Cinque racconti + 1: Operazione Salomone II

scritto da July Castellano
Scritto Un anno fa • Pubblicato Un anno fa • Revisionato 12 giorni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di July Castellano
Autore del testo July Castellano
Immagine di July Castellano
Questo racconto è di fantasia, è ispirato ad una storia vera accaduta tra il 24 ed il 25 maggio 1991, ed è dedicato ai veri piloti, medici, infermieri e personale di supporto che si prodigò senza sosta per l'operazione Salomone. Perché era giusto.
- Nota dell'autore July Castellano

Testo: Cinque racconti + 1: Operazione Salomone II
di July Castellano

Nota dell'autrice.
Questa specie di racconto è di pura fantasia e ispirato ad un fatto realmente accaduto tra il 24 ed il 25 maggio 1991. Un ringraziamento speciale a Lubec92, un autore vero che sa indicare ad una dilettante improvvisata come far funzionare una storia di fantasia.

Il campanello di casa suonò alle 21.30.

Ero seduta sul letto, con un libro aperto sulle ginocchia e una pila di appunti accanto. Il giorno dopo avrei dovuto essere a scuola presto, e stavo cercando di preparare le lezioni per le mie classi senza addormentarmi prima di aver finito.

Sospirai, chiusi il libro e guardai l'orologio.

Sarà la vicina. Avrà di nuovo finito le uova.

Mi alzai dal letto.

Leah non era ancora tornata, ma non me ne preoccupavo più di tanto. Con il lavoro che faceva, gli orari erano una variabile aleatoria. Poteva sparire per una notte, per due giorni, talvolta anche più a lungo. Avevo imparato a non fare troppe domande.

Attraversai la stanza ancora immersa nei pensieri e inciampai nelle sue scarpe, abbandonate proprio davanti alla porta.

Leah… che cavolo. Sei una disordinata cronica.

Le raccolsi, le lasciai accanto alla parete e raggiunsi l’ingresso.

«Chi è?»

La risposta che arrivò dall'altra parte della porta mi fece immediatamente dimenticare le uova, la scuola e perfino le scarpe.

«Sono il Caporale Aronson. Ho un messaggio per lei da parte di Leah Mordecai.»

Mi si strinse lo stomaco. Aprii la porta quasi prima che avesse finito di parlare. Davanti a me c'era un giovane militare in uniforme, serio, impaziente.

«Che è successo? Qual è il messaggio? Leah sta bene?»

Lui mi guardò per un istante.

«Non c'è tempo. Deve vestirsi e scendere il più rapidamente possibile.»

«Ma…»

«Signora, mi creda. Le spiegheremo tutto durante il viaggio.»

Il tempo sembrò immobile per un istante.

Leah.

Il suo nome aveva improvvisamente riempito tutta la stanza.

Sapevo che lavorava per il servizio segreto israeliano, sapevo che i suoi turni potevano essere assurdi e che la sua vita era fatta di informazioni che non poteva condividere nemmeno con me. Sapevo anche che aveva imparato a convivere con il pericolo come facevo io prima del congedo. Ma quella visita, a quell'ora, con un militare venuto a prendermi personalmente, era qualcosa di davvero diverso.

Mi vestii in fretta. Jeans, scarpe da tennis Adidas e la prima maglietta che trovai. Una semplice maglietta bianca, quella con cui avevo cenato poco prima. Non ebbi il tempo di cambiarmi. Presi le chiavi di casa, le infilai in tasca e uscii. La porta si chiuse alle mie spalle con un rumore secco.

Mentre scendevo rapidamente le scale insieme al Caporale, una parte di me cercava ancora di convincersi che non fosse successo niente di grave. Un’altra parte di me sentivo che risuonava greve in lontananza, quella che credevo di aver lasciato anni prima a bordo di una nave militare. Era una sensazione rassicurante ed inquietante allo stesso tempo.

Spalancai il portone, fuori ci aspettava un'auto con le insegne militari.

«Caporale, che accidenti succede?»

«Salga. Le spiegherò durante il viaggio.»

Non feci in tempo ad allacciare la cintura. Il motore ruggì e l'auto partì sgommando verso ovest, in direzione della periferia di Tel Aviv.

Guardai il giovane militare.

«Leah sta bene?»

«Si, il Comandante sta bene.»

Solo allora mi accorsi che avevo trattenuto il respiro. Lo lasciai andare lentamente.

«E allora che cosa sta succedendo?»

Il Caporale esitò.

«Siamo in stato di allarme. È in corso una mobilitazione importante in una delle nostre basi. Il mio compito è portarla all'aeroporto di Beer Sheva il più rapidamente possibile. Là si parlerà con il Comandante Mordecai.»

«Intende il Generale Mordecai? Il Tenente Generale dell'Aeronautica?»

«No, non il Generale.»

Mi rivolse un'occhiata fugace.

«Intendo il Comandante Leah Mordecai. La sua compagna.»

Riguardava proprio Leah, non la sua famiglia e non suo padre, e quella parola, compagna, mi fece uno strano effetto. Non perché fosse una novità, lo sapevo benissimo chi fosse Leah per me. Ma sentirla pronunciare da un militare, in una macchina veloce nella notte, rese improvvisamente concreto qualcosa che nella nostra vita quotidiana tendevo a dare per scontato.

Leah era la mia casa.

E adesso qualcosa di importante era successo.

«È un attacco?» domandai.

«No.»

«Un attentato?»

«Nemmeno.»

«Leah è in pericolo?»

«No ma non posso dirle altro.»

Lo fissai.

«lavora con lei?»

«Sì. Sono assegnato al suo ufficio. È il mio superiore diretto.»

Quindi la situazione era questa: c’era un allarme generale ma non eravamo sotto attacco; Leah mi aveva voluto convocare a tarda sera in un aeroporto militare mai visto prima a 10 chilometri da casa nostra. Perché? La domanda mi rendeva inquieta.

Mi appoggiai allo schienale e per qualche minuto non dissi più niente. Fuori dal finestrino Tel Aviv scorreva nella notte e nel mentre pensai a quanto fosse assurda la mia vita. Con il congedo dalla US Navy avevo creduto di essermi lasciata tutto alle spalle. Avevo scelto una vita normale, la scuola, gli studenti, i libri, la spesa, le cene insieme. Avevo persino cominciato ad apprezzare le cose insignificanti: comprare le mele al mercato, preparare il caffè la mattina, trovare le scarpe in disordine, svegliarmi e trovarla accanto a me. Una vita semplice, una vita normale.

Eppure bastava un giovane caporale alla porta di casa perché qualcosa dentro di me scattasse dal profondo. Era come se avessi semplicemente messo a tacere una radio che, in qualche modo, non aveva mai smesso di trasmettere.

Non avrò mai pace, pensai tristemente. Forse la mia vita civile era soltanto una parentesi, forse potevo cambiare uniforme, lavoro, casa, perfino continente, ma non potevo cambiare me stessa, quello che ero: la mia mente riconosceva ancora l'allarme prima ancora che arrivasse la paura.

______________________________________
«Ci siamo.»

La voce del Caporale mi riportò al presente. L'auto si fermò davanti a un cancello sorvegliato da due nervose guardie armate. Il militare mostrò il lasciapassare e ci fecero passare immediatamente.

La base era illuminata a giorno. Uomini e mezzi si muovevano freneticamente lungo le piste, Aerei da trasporto erano schierati sui piazzali, alcuni con i motori già accesi. Il rombo continuo delle turbine rendeva quasi impossibile parlare senza alzare la voce.

Mi guardai intorno, quella vista avrebbe dovuto spaventarmi e invece, stranamente, era rassicurante. Conoscevo quel mondo, il rumore degli aerei, le luci della pista, la tensione degli uomini che lavoravano contro il tempo. Era un linguaggio familiare che la mia mente ricordava.

Il Caporale mi condusse all'interno di una palazzina e salimmo due piani.

Entrammo in una sala operativa.

Quattro ufficiali dell'Aeronautica erano chini su una grande carta geografica, circondati da fotografie, rapporti e cartelle.

Uno di loro si voltò.

«Buonasera. Lei è il Capitano di Vascello Castellano?»

«Non sono più in servizio attivo da un paio d'anni e nella US Navy è soltanto Capitano. Ma sì, sono Julie Castellano.»

L'uomo tese la mano.

«Capitano Johann Lubeck. Venga con me.»

Lo seguii in un ufficio adiacente.

Prese il telefono, compose un numero e cominciò a parlare in ebraico. Non ero ancora  bilingue, ma compresi abbastanza per capire che stava annunciando il mio arrivo.Poi mi porse il ricevitore.

«Julie?»

La voce di Leah.

Tutto il resto scomparve.

«Leah. Che succede? Perché questa base è in allarme? Dove sei?»

«Sto bene.»

La sua voce era calma.

«Ma abbiamo un problema. Mi serve la tua esperienza militare.»

«La mia esperienza? Leah, mi sono congedata dal servizio attivo due anni fa. Lo sai benissimo. Che cosa ci faccio in una base militare a quest'ora?»

Ci fu una breve pausa.

«Mi serve il tuo modo di pensare.»

«Cosa significa?»

«Significa che sei l'unica persona che conosco capace di guardare un problema e chiedersi perché tutti gli altri lo stiano guardando nel modo sbagliato.»

Non potei fare a meno di sorridere. Leah mi conosceva meglio di quanto conoscessi me stessa.

«Leah…»

«Julie, ascoltami.»

La sua voce cambiò.

«Non ho molto tempo. Sei stata nominata consulente dell'operazione aerea "Salomone 2", Il decreto è stato firmato d'urgenza dal Primo Ministro di Israele alle 20:00 di questa sera.»

Rimasi in silenzio.

«Hai capito?»

«No.»

La sentii sorridere appena dall'altra parte.

«Il Capitano Lubeck ti aggiornerà. Poi parleremo.»

«Leah, a che diavolo ti servo?»

Ci fu una lunga pausa.

«A pensare in modo non convenzionale.»

La comunicazione si interruppe.

Lubeck mi stava aspettando sulla porta.

Sospirai.

«Sono tutta sua. Che cosa devo fare?»

Tornammo nella sala comando.

Lubeck indicò una grande carta dell'Africa centro-orientale.

«Qui c'è l'Etiopia.»

Posò un dito sulla cartina.

«Il servizio segreto ci ha informati che è in corso una rivolta contro il presidente. Il regime sta crollando e le forze ribelli avanzano rapidamente verso Addis Abeba. Nessuno sa quale sarà la situazione tra quarantotto ore.»

Indicò una piccola area.

«Qui c'è una comunità ebraica. Beta Israel.»

Mi chinai sulla carta.

«E il problema sono loro.»

«Esatto.»

Lubeck mi guardò.

«Se le forze antigovernative filoeritree prendessero il controllo del territorio, temiamo massacri e gli ebrei finirebbero al muro per primi.»

Annuii lentamente capendo la situazione.

«Evacuazione.»

«Esattamente.»

«Civili. Quanti?»

«Circa duemilacinquecento.»

«E quanto tempo avete?»

«Non abbastanza.»

Guardai di nuovo la carta.

«E per quale motivo esattamente sono qui?»

Lubeck mi fissò.

«Lei conosce il Colonnello dell'Aeronautica egiziana Muhammar Al Amadi. È corretto?»

«Sì, lo conosco. L'ho incontrato diverse volte quando una delegazione commerciale è stata ospite nella mia base di San Diego.»

«Ci serve un corridoio attraverso lo spazio aereo egiziano.»

Continuò.

«Sei C-130 voleranno verso l’Etiopia. Atterreranno in un piccolo aeroporto nella zona del lago Shala, imbarcheranno i civili e torneranno in Israele.»

Guardai la cartina, poi tornai a guardare lui.

«Voi siete scemi.»

Nella stanza calò il silenzio e Lubeck si irrigidì.

«Capitano, non le permetto questo….»

Lo interruppi.

«Io non sono qui per fare la turista. Sono stata convocata come consulente delle operazioni aeree. E sì, siete scemi. Per davvero.»

Qualcuno alle mie spalle trattenne una risata.

Indicai la cartina.

«Primo: se chiedete l’aiuto sottobanco del Colonello vuol dire che l'Egitto ha giá negato il transito, non avete un corridoio autorizzato. Anche se riusciste a convincere Al Amadi, probabilmente la prima cosa che farebbe sarebbe informare i suoi superiori. E subito dopo qualcuno, magari in Sudan, saprebbe esattamente la rotta di sei aerei israeliani che attraversano il territorio egiziano diretti a sud.»

Passai il dito lungo la rotta.

«Secondo: se resterete a quota di crociera sopra l'Egitto sarete visibili ad altri paesi della regione. E non tutti hanno la stessa stabilità dell'Egitto.»

Continuai.

«Terzo: il problema più grave è l'uscita. Potrete anche arrivare in Etiopia. Ma una volta atterrati, mezzo mondo saprà che siete lì. Se un caccia o una batteria antiaerea vi intercetta, gli aerei saranno spacciati.»

Lubeck incrociò le braccia.

«E va bene. Qual è la sua soluzione?»

Sorrisi appena.

«La domanda giusta.»

Mi avvicinai alla carta.

«Non dobbiamo cercare la rotta più breve.»

Gli ufficiali si scambiarono uno sguardo dubbioso.

«Dobbiamo cercare quella che nessuno si aspetta.»
_____________________________________

Più tardi, dopo aver analizzato fotografie, mappe e rotte commerciali, arrivai a una soluzione e formulai il mio piano di azione. Non sarebbe stata semplice e non sarebbe stata elegante, ma poteva funzionare.

«Userete il traffico commerciale sul Mar Rosso come copertura. Uscirete da Eilat e resterete nelle rotte normalmente utilizzate dagli aerei civili. Nessuno deve avere motivo di chiedersi perché siete li.»

Lubeck annuì.

«E poi?»

«Quando arriverete nel Golfo di Aden cambierete rotta e quota. Entrerete in Somalia da sud-est, sfruttando i rilievi per restare sotto la copertura radar.»

Indicai un punto sulla cartina.

«Da qui entrerete in Etiopia.»

«E atterreremo all'aeroporto di Shala.»

«No, atterrerete qui.»

Indicai una strada isolata vicino ai villaggi.

«E' abbastanza larga, secondo le fotografie.»

«Secondo le fotografie sì, chiederò comunque agli uomini sul posto i dettagli.»

«Allora sará la vostra pista.»

Lubeck rimase in silenzio.

«E il carburante?»

«Quello è il problema. I C-130 non possono rifornirsi in volo.»

Mi voltai verso di lui.

«Vi serve un'aerocisterna da portare con voi, li rifornirete a terra.»

«Il comando logistico non ce la darà, vorranno un aeroporto conosciuto.»

«Allora dovremo convincerli.»

Passò quasi un'ora prima che Lubeck tornasse con la risposta.

«Abbiamo un KC-135 disponibile.»

«Bene.»

«Male. È senza equipaggio.»

Lo guardai.

«Allora lo piloterò io.»

Lubeck rimase immobile.

«Lei?»

«Ho ancora il brevetto per lo "Strato".»

«Capitano, lei non pilota da due anni.»

«Lo so.»

«E vuole portare un KC-135 in Etiopia?»

«Non voglio. Devo.»

Ci guardammo per qualche secondo, e alla fine lui fece un cenno di assenso.

«Farò autorizzare l'aereo.»

Quella era stata la parte facile, la parte difficile sarebbe stata dire a Leah che me ne sarei andata in giro per l'Africa per rifornire in blitz aereo in mezzo al nulla.

Lubeck mi passò il telefono ed ebbe la delicatezza di uscire dall'ufficio.

«Ciao.»

La voce di Leah arrivò immediatamente.

«Hai risolto il problema?»

«Si. Credo di sì.»

Le spiegai la rotta, e per la prima volta, dall'altra parte, sentii Leah ridere.

«Geniale. Non ci era nemmeno passato per la mente di confonderci con il traffico commerciale.»

«Bah. È per questo che mi hai chiamata.»

«E il carburante?»

«Dovremo rifornire sul posto.»

«Come?»

Inspirai.

«Ci porteremo dietro un'aerocisterna.»

 Silenzio.

«Julie… Ci porteremo? Dimmi che non hai intenzione di fare quello che penso.»

Guardai fuori dalla finestra, la base era ancora illuminata a giorno. Aerei, mezzi, uomini, tutto intorno sembrava in movimento. E anche dentro di me qualcosa si era rimesso in moto.

«L'aereo ce lo danno, ma senza piloti, non ho scelta.»

«Julie!»

Leah esplose.

«Sei impazzita? È da due anni che piloti soltanto biciclette per andare a scuola! Non se ne parla! Scordatelo!»

«Ci danno l'aereo, ma senza equipaggio.»

«Allora troveranno un equipaggio.»

«Non faranno in tempo.»

«Julie, no...»

«O facciamo così, oppure quelle persone restano dove sono.»

Questa volta fui io a parlare più piano.

«Che cosa preferisci?»

La risposta tardò ad arrivare e quando arrivò, la sua voce era cambiata.

«Dannazione, Julie.»

«Lo so.»

«Qui le cose stanno precipitando. Le forze ribelli sono state segnalate a meno di cento chilometri dai villaggi.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Sei in Etiopia.»

E non era una domanda.

«Sì.»

«E quando pensavi di dirmelo, brutta incosciente?»

«Non volevo farti preoccupare.»

Chiusi gli occhi.

«Non ci sei riuscita.»

La sentii sorridere appena.

«Tieni duro.»

Mi passai una mano tra i capelli.

«Stiamo venendo a prendervi.»

Per un momento nessuna delle due parlò.

Poi Leah disse:

«Va bene.»

La sua voce divenne improvvisamente dolcissima.

«Ti aspetterò.»

Abbassai lo sguardo.

«Leah…»

«Ti amo, Julie.»

Chiusi gli occhi, e per un istante non sentii più il rumore degli aerei, non vidi più la base, scomparvero mappe, rotte, fotografie, radar, tutto.

Esisteva soltanto lei. La ragazza che avevo scelto. La compagna che adesso mi stava aspettando a mezzo mondo di distanza.

«Ma questa non è una linea militare riservata?»

Leah rise piano.

«Chi se ne frega.»

Sorrisi.

«Ti amo anch'io.»

La comunicazione si interruppe.

Rimasi con il telefono in mano ancora per qualche secondo, poi guardai fuori dalla finestra, le luci della base illuminavano la notte come stelle artificiali, e capii.

La metamorfosi era ormai completa, non avevo deciso di tornare in servizio attivo e non avevo avuto il tempo di pensarci, era successo e basta e il mio corpo aveva ricordato prima ancora della mia mente, la tensione, l'attenzione, il calcolo, la paura trasformata in lucidità.

Per anni avevo cercato di convincermi che quella parte di me fosse morta con il congedo. Forse non era mai morta, forse stava semplicemente aspettando. E forse aspettava un motivo, un motivo abbastanza importante da farmi tornare a volare e adesso quel motivo aveva un nome.

Leah.

Mi sfiorai la tasca dei jeans, dove avevo ancora le chiavi di casa, le stesse chiavi che avevo preso prima di uscire. Pensai alla nostra cucina, al letto disfatto, alle sue scarpe abbandonate sul pavimento, alla vita normale che avevo tanto desiderato.

Forse quella vita non era sparita, forse, semplicemente, aveva preso una forma diversa da quella che avevo immaginato.

E forse amare qualcuno significava anche questo: avere finalmente qualcosa per cui valesse la pena tornare nel luogo da cui si era fuggiti.

Sorrisi amaramente.

L’Ammiraglio Davenport aveva avuto ragione, alla fine del mio congedo mi aveva guardata negli occhi e aveva detto:

«Scommetto che tornerai con una cloche in mano prima di quanto creda.»

Aveva ragione Ammiraglio, io sono solo una pilota imbarcata della Marina.

Niente di più. 
Ma niente di meno.

Guardai ancora una volta le luci dell'aeroporto.

«Ci vediamo presto, Leah.»

Strinsi le chiavi nella mano.

«Sto venendo a prenderti.»
 ____________________________________

 I preparativi per allestire gli Hercules procedevano a ritmo serrato.

I meccanici avevano svuotato completamente i vani di carico, smontando tutto ciò che poteva essere rimosso per guadagnare spazio. Quando avevano saputo che quegli aerei sarebbero serviti a portare in salvo centinaia di persone, nessuno aveva avuto bisogno di spiegare loro perché fosse necessario fare in fretta.

 Nella sala briefing si svolse la riunione operativa, i piloti erano già riuniti quando entrai. Un ufficiale di collegamento aveva studiato nei dettagli il piano di volo che avevo proposto. Sullo schermo venivano illustrate le rotte del traffico commerciale sul Mar Rosso insieme ad orari, corridoi, quote, direzioni, consumi, etc.

«Vi inserirete qui», spiegò indicando una linea sulla carta, «potrete restare occultati dal traffico civile per migliaia di miglia.»

 «E una volta arrivati al punto di virata?»

 Chiese qualcuno.

 «Scenderete sotto la copertura radar e cambierete rotta.»

 Il piano era folle, ma almeno sulla carta, era una follia che poteva funzionare.

 Quando il briefing terminò, Lubeck mi fece cenno di seguirlo.

 «Venga con me.»

 «Dove andiamo?»

 «A prendere il suo aereo.»

 Requisì un'auto di servizio e mi portò ad un altro aeroporto.

 _______________________________________________________________________________

Il KC-135 ci aspettava in fondo alla pista principale, proprio in stile "Israele": nessuna perdita di tempo al suolo. La sagoma scura emergeva dalle luci dell'aeroporto come una creatura preistorica. I quattro motori erano già accesi e il rombo profondo delle turbine riempiva l'aria. 

Rimasi a guardarlo per qualche secondo, ne era passato di tempo eppure fu come quando incontri qualcuno dopo molti anni e ti accorgi che, nonostante tutto, lo riconosceresti ancora.

Scesi dall'auto.

«Grazie, Comandante. Mi auguri buona fortuna.»

Feci per chiudere la portiera, e Lubeck scese a sua volta e lanciò le chiavi sul sedile.

«Io vengo con lei.»

Mi voltai.

«È pericoloso e posso farcela da sola, lei rimanga qui.»

Lubeck sorrise.

«Non può.»

«Perché?»

«Perché non pilota da due anni, ricorda?»

«Ha, almeno, l'autorizzazione ad andare in missione?»

«Si fa tardi. Vuole restare qui a discutere di autorizzazioni o decollare?»

Scossi la testa.

«E va bene.»

Ci avviammo verso il portello.

«A proposito», disse lui, «mi chiamo Johann.»

Lo guardai.

«Johann?»

«Sì.»

«Io sono Julie.»

Sorrisi.

«Allacciati le cinture, Johann. Ci aspetta un lungo viaggio.»

Sistemata nell'abitacolo, presi posto ai comandi. Le procedure tornarono alla mente una dopo l'altra, familiari come un vecchio amico.

Quando terminai i controlli, indossai le cuffie e attivai il microfono.

«Johann, qual è la nostra designazione?»

«Texaco 1.»

Premetti il pulsante della radio.

«Torre di controllo di Ekron, qui Texaco 1. Richiediamo autorizzazione al decollo.»

La risposta arrivò pochi secondi dopo.

«Texaco 1, decollo autorizzato. Salite a quattromila piedi e virate a destra, prua 285. Mantenete duecento nodi.»

Ripetei le istruzioni e poi salutai «Grazie, buona notte.»

Spinsi lentamente in avanti le manette, i quattro Pratt & Whitney erano maneggevoli e potenti come li ricordavo.

Mi si formò un sorriso sulle labbra.

«Partiamo, Johann.»

L'aereo cominciò ad accelerare, e in quell'istante qualcosa dentro di me tornò definitivamente al proprio posto.

Il comando centrale ci mise in rotta verso gli Hercules, già in volo.

Ci inserimmo nel corridoio del traffico commerciale in uscita da Eilat e ci mettemmo in formazione con gli altri con undici miglia di separazione tra un aereo e l'altro e tra altri aerei di linea. Un 747 diretto a Doha volava davanti a noi.

Da terra, nessuno avrebbe dovuto sospettare che c’erano aerei militare israeliani in movimento.

Per quasi quattro ore fu tutto molto tranquillo

Il silenzio della cabina era rotto soltanto dalle rare comunicazioni radio e dal brusio costante dei motori.

Quando raggiungemmo il Golfo di Aden, virammo verso il mare aperto.

Altre due ore di volo.

Johann guardò fuori dal finestrino.

«Quanto manca?»

«Abbastanza.»

«Che risposta incoraggiante.»

Sorrisi.

«Non è esattamente come pilotare un F/A-18 nella US Navy.»

Johann si voltò verso di me.

«Pilotavi i caccia in Marina?»

«Già.»

«Adesso capisco perché sembravi così tranquilla durante il briefing.»

«Tranquilla?»

«Piuttosto… irritante.»

Scoppiai a ridere.

«Sono stata un po' sfrontata.»

«Un po'?»

«Va bene. Molto.»

Johann sorrise.

«E anche impulsiva.»

«Probabilmente. È il mio carattere.»

Esitai.

«Mi è dispiaciuto.»

«Non pensarci.»

Scosse la testa.

«A dire il vero, quando ci hai detto che eravamo scemi, è mancato poco che scoppiassimo tutti a ridere.»

«Però avevo ragione.»

«Sì, è vero.»

Mi guardò.

«E proprio per questo la tua competenza nel formulare il piano ci ha piacevolmente sorpresi.»

Fece una breve pausa.

«Per essere una Yankee, intendo.»

Lo guardai indignata.

«Questa me la ricorderò.»

Ridacchiammo entrambi, e per qualche minuto fu quasi una normale conversazione tra amici.

Quasi. Poi la radio gracchiò.

«Ci siamo.»

La voce di Johann era tornata seria.

«Punto di virata raggiunto.»

Annuii.

«Bene, sono pronta.»

Scendemmo a mille piedi, virai di 180 gradi e ci dirigemmo verso la costa e da quel momento il volo divenne completamente diverso: niente più corridoi commerciali, niente più luci di città, niente più riferimenti familiari.

Solo terreno scuro sotto di noi e montagne all'orizzonte.

Seguimmo la rotta stabilita evitando, per quanto possibile, città e villaggi.

Attraversammo il confine etiope e raggiungemmo l'altopiano.

Il paesaggio cambiava lentamente, passando tra montagne, valli, e terra bruciata dal sole. L'Africa era davvero un continente straordinario.

Dopo un lungo tratto costeggiammo i rilievi e cambiammo nuovamente rotta.

«Quanto manca?»

«Mezz'ora.»

Guardai gli strumenti mentre superavamo un rilievo montuoso. Davanti a noi apparve una grande vallata costellata di laghi, eravamo nel cuore dell'Etiopia.

Dieci minuti più tardi raggiungemmo il punto di riunione, e gli Hercules cominciarono a comparire uno dopo l'altro.

«Zebra 1 in vista.»

Poi Zebra 2, poi gli altri.

Abbassai il muso dell'aereo.

«Prepariamoci all'atterraggio.»

Non avevamo una pista, avevamo una strada, una striscia di asfalto isolata in mezzo al nulla.

Il servizio segreto aveva verificato che fosse sufficientemente larga e libera da ostacoli. Certo, sufficientemente non era una parola particolarmente rassicurante per un pilota.

Atterrai per prima, le ruote toccarono il terreno e l'aereo sobbalzò in una nuvola di polvere.

Posizionai il KC-135 al margine della strada, con la coda orientata in modo da facilitare le operazioni di rifornimento, poi vidi gli altri arrivare.

Atterrarono i primi due e gli uomini iniziarono immediatamente a preparare il rifornimento.

E fu allora che la vidi in lontananza.

Il sole del mattino aveva trasformato la polvere in una nebbia dorata, e tra la gente, una figura dai movimenti eleganti si staccò lentamente dal resto.

Leah.

Era lei. Merivigliosa anche in mezzo alla confusione, con capelli mossi dal vento caldo, ed il volto stanco. Gli occhi cercavano qualcosa, poi mi vide, e sorrise.

Quel sorriso cancellò in un istante duemila miglia di volo.

Scesi dall'aereo e cominciai a camminarle incontro, non ci dicemmo nulla, non serviva.

Quando mi raggiunse, mi abbracciò; la strinsi forte.

Per qualche secondo dimenticai completamente dove fossimo; non c'erano più aerei, non c’erano più missioni. C'era soltanto lei tra le mie braccia. Quell'abbraccio racchiudeva tutto ciò che avevo provato durante il viaggio: l'attesa, l'incertezza, la paura, il desiderio e la certezza ostinata che, in qualche modo, sarei arrivata da lei.

«Julie.»

La sua voce era quasi un sussurro.

«Che bello vederti.»

Le accarezzai il viso.

«Anche tu sei bellissima.»

Rise.

«Il viaggio è andato bene?»

«Si, bene. Atterraggio morbido»

Mi guardò con aria sospettosa.

«Quindi sai ancora pilotare un aereo?»

Scoppiai a ridere.

«Che sfacciata.»

«Mi mancavi tanto.»

«Anche tu.»

Poi il rumore in sottofondo ci riportò alla realtà. Il mondo aveva ricominciato a girare.

Accompagnammo insieme una delle famiglie verso la rampa di carico di Zebra 1 e Leah supervisionò l'imbarco.

«Dove sono gli altri aerei?» domandò.

«In aria. Aspettano di atterrare.»

Guardò verso il cielo.

«Possiamo spostarne uno verso nord?»

«Perché?»

«Voglio che tengano sotto controllo una ventina di chilometri di strada, abbiamo notizie di miliziani in zona.»

«Quanto tempo abbiamo?»

«Non lo so, la notizia è di tre ore fa.»

Quella risposta mi piacque molto poco.

«Posso spostare Zebra 6 ma non per molto, è a corto di carburante.»

«Va bene. Fallo muovere.»

Mi voltai verso il rifornitore.

«Vado.»

Poi la guardai.

«Tu continua con l'imbarco. Al segnale di rifornimento completato, fai chiudere i portelli e falli decollare. Gli aerei a terra sono senza alcuna protezione.»

«Ho capito. A dopo»

La guardai per un istante allontanarsi, e tornai ai miei compiti, preoccupata.

«Johann, come siamo messi?»

«Bene. Zebra 1 e 2 sono quasi al pieno.»

Guardai l'orologio.

«Quanto manca?»

«Circa quattro minuti.»

«Perfetto.»

Indicai gli altri Hercules.

«Appena possibile, passa ai successivi ma dagli solo il minimo indispensabile.»

Johann mi guardò.

«Problemi?»

«Potrebbero arrivare presto.»

Presi la radio.

«Zebra 6, qui Texaco 1. Spostatevi a nord e tenete sotto controllo la strada. Possibile presenza ostile in avvicinamento.»

Aspettai la conferma, che arrivò pochi secondi dopo. Poi guardai il cielo, Zebra 1 e Zebra 2 stavano già decollando mentre Zebra 3 era in avvicinamento con Zebra 4 che lo seguiva a breve distanza.

Per un momento sembrò che tutto stesse andando secondo il piano.

Poi vidi Leah correre verso di me.

«Come procede?»

«Bene. Abbiamo rifornito Zebra 1 e 2 in trentatré minuti. Sono già sulla via del ritorno.»

«Come siamo messi qui?»

«In lieve ritardo sul programma, ma niente di preoccupante.»

Guardai il cielo.

Leah annuì.

«Ok, sbrighiamoci.»

Zebra 3 e 4 completarono l'imbarco e Zebra 5 toccava terra in quel momento, quando vidi Johann agitare le braccia.

Mi precipitai verso di lui.

«Che succede?»

«Messaggio dal comando.»

Il suo volto era cambiato.

«Convoglio di miliziani armati diretto verso di noi.»

Mi si gelò lo stomaco.

«Tempo?»

«Trentacinque minuti, forse meno.»

«Accidenti.»

Guardai la strada.

«Richiama Zebra 6. Fallo atterrare. Adesso.»

«Zebra 3 ha già finito, sta per andarsene. Il 4 quasi. Il 5 sta iniziando ora a rifornire.»

«Appena puoi, stacca le manichette e togli dalla strada quei due.»

Guardai l'orologio, 30 minuti.

«Dobbiamo muoverci.»

Corsi da Leah.

«Leah.»

Si voltò.

«Abbiamo un problema.»

«Che succede?»

«Il comando aereo ha segnalato un convoglio di miliziani in arrivo.»

«Dove?»

«meno di trenta minuti.»

Inspirai.

«Imbarca quelli che puoi...»

«Julie, dobbiamo portarli via tutti!»

«Lo so.»

Le presi una mano.

«E lo faremo. Te lo prometto.»

Per un istante ci guardammo negli occhi.

Poi tornammo entrambe al lavoro.

Zebra 6 comunicò la posizione del convoglio ed io calcolai mentalmente le tempistiche precise. Eravamo al limite. Ma forse ce l'avremmo ancora fatta.

Forse. 25 minuti erano già passati e troppo in fretta.

Passavo continuamente dal pannello di controllo al binocolo. Ad un certo punto vidi una nube di polvere all'orizzonte e il cuore mi balzò in gola.

«Johann…»

«Ho capito, arrivano.»

«Preparati a staccare le manichette.»

«Mi serve più tempo.»

«Quanto?»

«Sei minuti per completare Zebra 6.»

Guardai la strada, poi l'aereo, poi di nuovo la strada.

«Potremmo non averli.»

Mi tolsi le cuffie per un istante.

«Togliti. Qui finisco io.»

Johann esitò.

«Julie, vieni anche tu.»

«Non posso. Occupati delle manichette, appena finiamo devi sganciarle immediatamente e andare via.»

Mi fissò per un istante, aveva capito che non sarebbe servito discutere.

«Ci rivedremo.»

«Non fare promesse che non puoi mantenere.»

Johann rispose con un sorriso.

«Non era una promessa, era una rotta.»

Per qualche istante non seppi bene cosa rispondere.

«Buon volo Capitano.»

«Buon volo, anche a te, Capitano.»

Si voltò e corse verso Zebra 6.

Mi sedetti al pannello.

Mancavano soltanto le ultime mille libbre di carburante.

Poi udii un'esplosione e il terreno tremò.

Mi precipitai fuori dal portello e vidi una nube di polvere che si sollevava a poche decine di metri.

Presi il binocolo, un BMP di produzione sovietica guidava il convoglio.

Il lampo del secondo colpo fu lacerante.

Era cominciata.

I nostri Hercules erano diventati vulnerabili.

Fermai immediatamente le pompe.

«Johann! Stacca tutto!»

Gli feci cenno di andare.

«Johann, vai!»

Poi guardai la strada, erano troppo vicini, non avrebbero fatto in tempo.

Non c'era più una scelta, c'era soltanto una possibilità.

Risalii sull'aereo e indossai le cuffie.

«Zebra 6 da Texaco 1. Ordine di decollo immediato. Codice priorità rosso. Eseguite. Chiudo.»

Non avevo bisogno di controllare, sentii i motori dell'Hercules aumentare di potenza.

All’improvviso la vidi.

«Leah! Che accidenti ci fai qui? Perché non sei sui trasporti?»

«Non me ne vado senza di te.»

«Saranno qui da un minuto all’altro, devo fare qualcosa, scendi da questo aereo e trova un posto per nasconderti.»

«Che intenzioni hai?»

Non la stavo ascoltando, avevo raggiunto i comandi e spingevo avanti le manette del gas per far girare l’aereo.

«Leah, per la miseria scendi!!»

«Io non me ne vado, ho chiuso il portello puoi partire.»

La guardai incredula.

«Testona.»

«Rompiscatole.»

Il quadrimotore cominciò a muoversi un po' troppo e Leah dovette aggrapparsi al sedile.

«Stai decollando dalla parte sbagliata.»

«Lo so.»

«La pista è dall'altra parte.»

«Lo so.»

Guardai davanti a me.

«Se hanno lanciarazzi portatili, Zebra 6 non non ce la farà.»

«Che vuoi fare?»

«Creare un diversivo.»

La guardai e sorrisi.

Il KC-135 accelerò mentre i primi colpi raggiungevano la fusoliera con un rumore metallico, terribile.

«Reggiti.»

Il terreno scorreva sotto di noi, poi ci fu quello che sembrava un impatto, poi un allarme.

«Accidenti.»

Sul pannello si accese una luce rossa.

«Motore quattro in fiamme.»

Dissi con un sussurro.

Attivai il sistema antincendio ma una scia nera si allungò dietro l'aereo.

«Julie!»

«Me ne rimangono altri tre, ci basteranno.»

Gli Hercules stavano portandosi al sicuro, era quello che contava.

Il convoglio era ormai a poche centinaia di metri, tirai la cloche verso di me e l'aereo cominciò a sollevarsi.

Proiettili colpirono la fusoliera ancora e ancora uno dopo l'altro.

«Leah, appena te lo dico gira questa manopola a destra.»

«Che succederà?»

«Li sorvoleremo a bassa quota e li inonderemo di kerosene, con un po' di fortuna li rallenteremo abbastanza per andarcene via tutti»

Quattro…

Tre…

Due…

Uno…

«Adesso, Leah!»

Azionò la valvola e il carburante cominciò a fuoriuscire come un fiume in piena, il KC-135 passò sopra il convoglio lasciandosi dietro una pioggia di kerosene.

Per qualche secondo la pianura sotto di noi sembrò impazzire: i mezzi rallentarono e si fermarono e gli uomini scesero. La strada era quasi scomparsa dietro una nube di vapori e polvere.

E noi eravamo ancora in volo ma anche il motore tre era stato colpito prima di staccarsi da terra e adesso stava cedendo rapidamente.

Poi arrivò un'altra esplosione, la pressione di tutta l’idraulica delle superfici di controllo precipitò a zero in due secondi e l'aereo ebbe un sussulto, mentre sul pannello comparivano altri allarmi.

«Maledizione.»

L’aereo si era inclinato bruscamente a sinistra e cercavo di compensare. Niente da fare.

«Come siamo messi?» chiese Leah.

La sua voce era calma.

Guardai gli strumenti.

«Non bene.»

Esitai.

«Ho perso due motori e l'avionica, non riesco più a manovrare.»

Tentavo incessantemente di livellare l'inclinazione senza riuscire.

Leah mi guardò.

«Posso fare qualcosa?»

La guardai e, nonostante tutto, sorrisi.

«Sì. Quando saremo a casa, potresti mettere a posto le tue scarpe.»

Leah mi fissò.

«Cosa?»

«Ci sono inciampata sopra ieri sera.»

«Adesso pensi alle mie scarpe?»

«Sei una disordinata cronica.»

Rise.

«Senti chi parla. Hai visto come sei vestita?»

Abbassai lo sguardo sulla mia maglietta bianca.

«Che c'è? Non ti piace?»

«È una maglietta da casa.»

«E allora??»

«La usiamo al posto del pigiama, è una maglietta da casa.»

«Scusa tanto se non sono alla moda come te. Quando hai mandato il Caporale a prendermi ieri sera mi hai spaventata a morte. Non ho pensato alla maglietta.»

Leah mi guardò.

«Sei la mia stracciona preferita.»

«E tu sei la mia adorabile piantagrane.»

Ci guardammo, e per un lungo istante il rumore dei motori sembrò lontanissimo.

Leah mi prese la mano.

«Julie...»

La sua voce era cambiata, era dolce e serena.

«Ti amo.»

Deglutii.

«Lo so.»

Scosse la testa e aveva gli occhi lucidi.

«No. Voglio che tu lo sappia bene.»

Le strinsi la mano dolcemente.

«Lo so. Ti amo anch'io»

Una lacrima le scivolò lungo il viso.

«Sono la ragazza più felice della terra.»

Mi sorrise.

«Grazie per questi due anni insieme.»

Nel cielo c’erano delle nuvole bianche in lontananza, e la terra era lontana.

«Grazie a te.»

La sua mano rimase nella mia, mentre la guardavo negli occhi.

____________________________________
____________________________________

MERCOLEDI,
HERCULES C130,
DESIGNAZIONE: ZEBRA 5,
POSIZIONE: ETIOPIA CENTRALE,
COMUNICAZIONE RADIO: “Zebra 5 a Base. Zebra 6 è in volo, confermo tutti i trasporti a quota di sicurezza. Texaco 1 si è alzato ma è danneggiato. Attenzione: Texaco 1 fatica a manovrare, sta virando a 500 piedi forse non ha più il controllo di…. - RPG in aria! RPG diretto su Texaco 1, vedo la scia di fumo bianco! ... Lo ha colpito, Texaco 1 è colpito, sta andando giù. Base, Texaco 1 è andato giù, abbiamo un aereo abbattuto. […] Base confermo: Texaco 1 è stato abbattuto.”

____________________________________
____________________________________

GIOVEDÌ,
MINISTERO DELLA DIFESA,
UFFICIO DEL COMANDO CENTRALE IAF, 
UFFICIO DEL GENERALE MORDECAI
 _______________________________________________________________________________________________________________________

CONFIDENTIAL

GRADE: SECRET__________                                           Exempty for declaration
             ABILITY: NN0 750065______                                                 Per E.Q. 11652. Sect. 5(ED) (F)

N. C/O/GT______________

Secret Writing. Pag. 21

In conclusione, i civili trasferiti in Israele con l’operazione militare speciale, di cui alla pagina 1, nella sera di mercoledì u.s. risultano essere 2236 così distribuiti: 1075 donne 629 uomini e 532 minori, tutti di età variabile. 
I mezzi ed i materiali impiegati ammontano a n°6 C130/A Hercules, n°1 KC135 da rifornimento, n°110 tonnellate di carburante avio, 1,5 tonnellate di vettovagliamenti, 1,2 tonnellate di biancheria assortita, 30 unità di personale militare e non. 
Le perdite accertate ammontano a n°1 Boeing KC135, n° 2 unità di personale non militare, nominati OMISSIS e OMISSIS. Vedi schede allegate. 

Rif. RAPPORTO DI MISSIONE n° IAF/GE/DE/FR/37/018/259. Non allegato.

RIF. RAPPORTO IM n° IM/ZE44/126. Non Allegato.

Scheda Matr. SSMI/13256 – OMISSIS – Allegata. 

Scheda Matr. MI/63564 – OMISSIS – Allegata.

TRASMISSION END – TRASMISSION END – TRASMISSION END – TRASMISSION END –     

________________________________________________________________________________________________________________________

«Tenente…»

«Si, Generale?»

«Chiami l’ammiraglio Davenport al Pentagono.»

«Si, signore.»
____________________________________
____________________________________

GIOVEDI,
ARLINGTON, VIRGINIA,
UFFICI DELL’AMMIRAGLIO DAVENPORT AL PENTAGONO.

 «Ammiraglio, il Generale Mordecai da Tel Aviv per lei, sulla due.»

«Grazie Susan.»

 «Josh, vecchio Orso, qual buon vento; è un pezzo che non ci vediamo… Se chiami per l’operazione aerea in Etiopia ho letto l’articolo di oggi sul Washington Post, se sei stato tu complimenti, una splendida operazione… No, non so molto altro, perché?... Cosa non ho saputo..?»

____________________________________
____________________________________

Dopo diverso tempo squillò il telefono di Susan.

«Si, Ammiraglio?»

Prese carta e penna e ascoltò un lungo minuto.

«Mi addolora sentirlo, era una ragazza straordinaria. Mi dispiace tanto per la sua perdita Ammiraglio...»

Cominciò a prendere apunti.

«Che succede?»

Chiese il secondo segretario alal fine della telefonata.

«Si è seduto sul divanetto con un aria scossa.»

«L'Ammiraglio vola in Iraele stanotte, Henry.»

Susan aveva un velo di tristezza sul viso.

«C'è stato un incidente in Etiopia, uno dei nostri piloti in congedo ha perso la vita insieme alla compagna, la figlia del Generale Mordecai.»

«Ma è una bella storia, di dedizione e di coraggio; la vuoi sentire?»

«Certamente, sono curioso.»

«Bene, ecco la storia. Tutto cominciò quando l’Ammiraglio era comandate della Task Force 16, nel pacifico, un po’ di anni fa; una giovane pilota 19enne fresca di accademia si presentò per il suo primo servizio imbarcato e…»

                                                                                        Fine.
_________________________________________________

Nota finale: 
July, Leah, Johann e la missione Salomone II appartengono al mondo della fantasia.
L'operazione Salomone avvenuta il 24 maggio 1991 in Etiopia, il gigantesco ponte aereo, 14.000 persone evacuate in meno di 36 ore e tutti coloro che lavorarono senza sosta e senza riposo per portarle in salvo appartengono invece alla storia.

A quegli angeli sconosciuti è dedicato questo racconto.

Cinque racconti + 1: Operazione Salomone II testo di July Castellano
9

Suggeriti da July Castellano


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di July Castellano