Cinque racconti + 1: terra di confine [2/3]

scritto da July Castellano
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La giornata precedente era stata davvero strana, e non era terminata come avevo programmato. La conferenza era andata abbastanza bene, finché non mi era venuto in mente di rivelare informazioni militari coperte dal segreto. Mi resi conto con stupore
- Nota dell'autore July Castellano

Testo: Cinque racconti + 1: terra di confine [2/3]
di July Castellano

[Parte seconda]

La mattina arrivò fin troppo presto, la luce fece capolino dalla finestra della quale non avevo chiuso le tende. Lei dormiva come un ghiro e la guardai sorridendo. Tornata dal bagno mi sedetti sulla sedia a riflettere.

La giornata precedente era stata davvero strana, e non era terminata come avevo programmato. La conferenza era andata abbastanza bene, finché non mi era venuto in mente di rivelare informazioni militari coperte dal segreto. Mi resi conto con stupore che non me ne importava una cicca, mi sentivo bene, intendo veramente bene, fin nel profondo dell’anima. La ragazza che vedevo addormentata nel mio letto mi aveva riportato indietro di dieci anni, all’adolescenza curiosa ed inquieta vissuta nella mia città natale, ed io volavo libera e felice con la mente a quegli anni strani e ribelli ed alla meravigliosa serata precedente. Poi c’era stata la mia seconda vita nella US Navy, le scuole di volo, la scuola di guerra aerea, il servizio imbarcato e tutti i casini in cui ero capitata. Ormai ero votata alla Marina Militare ma questo piccolo sogno d’amore che stavo vivendo lo avrei portato nel cuore per sempre.

Si fecero le 6.30 e dovetti vestirmi per scendere ed avvertire gli altri tre del gruppo che avrebbero potuto proseguire le conferenze senza di me, io avevo finito con quell’intervento del giorno prima e mi sarei presa i successivi giorni per visitare il paese. Mi salutarono allegri mentre divoravano la colazione. Poi alla reception ordinai la colazione per due in camera.

Quando arrivai era sveglia e si stava vestendo, mi salutò con un bacio gentile. Poco dopo arrivò la colazione e ce la godemmo commentando i sapori locali come se fossimo due grandi critiche culinarie.

Decidemmo di uscire a fare una passeggiata ma cambiammo idea quasi subito. Andò a casa a cambiarsi ed indossammo il costume per andarcene un po' in piscina. Trascorremmo tutta la mattina sorseggiando drink e facendo il bagno fino a quando ci venne fame. Il ristorante dell’Hotel era ottimo e facemmo un pranzo da regine; nel pomeriggio ce ne andammo in giro a Gerusalemme a fare shopping nella città vecchia. Il muro del pianto e la spianata delle moschee erano state una vista meravigliosa. Un episodio mi colpì particolarmente, stavamo tornando da Gerusalemme quando alzò il braccio e indicò: “Guarda!” mi disse indicando un relitto bellico ancora gettato sul bordo della strada e lì conservato in memoria degli uomini morti sulla via di Gerusalemme, “Qui si è combattuto.

Mi voltai sul sedile per esaminare il suo volto e di nuovo vi scorsi la forza e la determinazione che avevo tanto ammirato negli ultimi due giorni. “Si combatterà ancora? “chiesi.

Sì, rispose la ragazza senza esitazioni.
Perché?”

Perché, se il fine è buono, bisogna combattere per raggiungerlo.” rispose la ragazza, con un ampio gesto che parve abbracciare tutta quella Terra e il suo popolo. “E questa Terra” aggiunse, “è nostra ed è una buona Terra.”

La Nostra Terra, ripensai a quelle parole, al piccolo popolo caparbio e non certo disposto a farsi seppellire dalle dittature crudeli e sanguinarie che attendevano al confine un solo passo falso. Sì, credo che ce la farete, e noi vi daremo una mano.

Stavo per proporre di andare a cena ma venni preceduta.

Ho parlato con mia mamma, cenerai a casa nostra stasera. Sarai nostra ospite!

Io?!” Pensai. “Vengo presentata alla famiglia?!?” Scacciai il pensiero ed accettai, avevo voglia di stare con Leah. Ma ottenni di poter tornare in albergo, farmi una doccia e vestirmi convenientemente per la cena, non volevo sembrare una profuga cubana a casa dei genitori di Leah.

Avevo un elegante vestito lungo da sera che potevo indossare con naturalezza, era un vestito blu marino scuro, di chiffon asimmetricamente poggiato sulla spalla sinistra e scollatura a V, lo avrei valorizzato con una bella pettinatura ed un po' di trucco. Incaricai l’addetto dell’albergo di procurarmi una parrucchiera e delle scarpe nere a sandaletto, molto aperte con un bel tacco ed un cinturino con brillantini da allacciare alla caviglia, le scarpe militari non erano proprio adatte quel giorno. Mi resi conto che tentavo di fare bella impressione sulla sua famiglia. Forse ci tengo davvero a Leah, anche se tra pochi giorni dovrò ritornare negli Stati Uniti. Bah. Forse l’ebrezza della sera precedente non era ancora svanita.

Per le 19.00 ero pronta ed un taxi mi portò all’indirizzo che mi sembrava poco meno che irreale. Uno stretto viottolo ed una porticina nascosta da un angolo del muro senza apparente scopo architettonico. Tirai la cordicella ed una piccola campanella risuonò all’interno. Leah mi venne ad aprire raggiante e mi gettò le braccia al collo con un timido bacino sulla guancia. “Come sei elegante!” mi disse. Wow! pensai, ma mi lesse nel pensiero e mormorò “I miei sono così tradizionalisti, sii indulgente.” Che sciocca a non pensarci. “Scusa, non ci avevo pensato, va bene così.

Mi fece entrare all’interno di un magnifico cortile interno pieno di ulivi, piante di uva e fiori ed altre varietà meravigliose. Volevo dire qualcosa ma venivo trascinata dal suo entusiasmo verso la casa.

Vieni! Vieni! Il Generale vorrà conoscerti.” Quale Generale? Di cosa accidenti stava parlando? Era un mistero, a parte che il padre lavorava al ministero della difesa non sapevo altro.

La cucina era una specie di caverna, con un enorme camino aperto, in cui appariva fuori luogo una cucina elettrica moderna, ma le pentole in rame erano lustre fino a splendere e le piastrelle del pavimento erano lucidissime e mandavano un buon odore. La madre di Leah era una donna alta e snella, dai modi tranquilli, che sembrava una sorella maggiore della ragazza. Leah fece le presentazioni, mi cacciò un bicchiere di vino bianco tra le mani e mi portò su un terrazzo dove ci sistemammo a chiacchierare.

Ero curiosa di sapere del Generale ma non ci fu modo di ottenere alcuna informazione, finché non lo vidi entrare dal cancelletto: alto, in uniforme militare, sembrava imponente. Un dettaglio attirò la mia attenzione, di fianco ai gradi c’era cucito un nastro blu con le ali dorate. Era un pilota.
Si avvicinò con un sorriso e tese la mano verso di me, scattai in piedi come una recluta di fronte a quella figura che sembrava così autorevole. Fu molto gentile ma notai che mi squadrava con un occhio particolare. Aveva capito che pilotavo aerei da combattimento o forse glielo aveva detto Leah?

A tavola la conversazione fu vivace, zii e cugini si erano uniti alla tavola e si parlava in inglese ed in ebraico e questo aumentava un po’ la confusione ma sapevo che era un regalo personale per me che ero straniera. Leah colse un momento in cui il brusio si acquietava e disse ad alta voce “Julie è una pilota da caccia.” Colsi un guizzo del Generale con la coda dell’occhio, che dopo breve disse “Che esperienza sui Jet?” Tutti fecero un improvviso silenzio, ed io fui molto imbarazzata.

Oltre 3200 ore sugli F18/EA Hornet, Generale.
Hornet” ripeté il Generale sommessamente. “In quale squadriglia?

La VFA 81 signore, i Red..”
“..Rippers.” terminò il Generale. “La banda di Charlie Davenport quindi, sulla Theodore Roosvelt”

Conosce l’Ammiraglio Davenport, Signore?” Chiesi Stupita.
Si, Charlie ci ha aiutato a portare i primi F15 Eagle in Israele una ventina di anni fa. Ha circa la mia età ed è ospite qui da me quando viene a trovarci per lavoro. Come sta il vecchio fulmine?”

“Sempre in gamba Signore, le sue missioni di addestramento in mare sono sempre interessanti.”

“Già. Quindi tu sei Capitano..?”
.. di Corvetta, Signore.”

E sei al comando di …?”
...di una squadriglia Signore.”

Il Generale fu magnanimo e riprese la normale conversazione permettendomi di tornare a respirare dopo l’enorme imbarazzo.

Leah mi guardava con un sorriso gigantesco stampato in faccia ed immaginavo il motivo, avevo fatto breccia nella scorza del Generale, che non aveva quindi ancora letto il mio curriculum che Leah aveva certamente trafugato dalla sede del servizio segreto. Cosa che invece successe dopo cena.

Leah mi condusse nello studio del Generale, e fu evidente che aveva appena finito di leggere la mia ben poco interessante storia militare. Mi sedetti davanti alla sua scrivania con Leah di fianco a me a farmi da spalla.

Allora” disse il Generale, “che ci fa in Israele un Capitano di Marina USA?

Leah prese la parola “Julie, è venuta a formare i nostri piloti sulle tecniche di appoggio aereo a bassa quota con particolare riferimento alle alte velocità. Pensa di aver trovato il modo di battere le batterie di SA11 al confine Siriano.
Sarebbe bello” disse il Generale “ma ho smesso di credere a Babbo Natale molto tempo fa. Ti ascolto comunque.”

Leah continuò “Ricordi quei rapporti di gennaio sulla sperimentazione della McDonnel-Douglas per gli F18? Non sapevamo se l’avevano terminata, ma ora lo sappiamo: funziona.“

Il documento finale non ci è ancora stato trasmesso dal Dipartimento di Stato Americano, o sbaglio?” osservò il Generale.
No, ma chi sta scrivendo i nuovi manuali per gli F/18 Hornet la conosciamo: è Julie.”

Il Generale mi guardò per un momento, ed io mi sentii come una ragazzina alle prime armi; poi sollevò il telefono. “Motti? Ciao sono il Brig. Ti ricordi dei piani di difesa territoriale sul Golan di cui abbiamo parlato ad inizio anno con Shimon e Ytzhak? […] No, non ancora ma sembra che arriveranno presto, potremo proteggere quei quartieri residenziali finalmente. […] Sí lo so, nel frattempo però suggerisco di rispolverare la lista obiettivi per le nostre squadriglie di F/18 di pronto impiego. […] Va bene, grazie Motti. A presto.”

Il Generale si riferiva al ministro della difesa Shimon Peres e al primo ministro Ytzhak Rabin? Allora non era solo un Generale di Brigata qualsiasi, era consulente del Consiglio di Sicurezza del Governo ed era in confidenza con le massime autorità politiche del paese, ecco perché Leah aveva detto solo che lavorava al ministero della difesa, non poteva aggiungere dettagli riservati senza la superiore approvazione del Generale stesso. Ed ora ne sapevo abbastanza per immaginare anche il resto, quattro quartieri residenziali in territorio israeliano erano stati evacuati in blocco a causa dei continui e sanguinosi attentati terroristici, gli attacchi partivano dalla Siria ed attraversavano una zona che era impossibile difendere dal cielo a causa delle batterie antiaeree mobili russe piazzate al confine, ma forse le cose stavano per cambiare.

La strana serata si concluse con una chiacchierata in veranda con i familiari di Leah, la quale si prodigava per spiegare a tutti cosa facevo in modo colorito e divertente.

Leah insistè per accompagnarmi, nonostante potessi prendere un taxi. Si congedò all’ingresso della Hall, quella sera avrebbe dormito dai genitori anziché nell’alloggio di servizio e non poteva restare.

Venni svegliata da una telefonata. “Capitano? Sono il Generale Mordecai. Se non hai progetti urgenti ti porto a vedere una cosa.”
Certamente, Signore.” risposi assonnata e presa alla sprovvista.
Vengo a prenderti fra 40 minuti, hai tempo di fare colazione.”

In auto il Generale mi disse che aveva telefonato a Davenport poche ore prima, e che aveva chiesto informazioni al suo amico. A quanto pare le informazioni su di me erano state molto buone, ma il vecchio voleva controllare di persona, quindi avremmo volato. Andavamo in una base militare poco distante ed io ero senza tuta di volo e senza attrezzatura. In più non sapevo se ero autorizzata a volare con l’aviazione israeliana o stavo commettendo l’ennesimo reato. Il Generale mi spiegò che tutte le missioni di volo in Israele erano missioni di guerra, e mi spiegò anche la sua visione di Israele, della lotta per la sopravvivenza e delle possibilità di successo; io non ero certa che fossi autorizzata a missioni del genere oltreconfine, ero una incosciente che rischiava una pena pesante ma forse il Generale aveva ragione, ne valeva la pena.

Il Generale rallentò in vista di un cancello aperto nel filo spinato e di un'insegna che annunciava in due lingue: Centro Sperimentale Agricolo Chaim Weissmann. Svoltammo nella strada che attraversava la piantagione e, tra gli alberi, raggiungenmo una seconda barriera di filo spinato e un posto di guardia. Controllarono brevemente i documenti del Generale, che era evidentemente ben conosciuto. Poi proseguimmo con l’auto, emergendo dalla piantagione tra un complesso di campi coltivati a cereali. Le strade che delimitavano i campi erano lunghe, diritte e pavimentate con un asfalto dello stesso colore della terra circostante. Che cosa curiosa, pensai, tutti i percorsi sembrano in linea retta e intersecati a 90°. Ci arrivai mezzo secondo dopo, erano piste di decollo per aeromobili occultate tra il paesaggio circostante. Il Generale si volse verso di me come se mi avesse letto nel pensiero.

Facciamo in modo di non venire presi di sorpresa dalla stessa tattica che abbiamo impiegato noi nel '67 e nel ‘73; durante quegli attacchi improvvisi Israele si salvò per miracolo e ci costò molto caro in vite umane, non vorremmo ripetere l’esperienza.”

Raggiunto un capannone di cemento l’auto si fermò, si aprì una specie di portone che si chiuse dietro di noi una volta entrati.  Era sbalorditivo, decine di automezzi militari erano perfettamente parcheggiati a dispetto dei due o tre trattori che si erano visti all’esterno. Centinaia di soldati potevano essere trasportati ordinatamente e rapidamente. Mi resi conto che era una base aereonautica occultata. Una mascheratura. La struttura era in cemento armato pesante, probabilmente a prova di bomba, ed ospitava attrezzature di comunicazione e di controllo radar per le squadriglie da caccia.

Scendemmo ad un piano inferiore dove i documenti del Generale vennero esaminati ancora una volta e dove, per la prima volta, protestarono per la mia presenza; venne chiamato un maggiore dei paracadutisti, il quale aderì con riluttanza alle insistenze del superiore. Ci dirigemmo allo spogliatoio dei piloti, piastrellato e immacolato, con docce, toilettes e armadietti che lo facevano assomigliare a quello di un country club. Decisamente molto diverso dalla mia solita portaerei. Il Generale ordinò ad un sergente una tuta completa di attrezzature di volo per me. Fu bravo, stivali, guanti e casco calzavano alla perfezione. Mi venne indicato lo spogliatoio femminile e quasi ci rimasi male, gli spogliatoi dei piloti erano in comune sulle unità americane. Leah aveva ragione dopotutto, erano un po' tradizionalisti.

Mi aspettò nel corridoio e ci portammo in sala briefing. I piloti in turno sollevarono lo sguardo da una partita a scacchi, da riviste e bibite varie e, riconoscendo il Generale, si alzarono tutti per salutarlo, ma in un'atmosfera distesa e informale. Non sarebbe potuto succedere nella US Navy, un’altra differenza. Il Generale si esibì in una rapida battuta che io non capii e che fece ridere tutti, contribuendo ad alleggerire ulteriormente la tensione, poi mi portò alla sala operativa. Rapidamente, ma senza trascurare nessun particolare, mi diede le istruzioni circa il pattugliamento a cui avremmo provveduto, informandomi sulle procedure radio, l'identificazione degli aerei e altri dettagli particolari.

Tutto chiaro?” chiese alla fine e, avendo annuito, proseguì: “Ricordati quello che ti ho detto. Siamo in guerra. Tutto ciò in cui ci imbattiamo, che non sia di nostra proprietà, è potenzialmente ostile e nel caso lo colpiremo duramente. D'accordo?”
Sì, signore.”

Ultime notizie, ieri abbiamo avuto qualche problema giú vicino a Ein Yahav, un guaio con una nostra pattuglia di frontiera. Quindi, al momento attuale, la situazione è un pó tesa.” Prese il casco e si voltò verso di me. “Oggi, lassú, sarà chiarissimo e, quando arriveremo a dodicimila metri, vedrai perfettamente tutto il paese, centimetro per centimetro, da Rosh Hanikra fino a Suez, dal Monte Hermon fino a Eilat. Vedrai quanto sia piccolo Israele e quanto sia esposto ai nemici che lo circondano. So che sei in cerca di qualcosa, se vuoi darci una mano per difendere la sorte di 4 milioni di persone perché pensi che ne valga la pena potrai scoprirlo facilmente oggi stesso.”

Trovai il Generale un tantino romantico nella sua visione del paese, però ero turbata dal fatto che mi leggesse dentro come un libro aperto. Mi sentivo vulnerabile, la stessa sensazione che, stranamente, avevo provato con Leah.

Saliti di nuovo al piano terra, una specie di veicolo elettrico ci portò dietro una gigantesca paratia, che si apriva nell’hangar. Quattro coppie di aerei erano illuminati a giorno dentro il bunker chiuso, quattro F15/Eagle e quattro F18/Hornet colorati con mimetizzazione desertica, marrone e grigioverde, con il simbolo blu della stella di Davide sulla fusoliera. Per un attimo mi mancò il blu marino del mio Hornet. I numeri seriali degli aerei mi sembravano poco familiari, forse erano più nuovi del mio e magari montavano i nuovi motori General Electric GE-402, non vedevo l’ora di provarli.

Il Generale firmò i moduli per l'affidamento di due mezzi da guerra sorridendo.  Azzardai a chiedere: “Qualcosa di divertente Generale?”

Sei appena diventata il soldato Jane Sailor” disse sorridendo. Aveva appena dichiarato un nome fasullo, contravvenendo alle regole. Avevamo qualcosa in comune dopotutto. Ed il nome in effetti era buffo.

Mi sistemai nell’abitacolo familiare ed iniziai i controlli pre-volo, il Generale era salito su un Eagle e realizzai in quel momento che non aveva il brevetto per i più moderni ed avanzati Hornet. Finiti i controlli pre-volo iniziai la sequenza di avviamento con una fretta irreale e soprattutto ingiustificata: Che diavolo mi stata succedendo? – pensai – Voglio fare bella impressione sul Generale ovviamente – A che scopo? – per Leah, scema! – Dannazione!

Avviai il primo dei due propulsori. Nello spazio ristretto del bunker il rumore era insopportabile e chiusi subito la calotta in plexiglass. Tempo qualche minuto vennero spente le luci, le porte in acciaio a prova di esplosione si sollevarono rapidamente e i semafori sistemati sopra di esse passarono immediatamente dal rosso al verde. Ero già stata istruita, niente rullaggio, nessuna inutile perdita di tempo al suolo, ci riunimmo a bordo pista in una piazzola di servizio; al segnale diedi gas al massimo e accesi il postbruciatore, avvertendo la potente spinta dei reattori attraverso l'imbottitura del sedile. I campi di grano corsero via e ci ritrovammo nel cielo terso del medio oriente. Ero euforica, lo ero sempre in volo sul mio Hornet. Stabilizzati a 20.000 piedi mi misi in formazione dietro il Generale, leggermente più in basso, alla sua destra. Come da istruzioni continuavo a guardare intorno per controllare il mio spazio, spostavo periodicamente l’aereo in modo da tenere in vista anche il quarto posteriore dietro la doppia coda. Mentre ci dirigevamo a nord ebbi il tempo di vedere il Mare Mediterraneo, una catena montuosa in lontananza, il mare di Galilea ed il Mar Morto.

Poi virammo all'unisono, diminuendo la velocità e scendendo lentamente a un'altitudine di pattugliamento. Tornammo a virare verso Sud, calando con un rombo nella Valle del Giordano, sopra il Mare di Galilea, con le sue tranquille acque verdi circondate da macchie di palme da dattero e i ben curati campi dei kibbutz, perdendo quota a mano a mano che la terra abbandonava il proprio aspetto regolare per trasformarsi in colline scoscese. Poco più avanti, c’era il Mar Morto. Il Generale vi calò in picchiata ed entrambi, passammo bassi sulle acque. Nel casco mi arrivò una voce che ridacchiava:

Più in basso di così non ti capiterà mai di volare. Trecentocinquanta metri sotto il livello del mare.
Restai concentrata, e pensai che forse anche il Generale diventava euforico ai comandi di un aereo.

Superata la battigia facemmo un largo giro, poi il Generale mi disse:
Porta il tuo Hornet sopra il mare, 300 nodi e 50 piedi di quota; fammi vedere che sai fare, ragazza.

Bastardo di uno, è per questo che mi volevi in aria? Regolai gli strumenti come sapevo dai test della Mc Donnel/Douglas, disattivai alcuni controlli di sicurezza e soprattutto i sistemi automatici di controllo altimetrico. Ci misi due minuti, poi scivolai d’ala e mi portai alla quota indicata, accelerando a 300. L’acqua si increspò dietro i miei due propulsori lanciati a due terzi di gas. L’aereo rollava ma non in modo esagerato, l’acqua fresca addensava l’aria ed aiutava le mie ali con la portanza necessaria.

Mi venne chiesto di ripetere lo show altre tre volte riducendo progressivamente la quota e aumentando la velocità fino a 400 nodi, la aumentai a 450 per stupire il Generale, al quale non avevo spiegato la storiella della densità dell’aria. Ci spostammo sul Golan e dovetti ripetere di nuovo lo spettacolo, questa volta fino ai 400 nodi prescritti. Al terzo giro la radio interruppe il test, una voce sconosciuta ci stava chiamando in codice.

Salve, Cactus Uno, qui Fiore del deserto” crepitò la radio,

riconobbi l’identificativo del Centro Operativo del Comando dell'Aviazione, situato in qualche bunker sotterraneo segreto. Mi resi conto che venivamo seguiti attraverso la fitta copertura radar israeliana. Ancora una volta stavo mostrando tecniche di volo americane a sconosciuti. Beh… non proprio sconosciuti.

Salve, Fiore del deserto” replicò il Generale, e immediatamente lo scambio di battute divenne informale come la chiacchierata di due vecchi amici, come in effetti era.

Brig, sono Motti.  Abbiamo appena ricevuto una richiesta di appoggio aereo dalla zona dove ti trovi, Ti spiace provvedere?” disse la voce, fornendo rapidamente le coordinate. Mi resi conto che eravamo ad appena 3 minuti. Una pattuglia motorizzata di polizia di frontiera era attaccata a bassa quota da un aereo non identificato. Sembrava una copia della mia esercitazione Border Patrol all’accademia. Accusato il ricevuto ci mettemmo in rotta di intercettazione, virando di poche decine di gradi alla nostra destra. Il Generale rifletté ad alta voce sulla nostra frequenza di pattuglia “Non vale la pena di tentare un'esplorazione radar. Starà volando a quota bassissima.  Tieni gli occhi aperti.

Ricevuto.”

Vidi il problema per prima. “Fumo da terra, in basso, a ore undici.

Il Generale rispose: “Ora lo vedo anch’io; hai gli occhi di falco, ragazza, Charlie Davenport aveva ragione: sei una pilota d’eccezione. Attacchiamo.

Cambiò frequenza. “Salve, Fiore del deserto, identifico l'intruso come un MIG 29/M, mimetizzazione desertica, insegne sconosciute. Autorizzate l'attacco, per favore.” La decisione di attaccare doveva essere presa a livello di comando e subito arrivò la risposta: “Sono Motti, Brig. Abbattilo!

Non mi furono date altre comunicazioni ma tanto non ne avevo bisogno: ero in missione di guerra per l’ennesima volta. Il mio punteggio di guerra saliva a 62 missioni operative? No, questa non la potevo proprio raccontare.

Stava virando a Est per attaccare ancora e non si avvide del pericolo; io stavo superando i 450 nodi ed ero concentrata al massimo. il Generale con il suo F15/Eagle era già oltre i 500 nodi e mi aveva distanziata in virtù della maggiore potenza di spinta dei suoi due turbogetti.

Si trattava di una caccia di fabbricazione sovietica dell'aviazione siriana. Il Mig 29 era inconfondibile. Il MiG completò la virata, abbassandosi di quota e mettendosi orizzontale per procedere al successivo mitragliamento. L'attenzione del pilota era concentrata sui suoi bersagli a terra per cui non si accorse che stavamo calando dall'alto come falchi.

Il Generale si allineò per il proprio passaggio, virando leggermente per porsi sulla coda del siriano, attaccando nel classico stile da dietro e dall'alto, mentre io mi accingevo a coprirlo. O a subentrare nell’attacco.

Il siriano tornò ad aprire il fuoco ed io ero sudata ed eccitata dalla caccia, -“Quella raffica è stata un errore, giovanotto.” – Pensai del pilota siriano.

Il Generale non voleva correre rischi, voleva portare un attacco da distanza ravvicinata e guadagnava rapidamente terreno sul piú lento MiG in manovra. Ero abbastanza vicina da vedere i dettagli, il MIG modificò il suo assetto un decimo di secondo prima che le raffiche eruttassero dall’Eagle del Generale. Nel momento fatale si era accorto della minaccia e aveva fatto quanto di meglio si potesse fare in quelle condizioni. Vedevo i flap estesi ed iniziare una scivolata d’ala che lo salvò di pochi centimetri da una raffica letale. La salva da trenta millimetri passò ad un soffio dall’ala destra del MIG, il Generale venne sorpreso dalla schivata, e si trovò in difficoltà: il suo aereo era veloce ma non molto manovrabile, non riuscì a seguirlo e riprese quota tentando di rallentare per ridurre l’angolo di virata. Io avevo già reagito con una rapidità puramente istintiva: avevo esteso flap e aerofreni con il giusto anticipo che mi aveva scaraventato contro le cinture, ma ora potevo far girare il mio aereo molto agilmente. La virata durò meno di un secondo, trovato il giusto allineamento scivolai d’ala per seguire il MIG; interruppi la manovra nel momento in cui il MIG si livellò e lanciai i miei due propulsori a getto tagliando la distanza, mentre controllavo i sensori radar; ero sorvegliata dai radar Siriani, leggevo le interferenze sul mio monitor che registrava i segnali radar, ma ero ancora distante dal confine e dalle loro letali batterie antiaeree. Diedi un’occhiata agli indicatori di carburante che erano già pericolosamente vicini alla zona rossa, stavo pagando i voli a bassa quota di prima. – Non importa – mi dissi.

Sparai una prima raffica, che passò alta, il MIG virò a destra, cercando di abbassarsi e scappare verso il confine. Continuò a manovrare a 200 piedi tentando di togliersi dal mio reticolo di mira, sparai altre due lunghe raffiche mentre anche lui guadagnava velocità per tentare di sfuggirmi. Ok, stava diventando prevedibile, scesi a 100 piedi e mentre iniziava una virata evasiva a sinistra vomitai otto nastri da 20 mm con un ruggito sollevando il muso. Ero pazza di rabbia quando vidi la mia raffica disegnare una linea davanti a me e tranciargli l’ala destra in due, il carburante avio si incendiò quasi istantaneamente mentre il Mig si avvitava incontrollato verso il basso. In due secondi ci fu lo schianto seguito da un boato e dal fumo nero. L’aereo si disintegrò al suolo rovinando per quasi mezzo miglio mentre andava in pezzi. Urlai nel casco, per fortuna il canale radio non era attivo. Un segnale acustico di pericolo mi riportò alla realtà, guardai il mio radar di superficie: ero a sole 10 miglia dalle difese siriane ed un radar guidamissili mi stava cercando. “Accidenti, sono finita fuori copertura…”  pensai, quando l’avvisatore di pericolo impazzì. Un missile si era alzato in volo e veniva verso di me, vedevo il puntino mortale seguito da una scia di fumo. –“Dannazione, sono troppo vicina. Stai calma per Dio, sei una pilota della Marina e puoi manovrare.” Analizzai il pericolo: missile SA11, portata 50 miglia, velocità mach 2,8, dispositivo radar-guidato e dotato di sensori indipendenti per ricerca autonoma, 200libre di esplosivo a sensore di prossimità; feci una virata a 500 piedi molto stretta e scaricai in aria 3 serie di 6 contromisure elettroniche che ingannarono il missile in arrivo. Bene.

Se ne levò un altro dalla stessa direzione dopo appena due secondi. “Maledizione..feci un’altra virata a bassa quota talmente stretta che feci fatica a non perdere conoscenza mentre la vista si riduceva a causa della forza G alla quale ero sottoposta, altre 3 serie di 6 contromisure vennero espulse dall’alloggiamento sotto la doppia deriva di coda. Niente da fare, il missile aveva il mio nome scritto sulla punta e mi voleva morta su un insignificante deserto mediorientale. Riprovai ancora e ancora le contromisure elettroniche mentre manovravo per tentare di togliermi dalla linea di mira del missile e finalmente andò bene, e il terrore di morire venne sostituito da un bel sospiro di sollievo.  “Dannazione! Da dove diavolo sparate? …eccovi lì, su quella cresta del cavolo.” Scesi a 50 piedi, poi a 30 e accelerai a 400 nodi, l’aereo era stato regolato alla perfezione mezz’ora prima per l’esibizione del Generale, “ora vedremo se la mia teoria per l’elusione a bassa quota delle difese aeree siriane funziona” pensai.

Feci una larga virata avendo cura di non superare i 35 piedi. Fu estenuante, ero lentissima. Con la stessa lentezza esasperante riallineai l’aereo al terreno con una precisione impeccabile, puntavo dritta su quella dannata cresta. Ero a 9 miglia, la portata dei miei cannoni anteriori solo di 3,2 miglia.

Leggevo sugli strumenti il margine del riverbero radar siriano che però non riusciva a inquadrarmi con precisione sufficiente per abbattermi. Quindi avevo avuto ragione, potevo battere i lanciamissili mobili come avevo lasciato intendere durante la mia conferenza di due giorni prima. 8 miglia, 7 miglia il confine era a 1 miglio davanti a me. Un paio di missili partirono nella mia direzione senza alcun bersaglio apparente, forse potevano vedermi con un binocolo, ma il radar non riusciva ad individuarmi.

Tutta eccitata chiamai via radio “Cactus uno da cactus due, richiesta di autorizzazione per attacco a postazione SA11” diedi le coordinate.  La risposta fu quasi immediata: Cactus due, Fiore del Deserto autorizza 1 solo passaggio”. “Bene” pensai “Ora tocca a me

4 miglia, 3 miglia, 2 miglia: aprii il fuoco. Una pioggia di proiettili infuocati cadde intorno alla batteria, un camion da trasporto esplose con un lampo e del fumo salí da una specie di prefabbricato adiacente la batteria lanciamissili. Feci un largo giro di 5 miglia in territorio siriano totalmente indisturbata per poi ritornare verso il confine israeliano.

Rientrata dentro il confine Israeliano dovetti aspettare lo spazio di 11 miglia e poi cominciai a risalire. Provavo ancora gli effetti della forte scarica di adrenalina che mi davano una esaltazione assoluta, quando mi chiamò il Generale che orbitava a breve distanza. Si era goduto lo spettacolo.

Una manovra eccezionale, Capitano. Complimenti vivissimi. Mai visto niente del genere in 30 anni di carriera.
Grazie, Signore.” Passai alla frequenza aperta “Fiore del Deserto da Cactus due, Missione compiuta.
Fiore del Deserto a Cactus due, sono Motti, complimenti. Abbiamo seguito la battaglia via satellite.

“Cactus uno da secondo, Generale sono proprio a corto di carburante, mi restano 1100 libre. L’air show di prima mi ha lasciata a secco.”
Torniamo a casa, Capitano.” Non più ragazza, ma Capitano. Wow!

Trovai il Generale con il casco in mano che parlottava con uno che, avrei saputo dopo, era un colonnello controllore di volo. Mi avvicinai discretamente, non volevo interrompere un Generale che conversava. Dopo circa un minuto si girò verso di me parlando in inglese, ma stava ancora rivolgendosi al controllore: “E’ stata eccezionale, mai visto nulla del genere.” aprendosi in un radioso sorriso. Ricambiai il sorriso con un po' di imbarazzo, ero conciata da far schifo ed avevo i capelli tutti appiccicati.










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