Amore con un girasole

scritto da Filippo Carradori
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Amore con un girasole
- Nota dell'autore Filippo Carradori

Testo: Amore con un girasole
di Filippo Carradori

Fin da piccolo adoravo i prati, i campi e gli orticelli. Quando qualcosa non andava, io uscivo e camminavo per le strade di campagna alla ricerca di un luogo tranquillo e bucolico. Molte volte mi ritrovavo in mezzo a file di pomodori legati a tenda con delle canne, erano altissimi per me, e mi perdevo nel guardare le foglie sporche di terra che nascondeva il verde, poi quel rosso fuoco: significava energia. Me ne stavo quindi lì sdraiato e guardavo poi il cielo, pensando ingenuamente che qualcuno mi stesse osservando, che qualcuno veramente poteva aiutarmi. Fino al tramonto a far l’ amore con la terra calda per poi tornare a casa, tranquillo come un pomodoro attaccato alla sua canna.
Una delle cose che adoravo maggiormente era correre dentro i campi d’ orzo, gli arbusti alti per me due metri mi avvolgevano in una coperta calda e sporca senza farmi vedere più niente di ciò che era fuori. Correvo forte perché avevo paura di essere inseguito, poi mi fermavo e aspiravo a polmoni pieni un odore di frumento che mi riempiva l’ anima.
L’ esperienza più particolare la feci però pochi anni dopo, quando le tende di pomodori e i fusti d’ orzo non erano più così tanto alti come credevo. Mi sembra di rivedermi adesso, sbattere quella porta bianca e camminare mille passi, forse più, fino a un prato di girasoli. Scivolavo tra di essi come alla ricerca di qualcosa, quando inebriato di giallo e profumo rimasi folgorato da uno di essi. Non è che avesse poi niente di così strano, era solo alto, alto quasi due metri per me. Mi avvicinavo con emozione crescente e una goccia di sudore a solleticarmi la tempia, io lo vedevo bellissimo, di un giallo girasole con raggi dorati lungo i petali e nero, al centro, nero pece, che si appiccicò nella mia anima senza andare più via. Provai come un’ estasi lì di fronte, sentendomi anche un po’ stupido per il mio fare, ma decisi di rimare, sedendomi comodamente accanto per fargli compagnia e per parlare un po’ con lui.
Come fai tu a guardare il sole senza accecarti?
Questo è il mio dovere, piccolo, sono nato girasole e il mio compito è guardarlo in faccia, in fondo è soltanto una palla gialla, che illumina. Non ho paura e voglio crescere, voglio crescere metri e metri fino a toccarlo, senza bruciarmi.
Rimasi dunque qualche ora a riflettere sulle sue parole in silenzio, lui sembrava non avesse intenzione di proferir parola, e come biasimarlo, è solo un fiore. Arrivata la notte, mi coprii con il maglione di lana, rattoppato alla meglio da un’ anziana felice, e pian piano tutti i girasoli intorno a me rivolsero le corolle a terra per riposare. Era ora di dormire? Decisi di aspettare ancora un po’, aspettavo che anche lui li abbassasse, però non lo faceva, la corolla sempre dritta, puntava ad una sole inesistente.
Neanche tu hai sonno? Gli chiesi io.
Ma che cos’ è il sonno, piccolo? E al pronunciare questa risposta il nero che aveva dentro sembrava ancora più nero di prima.
Bè – ripresi – dopo una giornata normale mi sento stanco e vado a dormire, riposo per poi ricominciare da dove avevo lasciato. Non puoi dirmi che per te non è così, anche tu riposerai prima o poi.
Sembrava irrigidito, quasi indisposto dopo le mie parole e non rispose, le foglie tese in linea retta e quella testa, ancora verso il cielo immobile e fermo. E passava così lentamente una notte fredda, con dei brividi regolari a massaggiarmi la schiena ma quando iniziarono a cantare i galli della campagna, capii che il giorno era alle porte.
La mattina mi alzai in piedi con le gambe intirizzite, un po’ dal freddo, un po’ perché immobili da ore e quando iniziai a raccoglier su la mia roba sparsa lì intorno, lui parlò:
Tornerai? Dimmi, piccolo, che tornerai qui, anche se il sole puoi vederlo da qualsiasi angolo di questo campo.
Me ne andai sorridendo senza tornare per qualche giorno, ma vedendo le ore passare montai su e portarono la mente a sedere in quel campo caldo vicino al mio girasole.
Esattamente un mese dopo, ricordo un 17 ma non so di quale di mese, arrivai da lui. Sembrava ancora più alto dopo tutto quel tempo, irrigidì ancora le sue foglie come lame, quando percepì la mia presenza, impregnando l’ aria intorno di profumo e felicità; come l’ ultima volta mi sedetti ai suoi piedi, alle sue radici sporgenti dalla terra e lo guardavo.
Ciao girasole, come stai? Lo sai, mi sei mancato. Sei più grande di prima, ma come ti sei fatto quelle ferite attorno ai petali?
Il giallo topazio era adesso contenuto in una cornice scura, una cornice di legno logorata dalle tarme del tempo, con brandelli arricciati verso l’ interno e alcuni che penzolavano, come stanchi dallo sforzo, anelando alla terra.
Non so che cosa tu abbia fatto in questo tempo, io sono rimasto qui sotto, al sole. Sono cresciuto è vero, e questo perché voglio toccare il sole, un giorno ero in alto, così orgoglioso per essermi superato una volta in più e il sole mi bruciò. Ricordo il dolore che contorceva la linfa su e giù per lo stelo, così bene come ricordo quel senso di immensa soddisfazione, godendo quasi di un delirio di onnipotenza.
Ma sei solo un girasole, che cosa pensi di riuscire a fare?
Nessuno mai prima di me si era spinto così in altro, nessuno mai prima di me si era bruciato i petali di fatica, guardali, se ne stanno lì a girare tutto il tempo ma come le trottole, assassinate dall’ inerzia.
Ancora una volta mi alzai, ora più velocemente della scorsa ma non presi niente con me, il girasole alto e indifferente spariva dalla mia vista in poco più di due minuti. A fiato corto e muscoli ruggenti tornai da lui, senza sedermi ma sistemai nella conchetta di erba schiacciata, uno sgabello. Salii in piedi e quasi raggiunsi la sua stazza, poi tirai fuori dalla borsa un ombrello e lo aprii sopra di noi in una giornata di sole cocente.
Richiudi subito l’ ombrello.
Sentenziò il girasole con voce fredda che riecheggiò nella vallata, ma rimasi inchiodato sullo sgabello, le mani strette al manico che faceva tremare la testa a cupola di ombrello a pallini. Ed ecco poco dopo il suo busto liquefarsi molle sotto di me, la corolla roteò facendo perno sulla radice colpendomi in pieno stomaco. Sembrava che il cuore si fosse fermato per un momento, durante il quale sentiva solo lo stomaco annodarsi e snodarsi senza una trama precisa, montavano la rabbia.
Me ne andai di corsa questa volta, con l’intenzione di non tornare, mentre disseminavo lacrime lungo lo stradello, come per ritrovare la strada qualora la dimenticassi dopo tanto. Il girasole puntava dritto al cielo, piangendo.
Non andai a trovarlo per giorni che divennero mesi, ricordo che quando tornai era un diciassette di non so quale mese. Ero deciso di parlar chiaro e al tempo stesso ero dispiaciuto per il comportamento tenuto, per come si era comportato. Seguii pedissequamente le lacrime poggiate a terra tempo fa, e di nuovo, ero lì sotto di lui, a guardarlo dal basso ammirando la sua tenacia, forza e determinazione.
Se il sole ti bacia in bocca al mattino, girasole,
e di notte la luna sorride,
vestendoti di amore e di sfide,
puoi solo gustare il cammino.
Per vincere le sfide devi però saper duellare, e non rispondermi che è inutile indossare elmetto e corazza, ti farai solo del male, continuerai a sciupare i tuoi petali preziosi, bisogna anche porsi dei limiti al di là dei quali puoi arrivare, in polvere, al qua dei quali puoi restare, girasole, bello come sei.
Ed ero quasi convinto di averlo visto sorridere da sotto i semi. Mi chiedevo cosa pensasse, come pensasse. Continuavo a vederlo alto, non riuscivo a raggiungerlo neanche con lo sgabello su cui poggiavo eppure rimanemmo lì, per ore che divennero giorni a guardarci [negli occhi?]. Parlammo molto poi, e ogni volta sentivo di conoscerlo come se fossi sempre stato lì, come se lui fosse stato sempre lì a guardarmi in veste del sole nel cielo. Mi meravigliavo di lui come non riuscivo a fare con gli altri esseri umani perché lui era alto, determinato, quadrato che si scioglie in un tondo informe perché è tenero, e nessuno lo riconosce, ma a volte troppo determinato e tanto quadrato che con i suoi spigoli aguzzi si feriva da solo.
Anche lui sembrava conoscermi, aveva affondato le sue radici dentro la mia anima.
Balla una donna di velluto, stracci lungo il corpo penzolano, argentei.
La pelle scura, scuro caffè sbiadito e i capelli neri, ma neri carbone. Rosso, fuoco, dal nero degli occhi e al centro [!] uno sbrilluccichio d’ argento contenuto in un negozio di gioielli e, fuori dalla vetrina io, io che mi vedo dalla vetrina. Che cosa pensano di me? Che sono un puro gioiello, ingenuo e che risplende celeste? O penseranno di me che sono la pietra, integra, omogenea, levigata e grigia?
Io non lo so, però so chi sono, intervalli irregolari di azzurro cristallo ambrato di grigio, pietra.
La donna scuote il corpo e i drappi del vestito che battono lo stomaco. Vi chiederete chi sia? Io mi risponderei mia madre ma cadrei nell’ errore, lei in verità è la proiezione inversa del mio essere, concretizzato in un corpo esterno, che non ha paura, perché io ho paura, che è decisa, perché io non lo sono.
Nessuno mai aveva capito questo di me così a fondo di come fece il girasole con le sue radici.
E mettete vicine le due pietre: quella di cristallo e grigio, e quella solo di sasso, che custodisce con dovizia un petalo di girasole nel suo nucleo. Sono belle vero?
È l’ amore, tra me e un girasole.
Amore con un girasole testo di Filippo Carradori
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