, o almeno lo avevi. Ma non lo abbraccio, a malapena gli parlo, perché è diventato autoritario e scostante, preso dalle faccende dei Proci, schiacciato dalle responsabilità che derivano dall'essere l'unico erede maschio ad una corte dalla quale il legittimo re manca da vent'anni. Qui ad Itaca quasi nessuno crede più che Odisseo tornerà, quindi perché dovrei crederci io, solo perché sono sua moglie? Sono più illusa degli altri? Più stupida degli altri? No, si possono dire tante cose di me, ma non che io sia una stupida, non sono mai stata una stupida. Odisseo non avrebbe mai sposato una stupida. O forse una stupida avrebbe potuto sposare Odisseo, e partorire suo figlio, ma non avrebbe mai potuto amarlo. Non come ho fatto io.
Bussano alla porta.
"Entrate" rispondo, in tono sbrigativo.
La porta si apre, e sulla soglia compare la figura minuta di Euriclea. "Mia regina, la cena è pronta."
"Non verrò nel salone" replico.
"È stato Telemaco a mandarti a chiamare..." prova a insistere la nutrice, con un filo di voce.
"Allora vai e digli che non verrò. Non mi farò vedere in mezzo ai Proci, ne va del mio onore. Devi dire questo a mio figlio, e se ha ancora da ribattere mandalo da me."
Euriclea annuisce, evidentemente sono stata abbastanza ferma. "Certo, mia regina. Glielo dico subito."
Non è la prima volta che sento l'impulso di andare da loro e ammazzarli tutti, non risparmiare nessuno, tranne ovviamente Telemaco. Non è la prima volta che lo sento, ma stavolta è più forte del solito. Per quanto feroce, però, resta un impulso. Mi stendo sul letto, nella speranza che questo mi aiuti a calmare i miei istinti omicidi. Ed evidentemente aiuta, ma nel frattempo comincio anche a piangere, le lacrime scorrono incontrollate sulle mie guance. Capita, mi dico, e quante volte mi è già capitato!
"Sta piangendo" sento dire Telemaco, fuori dalla porta.
"Lasciala fare" risponde Euriclea. "Quando fa così non vuole la pietà di nessuno. Nemmeno la tua."
Sento i passi di Euriclea allontanarsi, ma non quelli di Telemaco. Dopo tutti quegli anni trascorsi nella mia stanza sono diventata piuttosto brava a distinguere i passi della servitù, dei Proci e di mio figlio. Riconoscerei anche quelli di Odisseo, se li sentissi, li riconoscerei subito, anche se sono anni che lui non tocca con le sue suole il pavimento di questo palazzo.
Se Telemaco è rimasto davanti alla mia porta nella speranza che io apra, avrà un bel po' da aspettare.

Cammino sulla spiaggia di Itaca, al braccio di Odisseo. Mi sento vent'anni più giovane, o forse è solo un'impressione. Poi quell'attimo paradisiaco si trasforma in un incubo. Dal mare si solleva un'onda anomala, che si infrange sopra di noi. Io riesco a resisterle, ma quando apro gli occhi e l'onda si è ritirata Odisseo non c'è più.

"Mia regina, stai bene?" È la voce di Euriclea, che si è precipitata in camera mia nel cuore della notte. Sono a sedere sul mio letto, sudata fradicia e col cuore palpitante. La nutrice mi guarda. "Ho sentito un urlo..."
"Non è nulla" rispondo, affannata. "È stato solo un brutto sogno. Non è la prima volta."
"Desideri che ti porti qualcosa? Che ti prepari un bagno?" si offre Euriclea.
"No, grazie. Puoi tornare a dormire."
"Mia regina, ti conosco da più di vent'anni, posso permettermi di dire che sono preoccupata per te?" insiste.
"Non è tuo compito esserlo, Euriclea" ribatto, secca. "Ti prego di lasciare camera mia."
La vecchia annuisce. "Ti sei indurita, Penelope" borbotta, uscendo.
"Non lo abbiamo fatto tutti?" le dico dietro.
La porta si chiude, e sono di nuovo sola in quel letto troppo grande. Mi sarò anche indurita, ma non ho avuto altra scelta.
Preparatemi una nave, penso di chiedere ai servi. Preparatemi una nave, penso di ripetere, perché ovviamente i servi mi guardano con la fronte corrucciata. Obbedite! gli urlo, Sono o non sono la vostra regina!
E a quel punto, secondo le mie fantasie, i servi si mettono all'opera, e la mattina dopo la nave è pronta, io mi metto uno dei mantelli da viaggio di Odisseo e salpo con Eufemia per andarlo a cercare.
Per fortuna Atena mi getta il sonno sugli occhi prima che io riesca a venirmene fuori con altre stupidaggini di questo tipo.

Penelope — Prologo testo di Fre
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