Un testo qualunque e chiamarlo 26 aprile

scritto da Francesco Giardina
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 49 minuti fa
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Autore del testo Francesco Giardina

Testo: Un testo qualunque e chiamarlo 26 aprile
di Francesco Giardina

Un testo mica lo puoi pubblicare così.. mica è un cane.
Pubblicane o pubblicare?
Repubblicare, forse.
Non lo puoi fare uscire conciato in quel modo..
scalzo si raffredderebbe presto!
Non si può.
Va vestito e coperto bene, e prima ancora va lavato;
va pulito a fondo,
e dopo, a quel punto,
puoi portartelo dove vuoi,
pure addosso.
O anche fuori:
se vuoi farlo uscire, basta aprire la porta..

Ma chi la porta la responsabilità d’ un testo?
Se siamo usciti proprio tutti,
autori e spettatori, di casa,
fuori di senno. Tutti.
Siamo un testo aperto su un tasto chiuso:
CHI ENTRA ESCE DALL’ ALTRA PORTA.

Allora mi chiedo se non sarebbe il caso che un testo se ne stesse un po’ per contro suo,
che stesse per un po’ da solo,
che non puoi portartelo a spasso nel tempo, se non c’ hai tempo.

Bisogna lasciargli spazio, e modi,
per riflettere e nel tempo libero devi rileggerlo, con attenzione;
bisogna fargli prendere aria con moderazione.. e prima..
un sacco di faccende da sbrigare, sapessi quante cose ci puoi fare
con un testo
...

Va tinteggiato, va colorato, carteggiato, caldeggiato e stirato. Va stupito, va portato al mare, va portato in centro, va portato ovunque, va portato pure in bagno.. anche lui ci ha i suoi bisogni..!

V’ ha portato sempre e v’ ha portato qualcosa, specialmente quello che sto dicendo: vi sta portando?
Per adesso No?
Anche a me,
non mi sta portando e importando nulla.
Scrivere è un testo come un altro,
un pretesto non molesto.

In effetti un testo mica lo puoi pubblicane così...
devi svegliarlo il cane che dorme,
ma devi prima riuscire a farlo addormentare.
Devi scuoterlo ripetutamente e spesso devi spostarlo di forza, trascinarlo nello spazio fuori la tua mente, e dalla tua testa lasciarlo libero: senza guinz'aglio nè prezzemolo, scipito cosi com’ è.
In bianco.

compagno di bianco

E poi devi portarlo in giro per farlo svagare, devi farlo girare, rigirare, capovolgerlo continuamente, devi farlo conoscere e farlo sognare.
Devi farlo visitare e dopo editare, non solo con le dita, ma anche con la vita. Lo devi e-vitare e poi svitare, farlo morire e riavvitare.

Un testo lo puoi fare in tanto modi e anche con altro, ma ci devi mettere tutto, non solo 'altro'… 
altro non basta per fare un testo,
e forse nemmeno tutto è servito.

Un testo mica lo puoi fare così lungo, non lo puoi fare con le mani e nemmeno su due piedi, deve stare in equilibrio senza; non puoi farlo uscire se non ha finito i compiti e soprattutto se non ha studiato.

Perché un testo, prima di tutto, ha bisogno di capire e di conoscere;
va curato tanto, perché i testi - si sa - che a volte riescono malati,
di nostalgia
Canaglia,
come la felicità di Romina e Albano. 
Ma non sono tutti testi maledetti e tristi, a volte nascono spontaneamente, già sbagliati: ammalati e ammaliati.

Prendiamo per esempio sua sorella ‘testa’: non è che funzioni a comando e di questi tempi neppure tanto (la mia poi.. lasciamo perdere), eppure fa quel che può senza farsene una ragione.

Un testo va portato dentro e fuori,
soprattutto va portato fuori solo quando ce n’ è bisogno e non è detto che sia per sempre e non lo puoi chiudere dentro:
se vuole andare via, non lo puoi trattenere, gli devi fare strada.

Non gli puoi chiedere la patente, va guidato e salvaguardato, senza licenze poetiche andrebbe perduto.
Ne ha il diritto di camminare
e ne vale la pena farlo viaggiare.

Va rilegato e riscritto un sacco di volte. Una prima mano e una seconda mano, e forse anche una terza.
Ecco, sono proprio quelli
- i testi di seconda mano-
sono quelli più convenienti,
però sono già stati usati; meglio farlo originale un pezzo, se è possibile premaman come un Test di gravidanza. Atteso e positivo.
Un parto S'offerto ma rinascituro,
cioè che nasca prima del futuro morto. Ecco si tratterebbe di farne a più non posso, di testi figli di originali!
E se nel contesto nuoce alla piazza, ha già fatto più del suo sacrosanto dovere. 

Perché un testo deve poter far parlare e deve parlare, ma se puoi, nel frattempo ( ma anche prima durando al dopo), TU fai anche all’ amore;
che quando lo fai,
lo finisci dopo quello che dovevi scrivere,
che a quel punto potrebbe davvero nascerti un super testo: un superdotato, un testo-sterone non ritardato, pieno di seme che fuoriesce.
Perché è godere senza un’ eiaculazione, l’ orgasmo di chi scrive.

Ma ricorda: solo dopo che ci hai scopato, nasce un vero capo lavoro.
Ma d' altronde è altrettanto vero che un testo non è mai a caso e manco a capo; non comanda mai nessuno, perché non si scopa mai perbene e mai per male, e nemmeno abbastanza… perché non basta una stanza con una parete;
che anche se hai spazzato via tutto ed è proprio tutto Pulito a fondo, quando un testo è troppo a fondo chiaro, non saprebbe più di niente manco il cielo,
e si fermerebbe tutto contro un muro. Diventi cieco in una stanza, e ah voglia di Beati e Gino Paoli. Se non canta, non incanta.

Sarebbe come un testo abbastanza colto ma indifferente ai sensi:
ignoralo perché sei sapiente che sarebbe un coito  deficiente. 

Un testo vero e proprio io non l'ho, non lo scrivo mai oggi; un testo non è mai oggi e nemmeno domani..
un testo non è mai attuale, è solo ieri.
È di Liberazione, è la festa delle parole, è liberatorio come un 25 aprile, è spesso una libera azione.. comporta la liberatoria del mandatario.

Io le parole non ce le mando. Le mie parole le lascio libere di fare quel che vogliono, sono magie, adultere e svaccinate: che vadano dove vogliono.
 Ce ne sono addirittura alcune che anche se mi cadessero dalla bocca non ri-uscirebbero neanche morte.
Meglio tenerli chiusi certi miei testi..

Meglio tenerli dentro chiusi nel cassetto.
Tanto, se ci credi, anche i testi più assurdi possono parlare come i sogni di cose vere.
O Forse no..
I testi non sono come i sogni che s’ avverano chiusi dentro.
I testi vanno lasciati liberi di sognare e di sbagliare.
Anche a costo di farli morire, ed io accosto sempre da quelle parti perché un testo non deve mai aver paura di morire, deve accostarsi sempre e il più possibile nei pressi eterni della nostra anima.

Tu ci pressi su quei tasti? o cipressi solo la morte? Ci pressi l’ anima sui tuoi testi, fino a farle male? Oppure ci pressi e dopo non ci pensi più..?
Un testo insomma è un gran casino,

come questo.
Più di 700 parole e 3 minuti e passa di lettura,  per dirvi cosa?
Che un testo solo per godere vale un piacere, ma non farlo piacere sarebbe peccato.

E voi fatemi un piacere: non ditemi prima grazie se non ve l’ ho ancora detto che un testo scritto di panza è 100 volte meglio di un testo scritto a minchia.
E non è detto che alla fine non siano la stessa cosa tutti itesti..
belli e brutti, falsi e veri.

Un testo è solo un pezzo,
È tutto un pezzo della nostra storia.

Un testo qualunque e chiamarlo 26 aprile testo di Francesco Giardina
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