“ Vedi papà, io sono sempre stato differente da te…”
Lui era seduto davanti a me dall’ altra parte del tavolo, ma non ne era appoggiato, stava in mezzo alla cucina. Non dimenticherò mai quello sguardo perso nel vuoto, quegli occhi pieni di una tristezza profonda; in lui era rimasto nient’altro che quella grande dignità degna di chi ha lottato fino all’ ultimo istante con tutte le sue forze, ma che si è dovuto arrendere contro qualcosa di troppo grande e ingiusto, di chi è stato preso in giro per tutta un’esistenza prima dell’atto finale.
“… tu sei sempre stato un uomo invincibile, di quelli che mettono in soggezione solo a guardarli, che non hanno punti deboli,un combattente, un titano che arrivava a disgustarsi e ad arrabbiarsi nel vedere me, che non raccoglievo i tuoi sforzi nel cambiarmi, che non ti affrontavo.
Io invece sono sempre stato un essere debole, malinconico, pieno di paure, che non parla mai perché preferisce osservare e ascoltare per scovare qualche contraddizione nascosta in quello che ci circonda, che ama toccarsi le ferite per vivere pienamente…”
Quella cucina era così buia, di una penombra che ricopriva tristemente tutto quello che c’era. Un bellissimo tramonto di un rosso sangue colorava il cielo fuori dalla finestra, i pochi oggetti rimasti senza posto in quella stanza spoglia e morente sembravano anch’ essi come dormienti, come se l’arrivo della notte li facesse scomparire poco a poco, fino a cancellarli per sempre dalla faccia dalla terra.
“… Ti riscopri così vecchio e debole, scopri che tutto è stato vano, che tutti noi siamo soli e che in ogni caso il nostro segno sull’ esistenza è tale a quello di una foglia che si stacca dal ramo in autunno e cade a terra. Io questa sensazione ho cominciato a viverla diluita fin da ragazzino, quando gli altri avevano un sorriso beffardo quando vedevano un povero vecchio rimbambito, o si spingevano addirittura a prendere in giro gli straccioni in strada. Io invece fin da allora osservavo e provavo una malinconia profonda, perché in loro vedevo me, perché per strade traverse si provano le stesse sofferenze, perché tutti noi siamo destinati alla stessa indecorosa e assurda fine e siamo costretti a soffrirne. Tu di certo non hai mai preso in giro nessuno, anzi con le tue azioni hai cercato di aiutare i derelitti molto più di quanto lo abbia fatto io, ma non capivi che tu eri emarginato quanto loro e cercavi così di risollevarli per farli diventare sani e forti come te, o almeno per dargli un’esistenza più dignitosa. Ma non capivi che quelle persone non erano lontane da te, credevi che solo per sfortuna saresti potuto cadere nelle loro stesse condizioni, ma sarebbe stato un fatto temporaneo e che avresti combattuto e senz’ altro vinto. Siamo tutti nella stessa barca papà, non ha importanza chi è il capitano e chi l’ultimo dei passeggeri di terza classe, affonderemo tutti !
Ecco, è a questo che penso fin dall’ età della prima razionalità e l’ho accettato per quanto sia possibile, anche se fa male. Per te invece è un qualcosa di nuovo, cerchi un appoggio per risollevarti, ma questo può essere dato solo dalle religioni o cose simili, ma non fanno per te.
Non hai mai capito niente papà, quello forte ero io e non tu! Affrontare le sofferenze della vita, anche quando queste in apparenza non ci sono, aiuta come un (seppur troppo debole) anticorpo contro una malattia che si presenterà in tutta la sua assurdità !”
Un silenzio innaturale aleggiava in quel momento così inconsueto, papà mi guardava e non mi guardava, un occhio lucido luccicava nell’ ombra. Ero scosso per quelle mie esternazioni, per il coraggio di rivolgergli la parola in quel modo. Lui si alzò dalla sedia e lentamente alzò la testa per guardare fuori dalla finestra, scrutò profondamente l’infinito.
Non ce la feci più: “Papà… ti… voglio tanto bene” e scoppiai a piangere.
Fu la prima e ultima volta nella mia vita che gli dissi quella frase.
Addio papà testo di Daniel