Cinque racconti + 1: Novanta minuti.

scritto da July Castellano
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Era andata bene, la John Paul Jones risultava colpita insieme al cacciatorpediniere di scorta Monaveen, mentre si era registrata la perdita simulata di due soli aerei di cui uno era il mio, e proseguimmo con le operazioni pianificate fino agli slot..
- Nota dell'autore July Castellano

Testo: Cinque racconti + 1: Novanta minuti.
di July Castellano

Novanta minuti.

I piloti sono generalmente considerati tra i membri più elitari ed altamente addestrati del mondo dell’aviazione, spesso sono accompagnati da un fascino invidiabile e sono tanto ammirati, nelle loro divise eleganti, negli aeroporti di tutto il mondo. Ci pensavo mentre uscivo dalla sala briefing n°2 della mia portaerei Roosvelt, che in quel momento incrociava a 500 miglia ad est delle isole Salomone. Era stata l’ennesima riunione di noi piloti da caccia impegnati in una esercitazione di 24 ore consecutive che stava mettendo grande pressione a tutti i reparti operativi della nave da oltre 20 ore. Il fascino magnetico del pilota lo avevo visto svanire rapidamente durante l’addestramento all’accademia, ma vedere come eravamo conciati mentre uscivamo dall’angusta saletta con passo malfermo era uno spettacolo deprimente. I due di noi più sfortunati avevano una grossa chiazza di olio sulla divisa di volo, a causa di un condotto lubrificante scoppiato nell’abitacolo nel bel mezzo delle operazioni, come fossero riusciti ad atterrare con gli strumenti illeggibili coperti da una patina di grasso nero era un mistero; gli altri avevano un aspetto che oscillava tra il profugo cubano appena sbarcato da una chiatta di legno ed un senzatetto di Los Angeles mezzo alcolizzato. I miei capelli erano scomposti ed appiccicati e puzzavo di cane bagnato a causa del mio cupolino in plexiglass, che si era bloccato aperto sotto la pioggia non appena terminata la terza serie di “launch and recovery cycle”; e comunque ero talmente stanca che facevo fatica anche a stare in piedi. Perfino il CAG si astenne dal rimproverare uno dei ragazzi della squadriglia di Growlers, Gus Vansant, che si era placidamente addormentato sullo scomodissimo seggiolino della sala briefing. Qualcuno, durante la riunione propose, come di consueto, di penetrare nottetempo nell’alloggio dell’Ammiraglio e gettarlo fuoribordo simulando uno spiacevole incidente, al fine di interrompere l’esercitazione che ci stava regalando. Nonostante tutto avevamo ancora voglia di una sana risata in compagnia. Ci avviammo al ponte hangar per ricominciare da capo il quarto e finalmente ultimo Launch and recovery cycle; la vita a bordo di una portaerei dopotutto era questa, un loop infinito di esercitazioni, missioni, briefing, verifiche, controlli, rapporti eccetera. Il tempo personale a disposizione per hobby e interessi era veramente poco nei turni di missione imbarcati, andava decisamente meglio a terra nella mia base NAS di San Diego, dove avevo anche il tempo di riposare o fare qualche cosa di diverso dal solito.

Arrivati al ponte tenni il consueto ‘Stand-up briefing mission’ che stavolta durò meno dei 5 minuti soliti, raccomandai ai miei piloti di prestare attenzione alle fasi critiche della missione: dopo la scorta dei due Growlers che volavano con noi avremmo condotto l’attacco simulato alla USS John Paul Jones con i missili Harpoon antinave, raccomandai attenzione ad eventuali contromisure e soprattutto ad unità di scorta non segnalate. Non so come, mi venne in mente anche di raccomandare di trattare con delicatezza gli aerei, quel giorno erano stati strapazzati in volo per parecchie ore consecutive e bisognava tenere conto che potevano essere affetti da qualche guasto non previsto. Per fortuna erano tutti ragazzi in gamba e il discorso motivazionale finale che dovetti fare fu, per questo, semplice e conciso. “Comandate sofisticate macchine da guerra, con le quali avete il potere di contribuire a difendere il vostro paese. Ma ora serve la vostra forza ed il vostro addestramento per portare a termine la missione, abbiate forza. E’ tutto. In libertà.” Mancavano due minuti all’inizio e ci avviammo ai rispettivi aerei.

L’esercitazione, che iniziò poco dopo, prevedeva il lancio di tutti e 90 i mezzi della portaerei nel giro dei successivi 90 minuti. Partivano per prime le unità di comando e controllo -  i radar aviotrasportati -, gli elicotteri di supporto e recupero, poi i jet abilitati al rifornimento in volo, seguivano le unità di pronto impiego, detti “Warning”, a protezione delle unità navali poi sarebbero partiti i gruppi designati all’attacco o alla difesa composti da velivoli provenienti da squadriglie diverse ma aggregati per gli stessi obiettivi, intervallati dagli AWACS per la sorveglianza aerea e per la gestione ed il controllo dei velivoli impegnati in missione.

La nostra procedura prevedeva una preparazione di 45 minuti circa per le verifiche tecniche, per il rifornimento, il riarmo ed eventualmente qualche intervento tecnico minore. Saremmo partiti con il terzo squadrone e procedevamo speditamente nell’allestimento degli aerei quando ci fu un problema con uno dei miei Piloti, il tenente Luis Litt. A 15 minuti dal decollo eravamo stati trasferiti sul ponte ed eravamo parcheggiati in file ordinate svolgendo il pre-flight check quando una spia sul pannello destro di Luis segnalò l’impossibilità ad avviare il motore di sinistra. La squadra manutentiva si materializzò misteriosamente da chissà dove prima ancora che ebbi terminato la comunicazione al controllo volo e si mise all’opera scoperchiando il motore e il gruppo generatore-batterie. Presto sarebbe stato necessario decidere se lasciare a terra Luis e proseguire senza di lui. Mi divincolai dalle cinture e andai a parlare con il responsabile della manutenzione che stava lavorando alacremente all’Hornet in avaria su una piattaforma elevatrice mobile. Nel rumore infernale del ponte di volo era sceso e mi aveva comunicato che il guasto elettrico era serio, potevano collegare la batteria direttamente al motore bypassando il generatore ma era un rischio, esaurita la batteria APU l’aereo avrebbe avuto solo il generatore di destra a dare energia al mezzo. Il controllo volo stabilì che il guasto limitava il tempo di volo ma non l’operatività e decise quindi di farlo decollare con prescrizione di attenersi alle indicazioni dei tecnici della manutenzione, oltre al monitoraggio costante durante la missione; l’aereo di Luis era necessario e non poteva essere sostituito. Parlai preoccupata direttamente con il comandante Specter, un capitano di vascello, che coordinava la missione, mi spiegò che ci servivano tutti gli aerei disponibili e non poteva tenere a terra Luis, costi quello che costi. Le mie proteste non servirono a nulla, quindi chiesi il cambio di aeromobile, che venne autorizzato nel giro di due minuti. Avrei preso il 404 di Luis e lui sarebbe partito con il mio F18 Hornet numero 401, con le mie insegne da caposquadriglia dipinte sulla fusoliera, per le quali lo avremmo bonariamente preso in giro per tutta la settimana successiva. Spostato lo slot di decollo del mio aereo 404 per guadagnare tempo, provvedemmo insieme con la manutenzione a scollegare il generatore destro, collegare una batteria ausiliaria esterna per dare energia al sistema di accensione ed avviare il motore sinistro. Un altro guasto apparve sula consolle centrale, una delle due pompe di alimentazione del carburante di destra mostravano una irregolarità che potenzialmente poteva essere molto seria, il Capo Devlin della manutenzione se ne accorse e con un secco ordine rimise all’opera i suoi ragazzi per smontare di nuovo la copertura dei propulsori. Lo fermai.

Lasci perdere, Capo. Me ne devo andare, il tempo stringe.

Angel! Il guasto non è banale, dobbiamo controllare. Se perdi l’alimentazione in volo non potrai riavviare il motore perché il tuo generatore è morto.

lo so, ma le pompe sono due per ogni motore, speriamo che la pompa superstite funzioni per tutta la missione. Faccia chiudere i portelli di ispezione, me ne vado. Acqua in bocca, mi raccomando.”

Angel, dannazione! E va bene. Appena conclusa la missione spegni tutta l’elettronica possibile e trasferisci il carburante nei serbatori alari di destra, aiuterà la pompa a pescare carburante pulito. Buona fortuna.” E dopo avermi dato due pacche sulla spalla, scese dalla scaletta.

Completai l’accensione dei due propulsori mentre vedevo i miei ragazzi decollare dalle catapulte di prua. Non appena possibile venni guidata alla posizione di partenza, abbassai le ali fino a quel momento ripiegate per il parcheggio e guardai gli shooters che facevano il check finale all’aereo agganciato alla catapulta.

Mi diedero il segnale dei 5 secondi, salutai ed attesi l’urto alla schiena del mio jet che passava da 0 a 270KM/h in meno di 6 secondi. Una volta in volo raggiunsi la mia squadra per proseguire la missione che si concluse nel giro della ora e mezza successiva. Era andata bene, la John Paul Jones risultava colpita insieme al cacciatorpediniere di scorta Monaveen, mentre si era registrata la perdita simulata di due soli aerei di cui uno era il mio, e proseguimmo con le operazioni pianificate fino agli slot di atterraggio, i circuiti di attesa erano anche un po' sovraffollati per la massiccia esercitazione. Chi era a corto di carburante comunicò il bingo fuel e fu tolto dalle liste di attesa per andare al finale per un atterraggio prioritario, anche le aerocisterne erano tutte rimaste a secco, non si poteva più rifornire in volo nessun aereo. Stavo circuitando a 5.000 piedi con poco meno di 3.000 libre di carburante quando una serie di allarmi risuonarono dal pannello laterale, uno dei motori aveva perso l’alimentazione e la turbina di sinistra stava rallentando rapidamente senza poter più ricevere carburante. L’aereo restò di colpo con la spinta sbilanciata e si inclinò a sinistra costringendomi ad uscire dalla formazione e a stabilizzarmi 550 piedi più in basso. Controllai entrambe le pompe di alimentazione, risultavano ferme. Pensai subito al guasto elettrico ed andai a controllare sul monitor destro gli allarmi. Era come pensavo, la batteria superstite era scesa al minimo tollerabile ed il sistema di controllo computerizzato era stato costretto a spegnere la turbina sinistra e una serie di altri sistemi minori. Chiamai il controllo volo, dichiarai l’avaria e chiesi il cambio di rotta e di quota per dirigermi verso il circuito di attesa principale. Nel mentre che mi spostavano i guai aumentarono, le pompe dell’olio di destra cominciarono a rallentare facendo mancare la preziosa lubrificazione alla turbina principale mettendo l’aereo – e la mia pellaccia – in pericolo.

Il surriscaldamento del motore fu la ovvia conseguenza e la perdita di potenza successiva mi fece assegnare il codice di emergenza per l’atterraggio prioritario, venni spostata rapidamente verso il circuito di atterraggio e alla prima occasione mi venne autorizzata la discesa.

Circuitavo a 800 piedi intorno alla portaerei e stavo per fare l’ultima virata a sinistra per allinearmi per il sentiero di discesa quando il motore superstite tentò di spegnersi, persi 150 piedi di quota mentre armeggiavo rapidamente sul pannello di controllo, spegnevo tutta l’elettronica superflua del mio F18 e scaricavo tutte le armi in mare per un valore di decine di milioni di dollari. Per fortuna il motore si riprese ma ero pericolosamente in basso, il prossimo default della propulsione poteva essere l’ultimo della mia carriera. L’allarme di un velivolo in pericolo imminente venne diramato alla flotta in tutta fretta, le unità di scorta presero un po' di spazio dalla portaerei ed uno degli elicotteri in volo per l’assistenza agli aerei in atterraggio venne fatto spostare alla mia destra per poter intervenire rapidamente in caso di bisogno. Stabilizzai l’aereo che tendeva scostarsi dal sentiero a causa della spinta di un solo motore e mi avviai verso i cavi di arresto sul ponte. A 4 secondi dal touch down il motore si spense un’altra volta e persi definitivamente il controllo della spinta. Stavo per mettere la mano sulla leva di espulsione gialla e nera, ben visibile sopra i comandi del gas ma ci ripensai, l’esplosivo del seggiolino ad espulsione aveva l’abitudine di abbassare di colpo il muso degli aerei e capì in meno di un decimo di secondo che avrei messo la portaerei in pericolo di collisione e presi la decisione più semplice: la vita di molti sulla nave era più importante di quella di un solo pilota. L’aereo tentò di planare ma perse troppa quota troppo in fretta. Il controllo volo mi ordinò di scostare l’aereo per non distruggere il ponte di volo e limitare le vittime se possibile, e di lanciarmi al più presto; non potevo farcela, l’aereo stava perdendo portanza troppo in fretta e a 145 nodi i 260 metri che mi separavano dal ponte si percorrevano in appena 3 secondi, ero costretta a tentare l’atterraggio. Mentre in sala comando apprendevano la brutta notizia e guardavano impotenti, superai il bordo del ponte troppo bassa. Il motore sinistro, pesante 6 tonnellate, toccò violentemente il margine in acciaio della nave e quasi si strappò dal suo alloggiamento per l’urto; l’aereo cambiò inclinazione puntando il muso in basso e picchiò violentemente all’altezza del cavo di arresto numero uno, spezzandosi in due con un boato assordante. Una nuvola di fumo e di fuoco si alzò dal ponte ed i resti anneriti del mio abitacolo e di un grosso pezzo di fusoliera scivolarono verso un gruppo di velivoli parcheggiati sulla destra dietro l’isola della nave andando ad urtare due elicotteri Seahawk in sosta, uno dei quali quasi cade in mare per la botta. Aspettai la detonazione del serbatoio dell’elicottero colpito e che guardavo dai resti della mia fusoliera inclinata su un lato, mentre il sangue mi colava sul viso, ancora legata alle cinture; ma visto che dopo due secondi ero ancora inaspettatamente viva mi dissi che forse avevo qualche possibilità di sopravvivenza. La schiuma antincendio che invase il mio abitacolo dalla calotta in plexiglass rotta in più punti mi diede una scossa al sistema nervoso. Controllai le mie condizioni come da addestramento US Navy, avevo male alla schiena, un polso probabilmente rotto e la cloche di comando spezzata mi aveva trafitto la gamba destra, quindi perdevo sangue a secchiate. Gli addetti medievac, del servizio di evacuazione medica apparvero quasi immediatamente e si assicurarono che respirassi ancora prima di controllare le mie condizioni e cominciare a preparare l’estrazione dall’aereo semi distrutto. Dei meccanici con grosse tenaglie facevano a pezzi la calotta mentre un infermiere si era intrufolato nei rottami e mi prestava le prime cure: un collare cervicale, un grosso ammasso di garze fissate alle meno peggio per tamponare l’emorragia alla gamba, una iniezione per sostenere il cuore. Appena terminò fu sostituito istantaneamente da un secondo infermiere con due flebo che mi vennero applicate tagliando la tuta di volo. Si accorse del polso fratturato quando espressi un lamento mentre tentava di ruotarmi il braccio per infilare l’ago, me lo bloccò con una steccatura provvisoria e mi mise ugualmente la flebo mentre testava il mio grado di vigilanza con un mucchio di domande senza senso apparente.

Mi sentì rallentare nelle risposte, l’infermiere capì subito che stavo perdendo conoscenza e controllò la gamba che sanguinava e si accorse immediatamente che l’emorragia era più grave del previsto, mi stavo dissanguando mentre altri lavoravano senza sosta per creare lo spazio tra i rottami per estrarmi dalle lamiere. L’infermiere chiamò un dottore alle sue spalle avvisandolo della forte perdita di sangue poi si spostò per fargli spazio, quello scostò le garze e poi la gamba trafitta facendomi urlare dal dolore, ma trovò quello che cercava. “Sei nei guai seri” mi disse “la cloche ti ha bucato la vena femorale superiore e stai perdendo troppo sangue, devo operarti sul posto.” Si voltò “KIT CHIRURGICO!” disse ad alta voce. “Sei ferita e ti abbiamo dato adrenalina per sostenere il cuore, non posso darti anestetici se non lidocaina in locale, ti farà un male del diavolo ma tu resisti, o sarai morta entro 10 minuti.

Fece a pezzi la tuta di volo a forbiciate, disinfettò a casaccio rovesciando mezza bottiglia di antisettico violastro e iniziò l’incisione con il bisturi. Dopo qualche minuto che lavorava lo avvisarono che c’era abbastanza spazio per farmi uscire dai rottami, cauterizzò tutto quello che potè all’interno, mise dei punti metallici provvisori – altro dolore – e lasciò spazio ad un tizio con una sega circolare portatile per tagliare il pezzo di cloche infilzato e finalmente potermi estrarre. Terminate l’operazione di taglio mi estrassero in 3 addetti ai recuperi dalla carlinga danneggiata e mi poggiarono su una barella, mentre venivo posata sul lettino sentì l’ultima cosa che il dottore disse prima che perdessi conoscenza: “un momento, da dove esce tutto quel sangue??

Il danno si stava rivelando peggiore del previsto, il metallo aveva compromesso anche l’arteria femorale, danno che si manifestò pienamente a causa dello spostamento; il chirurgo si catapultò su di me, mi attaccò ad una bombola di ossigeno e mi girò su un fianco, e con due colleghi chirurghi mi riaprì la gamba in fretta e furia, mentre 4 o 5 tra infermieri e meccanici facevano a gara per mantenere in posizione laterale il mio corpo disteso sulla barella privo di coscienza. Il dottore ruggiva nervosi ordini ai colleghi di tamponare il sangue e ripulire il campo operatorio perchè non vedeva un fico secco; lavorò con gli strumenti per una decina di minuti.

L’ammiraglio Davenport si presentò sul posto e il capannello di persone che guardavano i chirurghi al lavoro sul ponte della portaerei si aprirono a ventaglio per farlo passare. “Ce la farà?” chiese l’ammiraglio. Il medico immediatamente alla sua sinistra lo guardò e disse “è molto difficile Ammiraglio, è meglio che si prepari al peggio.” Davenport stette mezzo minuto a guardare impietrito, poi si voltò e si rivolse al suo aiutante di campo, “Capitano Specter, faccia sospendere tutte le operazioni di volo non necessarie della flotta e provveda a spostare tutto il traffico aereo della Roosvelt sulla Harry Truman, voglio il silenzio su questo ponte.” “Si signore” rispose l’alto ufficiale e si dileguò. Poi fece un cenno a padre James, che si avvicinò e cominciò a mormorare una preghiera per me, raccolse po' di olio motore da una chiazza sul ponte metallico colata dal mio aereo e mi disegnò una piccola croce sulla fronte, su una portaerei qualsiasi in navigazione imprecisata nell’oceano pacifico.

 

*******************

Epilogo

Mi risvegliai dopo diverse ore nell’infermeria della nave, frastornata come dopo una sbronza colossale. Non capì subito perchè non riuscivo a muovermi finchè non vidi la gamba destra appesa ad una impalcatura metallica tutta fasciata e una vistosa ingessatura al polso. Realizzai in quel momento che ero viva, -che culo- pensai. Un’infermiera mi vide muovermi dal vetro della sua postazione e dopo una breve telefonata mi raggiunse.

Come si sente Capitano?”;

“Mi Chiami Angel, la prego”, ribattei.

Va bene” disse sorridendo e passò ad un meno formale “Come ti senti Angel?”;

Un po' dolorante e ho una sete infernale” risposi.

“Torno subito”, disse l’infermiera. Mi fece bere a piccoli sorsi con una cannuccia e poi “va meglio?”;

si, grazie” mormorai sommessamente. Entrò il medico che mi aveva operato e mi salutò.

“Buongiorno Capitano.”

Mi chiami Angel, la prego”;

Ma certo. Come ti senti?”;

Peggio di quando sono decollata stamattina, e mi fa un po' male la gamba.”;

ti darò degli antidolorifici, nel frattempo devi riposare.”;

Che è successo?

Il tuo aereo ha colpito il margine del ponte di poppa e si è schiantato nella zona dei cavi di arresto. Eri ferita molto gravemente, ho dovuto operarti sul ponte di volo.”;

Grazie dottore, le devo la vita.

DI nulla, non ti preoccupare. Ti rimetterai presto.” Prese il telefono e rivolto verso di me disse: “C’è qualcuno che vorrebbe venirti a trovare...” poi continuò al telefono “Buonasera, Sono il Capitano MC Gregor dall’infermeria, il Capitano Castellano si è svegliata, l’Ammiraglio ha chiesto di esserne informato…. si… grazie.

L’ammiraglio della flotta vuole vedermi?

Si, ed ha chiesto spesso delle tue condizioni mediche. A quanto pare hai amici alla Corte del Re” rispose il dottore divertito.

Trascorsi 10 minuti si presentò l’Ammiraglio Charlie Davenport, il comandante in capo della task force.

Ciao Angel, come ti senti?

Buonasera Ammiraglio, sono stata meglio ma DOC dice che sarò in piedi presto. Mi spiace per il suo aereo.”

Quello esploso sul ponte principale? Oh, non darti pensiero, te lo addebiteremo sullo stipendio con comode rate.” Disse sorridendo.

Ah, ok. Ci vorranno… tipo... 200 anni per saldare il debito. Fico. Mi terrà in Marina per parecchio tempo quindi.” Dissi sorridendo.

Già” ridacchio l’ammiraglio.

“vorrei chiederti una cosa” disse.

“Chieda pure, Ammiraglio”

“Hai chiesto tu lo scambio del mezzo con il tenente Litt?”

“Affermativo, signore”.

“Sapevi che decollavi con un guasto elettrico discretamente serio?”

“Si signore, lo sapevo. Ho parlato con il Capo Devlin della manutenzione 10 minuti prima di partire ed ero consapevole del rischio. Sapevo di dover limitare al massimo il consumo elettrico in volo. Però quell’aereo ci serviva in aria, lo sa.”

“E sapevi anche che una delle pompe di alimentazione di un motore poteva essere compromessa?”

“Quel chiacchierone di Devlin, giusto?”

“Già. A mensa ha raccontato tutto e me l’hanno riferito.”

“Ecco…io…non so cosa dire Signore...”

“Perché sei voluta decollare a tutti i costi, Angel?”

“Ecco... vede Ammiraglio, penserà che sia una cosa sciocca… il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco, pieno di stati canaglia che ci odiano senza mezzi termini; e per quanto forti possiamo essere, se glielo permettiamo, ci metteranno in ginocchio e ci toglieranno tutto. Forse io non posso colpire duro come fanno loro con il terrorismo o con le guerre, però ho pensato...  non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi le avversità e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... è così che sei una vincente. Io credo fortemente di essere in gamba ma so che lo devo dimostrare. Perché si vince solo se sa resistere alle avversità, non se te ne vai in giro a puntare il dito contro chi non c'entra, accusando prima questo e poi quell'altro. I vigliacchi fanno così e io non lo sono. La missione si è conclusa con successo, ed io ho vinto, ho superato le avversità ed ho colpito, mi sono messa in gioco con le carte che il fato mi ha regalato.”

“Già…. la missione...” Disse pensieroso l’Ammiraglio Davenport. “solo che… l’F18 Hornet numero 404 non era destinato a te, hai voluto portare a termine la missione e proteggere uno dei tuoi piloti, e forse così facendo gli hai salvato la vita. E forse hai salvato la vita di vigili del fuoco e squadre di emergenza che ti aspettavano quando hai deciso di tentare l’appontaggio anziché ejettarti dall’aereo e magari farlo schiantare incontrollato sull’isola di poppa piena di personale in servizio.”

“Bene” disse alzandosi, “è ora che vada, e dal brusio che sento in corridoio deduco che ci sono altri che vorrebbero salutarti.” Il "brusio” erano autentici schiamazzi provenienti da una accozzaglia di piloti e marinai ansiosi di entrare in infermeria, ma l’ammiraglio era in vena di comprensione e lasciò correre.

“Voli molto pericolosamente, ragazza; nondimeno sei stata eccezionalmente brava e coraggiosa. È una fortuna averti nelle mie squadriglie da caccia” Disse tendendo la mano verso di me.

Gliela strinsi con grande orgoglio, e senza dire altro raggiunse la porta e la attraversò con passo sicuro.

Sentì, in corridoio, calare un silenzio costellato da una sequela di saluti all’ammiraglio che usciva, dopodiché una massa di gente contenta di vedermi si aprì come un fiume in piena nella mia stanza…

Tra strette di mano, pacche amichevoli, baci e abbracci ero sopraffatta, facevo fatica a dire qualcosa; mi riuscì di dire soltanto: “sono proprio felice di rivedervi…” ed era vero, ero felice.

Cinque racconti + 1: Novanta minuti. testo di July Castellano
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