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Sono nata da una preghiera.
Sono venuta al mondo senza avere un posto su una sedia.
Con un debito emotivo troppo grande,da persone già a loro volta con i strozzini alla gola.
Sporca di sangue e catrame,ma solo il sangue l'acqua ha potuto lavare.
Cammino sulle ossa che non hanno più cartilagine.
Con i piedi nella sabbia e l'acqua che fa resistenza ad ogni passo,cerco di non cadere.
Ma il mio dolore grida,
Non voglio essere dimenticato.
Io vorrei che venga dimenticato.
Vorrei mandarlo via.
Ma e troppo grande,occupa troppo spazio.
Ed io come un accumulatore seriale,lascio che prenda spazio nella mia casa centimetro dopo centimetro.
Chiudo la porta,consapevole che è lì.
Le persone che vi entrano rimangono sulla soglia a guardare quelle ombre che si muovono veloci come gatti.
Quelle macchie nere che rimbalzano da un lato a l'atro sui muri impotenti.
E io appoggio una mano sulla loro spalla,
Amareggiata ma consapevole,che ci si può solo convivere.
Ho provato a dare fuoco alla stanza,con alcool e sigarette,ma brucia solo la porta.
Così,a volte sono costretta a sedermici dentro, mi sento toccare la spalla, ma non ho mani appoggiate addosso.
Una colata di catrame mi scivola per la schiena e si beffa di me.
Si può andare avanti,ma non si può scordare mai.
Il mio giorno della memoria.