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Eppure
era solo l’anno scorso
che correvo veloce,
più veloce di tutti.
Vincevo premi,
la folla era tutta per me
e lui
stringeva le mie redini.
Insieme, i traguardi
erano sempre vittorie.
E quando arrivava la notte,
quando tutto finiva,
io e lui nella stalla,
ricordo ancora tutto:
il silenzio,
le sue carezze sul mio crine,
l’odore di fieno
lievemente umido.
Poi
arrivò quel giorno.
La gara,
il pubblico,
noi due pronti.
Il cancelletto si aprì.
Iniziai a correre,
sempre più veloce.
Una zolla si staccò dal terreno,
la mia zampa si piegò.
Poi la caduta.
Il dolore.
Tutto mutò:
niente più gare,
né pubblico,
solo il silenzio.
Il mio zoppicare
fu la mia colpa.
Il suo sguardo
la mia condanna.
Mi volle su quel furgone.
Niente fieno,
solo metallo.
Non vidi più il suo viso.
Poi
l’odore acre del terrore,
il chiodo
che cessava il respiro.
Zoppico,
ma nel riflesso di una pozzanghera
guardo il mio crine,
uguale a ciò che era.
Chiudo gli occhi.
Attendo il chiodo.