Mi sono nascosto nel caos,
l’ho lasciato crescere piano,
come polvere negli angoli,
come radici sotto pelle.
Mi ha cullato, illuso,
mi ha sussurrato che qui,
tra il disordine e l’eco dei miei passi,
ero al sicuro.
E io gli ho creduto.
Ho lasciato che mi riempisse,
che confondesse i contorni,
che spegnesse la voce
di quello che avrei potuto essere.
Ora il caos pesa.
Non è più un rifugio,
ma un luogo che stringe,
che soffoca,
che sfinisce.
E io?
Io sono rimasto qui troppo a lungo.
Ora il dubbio graffia la pelle:
so ancora riconoscere il silenzio?
O sono solo il rumore che mi abita?