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Quando arrivò
alla pensione,
non chiese il prezzo.
Chiese solo se la stanza 12
fosse libera.
La donna alla reception
alzò lo sguardo
come si fa
con le domande scomode.
“È sempre libera”, disse,
e gli porse una chiave
troppo pesante
per una porta qualunque.
Il corridoio odorava di cera
e tempo fermo.
Ogni passo sembrava
già successo.
La 10, la 11…
poi la 12.
Si fermò
prima di entrare,
come se qualcuno
dall’altra parte
stesse facendo lo stesso.
Aprì.
La stanza era identica
a come la ricordava,
anche se non c’era mai stato.
La finestra socchiusa,
la tenda che respirava piano,
una sedia rivolta verso il muro
come in punizione.
Sul letto, una giacca.
La sua.
La toccò con due dita,
come si tocca qualcosa
che può mentire.
Nella tasca trovò
un foglio piegato.
“Non restare troppo.”
Nessuna firma.
Rise piano,
ma senza allegria.
Si sedette sul letto,
guardando la porta
come si guarda un animale
che potrebbe scappare.
Passò un minuto,
o forse un anno.
Poi bussarono.
Tre colpi precisi.
Lui non rispose.
I colpi si ripeterono, identici.
Come se chi era fuori
sapesse già il ritmo giusto.
“È occupata”, disse infine,
ma la voce gli uscì diversa,
più stanca.
Silenzio.
Poi, da fuori:
“Lo so.”
Il cuore gli fece un passo falso.
Si alzò,
andò verso la porta,
appoggiò la fronte al legno.
“Chi sei?”
Dall’altra parte
una pausa breve,
educata.
“Tu,
tra qualche minuto.”
La mano gli scivolò sulla maniglia
senza chiedere permesso.
Aprì.
Il corridoio era vuoto.
Ma la porta della 11,
quella che aveva appena superato,
era socchiusa.
E dentro,
qualcuno stava entrando
nella stanza 12.