La casa di Rodi

scritto da Franco1951
Scritto 23 ore fa • Pubblicato 9 ore fa • Revisionato 9 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Franco1951
Autore del testo Franco1951

Testo: La casa di Rodi
di Franco1951

La città vecchia di Rodi; le grosse pietre delle sue mura antiche conservano mistero e magia che noi, consapevoli o meno, accarezzavamo giornalmente camminando verso casa.

Entra pian piano in noi, questa magia, e poi la si desidera. Si chiudono gli occhi e si corre indietro nel tempo; si incontrano le idee la cui proiezione sembra aver popolato il mondo.

Si sogna, ovviamente, ma è con questo sogno che i poveri e gli artisti proteggono la loro esistenza, trovano il loro piacere. Si lasciano avvolgere, loro, da quella coperta magica che è il vento caldo di Rodi.

Nessuno di noi seguiva un piano, un ordine; si sceglieva a caso, si seguivano i consigli delle vecchie mura, si giocava con i gatti, si dava spazio ai sogni. Si era in paradiso.

In quei giorni erano molte le case disabitate, lasciate a se stesse: uniche, ma piene di tristezza per quella fine non meritata.

Una di queste case è stata la mia, e poi la nostra.

Come l’ho trovata? Per caso. Era quella col cortile interno a piastrelloni bianchi e neri; in quel piccolo cortile si doveva scendere, perché era più basso della strada dove si trovava l’entrata.

La porta di legno vecchio aveva un nastro rosso come lucchetto, cosa particolare anche per la città vecchia di Rodi; si scioglieva quel nodo e si scendevano cinque gradini.

Una cucina, una doccia e una piccola stanza da bagno stavano tutt’intorno al cortile.

La doccia era stata ricavata in un sottoscala abbastanza ampio, dove già da tempo esisteva un lavandino in pietra di considerevoli dimensioni, ideale per lavare i panni e per lavarsi i denti.

Sulla parete interna del sottoscala era stato incollato uno specchio grande quanto la parete stessa e, sul lato opposto, una vetrata concludeva l’opera.

Chi stava sotto la doccia poteva osservare se stesso da un lato e le persone presenti nel cortile dall’altro.

Si faceva colazione in cortile.

Quando lei faceva colazione, io stavo sotto la doccia; e quando lei stava sotto la doccia, io facevo colazione. Non la perdevo mai di vista, si può dire.

Quel cortile quasi affondato era l’anticamera del nostro mondo, Atlantide per noi.

Era pieno di colori il nostro mondo, e le sue forme erano vivaci. Pur essendo piccolo, ci regalava spazio a non finire e aveva le sue leggi, le sue difese; le aveva create per noi e nessun altro. Vivevano con noi le leggi, in amicizia, senza contrasti: erano famiglia.

Il nastro rosso proteggeva dagli assalti, le mura antiche dai suoni sguaiati della “superficie”.

Qui sono stati ospiti di riguardo i nostri primi giorni d’amore.

Qui abbiamo messo ordine in quello Shanghai sparpagliato che erano le nostre anime.

Da qui un giorno siamo finalmente usciti, pronti al confronto, pur sapendo che paragonarsi agli altri poteva significare non capirsi più.

Siamo usciti, ci siamo uniti alla folla, teste confuse fra migliaia di teste.

Eccoci pronti a dimostrare qualcosa.

La corsa, stranamente, ci eccitava; tutto era nuovo per noi. Ci siamo fatti avanti lì dove altri avrebbero esitato: lei la mia forza, io il suo coraggio. Insieme, come i ciechi, vedevamo l’invisibile.

Si sa, il gioco non tardò a trasformarsi in realtà.

I nostri occhi, pian piano, rinunciarono all’invisibile per il superficiale.

Si parlava di soldi, di lavoro, di tasse, di merce, di percentuali e di guadagni; si facevano piani per il recupero del capitale.

A volte sembrava, tuttavia, che non ci fosse più nulla di certo; allora interveniva lei col suo essere donna e, insieme, il pomeriggio ci si riposava. Si saliva all’ultimo piano, con le sue finestre aperte alla corrente calda e ai suoni dell’estate.

La sera si lavorava; si entrava così, attraverso una porta che non è mai stata vista, nel mondo dei grandi, lì dove piacere agli altri è dovere.

Ci si arrangiava a convivere con i personaggi che si incontravano; si pensava al domani a scapito dell’oggi, ci si affannava alla ricerca di una giustificazione valida.

La casa di Rodi testo di Franco1951
1