Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Atrax Robustus Pt.20
Ginevra De Angelis aprì la porta della stanza, sul fondo dell'ampio alloggio della propria casa, con la stessa reverenza con cui un sacerdote entra nel tempio del proprio culto.
L’aria calda e umida l’avvolse subito, portando con sé l’odore familiare di cocco bagnato e terra.
Chiuse la porta alle sue spalle. Per qualche secondo rimase ferma, lasciando che il silenzio denso della stanza la separasse dal resto della casa.
Fuori c’era ancora il mondo: l’università, la telefonata di Luigi dopo la morte di Leo, il vuoto che si era aperto tra loro. Qui dentro, invece, tutto era ordinato, controllato, prevedibile.
Erano le diciannove passate. Aveva già fatto la doccia, ma non aveva fame. Aveva ancora mezz’ora prima che suo marito tornasse per cena.
Mezz’ora solo per loro, i suoi amati ragni che suo marito detestava.
Si avvicinò alle teche. Una ventina di mondi minuscoli impilati sugli scaffali, illuminati da una luce calda e debole.
Le finestre, oscurate con tende pesanti, perché i ragni odiavano la luce diretta e gli sbalzi termici, davano all'ambiente un tono esoterico.
Un sistema di climatizzazione specifico, manteneva costante una temperatura stabile tra 23-26°C che di notte poteva scendere fino a 21-22°C.
A volte le sembrava che anche il silenzio tra lei e i ragni avesse un peso.
- Lo so… vi ho trascurati - mormorò infine, a voce bassa, giustificandosi.
- È stato un brutto periodo.
Mentre preparava le pinzette e apriva la prima teca, i pensieri tornavano inevitabilmente a Luigi, alla drammatica fine di Leo, il cane che lui amava come un figlio.
Alla sua voce rotta al telefono, al modo in cui aveva chiuso la chiamata dicendo solo “ci sentiamo”.
Erano trascorsi giorni e non si erano più cercati. Entrambi sapevano che non era il momento di parole o gesti.
Eppure Luigi le mancava. Le mancava in modo doloroso.
Lei amava ogni singolo inquilino di quel piccolo universo di aracnidi.
Le enormi tarantole terrestri, pelose e lente, quasi filosofiche.
Qualche Phoneutria, elegante e imprevedibile. Le splendide Poecilotheria, veloci e colorate. Le piccole Latrodectus, le famose vedove nere.
E varie specie africane, altrettanto affascinanti.
Versò dell’acqua fresca in ogni ciotolina delle teche e controllò l’umidità.
I suoi movimenti erano lenti, precisi. Quasi affettuosi.
Ognuno di quei ragni possedeva un veleno potente.
C’era un brivido sensuale nel pericolo controllato.
La vista delle zanne che affondavano nella preda le provocavano un rispetto reverenziale. Era una forma di meditazione oscura.
In qualche modo li sentiva affini, anche lei sapeva essere paziente e controllata, mostrasi serena, silenziosa e altrettanto mortale.
Quella routine era rassicurante : aprire una teca, osservare, offrire il cibo, richiudere.
Qui non esistevano silenzi imbarazzati, né inutili parole da spendere.
I ragni non chiedevano nulla. Non si offendevano. Non sparivano nel silenzio per giorni.
Prese una blatta Dubia con le pinzette lunghe e la fece scendere delicatamente nella teca di una Lasiodora.
La tarantola, grossa e tranquilla, si mosse dopo qualche secondo con quella flemma quasi noncurante che lei aveva imparato ad amare.
- Mangia, tesoro - sussurrò. - Fai con calma.
Osservandola, sentì di nuovo quel nodo in gola. Leo era morto da meno di dieci giorni. Un cane bello e dolce che aveva riempito la vita di Luigi e quella di lei e suo marito di rumore, coccole e peli per cinque anni. Quanto vuoto ora.
Cercò di cacciare indietro la malinconia e concentrarsi su ciò che stava facendo.
Nella stanza solo un silenzio artificiale, regolato da termostati e umidificatori.
I ragni erano animali semplici e onesti. Non mostravano l'affetto di un cane per ottenere il premio di un biscotto o un ghiotto boccone. Non chiedevano e non fingevano. Vivevano secondo regole antiche e spietate, e lei le rispettava.
Quasi tutti i ragni erano solitari per natura tranne nel breve periodo dell’accoppiamento, i maschi alla ricerca di femmine rischiavano la vita.
Erano territoriali e cannibali: due adulti nella stessa teca finirebbero con uno che divora l’altro.
Mentre passava da una teca all’altra, pensò al suo sogno: avere un Atrax robustus per completare il suo vivaio. Un maschio adulto, nero come petrolio, aggressivo e temibile come una belva.
Sapeva quanto fosse praticamente impossibile averne uno legalmente.
Eppure l’idea di avere in casa quell'essere così potente e letale le dava un brivido profondo.
Si fermò davanti alla teca di una Poecilotheria. La tarantola era immobile, le zampe anteriori leggermente alzate.
- Voi non avete bisogno di nessuno, vero?
Quel bastare a sé stessi, quella capacità di esistere perfettamente da soli, le provocava invidia e rispetto allo stesso tempo.
Lei invece sentiva la mancanza di Luigi, del cane e di tutto ciò di cui la vita l'aveva privata. Sentiva anche la mancanza di un'esistenza e d'una versione di sé meno complicate.
Chiuse l’ultima teca e rimase qualche istante a guardare le file ordinate di quei piccoli mondi privi d'empatia ed emozioni.
Lì tutto aveva un ordine. Un ordine crudele, preciso, silenzioso.
Fuori da quella stanza, invece, tutto era incerto, fragile e spesso doloroso.
Doveva apprendere ancora molto da loro.
(Continua)