Cuore di Biscotto

scritto da AriaStoinov
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 4 anni fa
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questa piattaforma è stata per molti anni la casa dei miei testi. Dopo un po' di tempo sono felice di tornare con uno di quelli che mi sta più a cuore.
- Nota dell'autore AriaStoinov

Testo: Cuore di Biscotto
di AriaStoinov

Tanto burro e gocce di cioccolato, condensati in una formina di latta a forma di cuore. Biscottini morbidi, confortanti.
Rachele ricordava le mani premurose della madre che accarezzavano con cura l’impasto, sembravano volare sulla pasta frolla, come il venticello delle giornate primaverili in cui si dilettavano in cucina. Di quei gai momenti, le era rimasto impresso nella mente anche il piccolo ciuffo rossastro che, sulla fronte perlacea della mamma, cadeva ribelle dal crocchio ordinato che si faceva quando si metteva ai fornelli.
Buffo come, proprio quei ricci, fossero per Rachele l’essenza di quella donna, assieme all'amore e all'attenzione nel riporre sul piatto di portata le sue creazioni.

Rachele era nata con un cuore difettoso.
Non batteva a tempo, ogni tanto saltava qualche battito, si incespicava e ruzzolava spesso nella cassa toracica.
Quando accadeva, lei tratteneva il fiato, spaventata, aspettando che quello screanzato tornasse al suo posto e riprendesse il ritmo.

Aveva solo sei anni quando, seduta su quello sgabello della cucina da cui la osservava cucinare, chiese a sua madre con un certo timore: “E se il mio cuore non riprendesse più a battere?”
La mamma aveva distolto lo sguardo dall’impiattamento, e non si era fatta piegare dalla domanda della figlioletta. L’aveva invece guardata con un sorriso rassicurante, attraccando il suo sguardo impaurito in quel porto sicuro che erano i suoi occhi. Le aveva chiesto poi di girare la mano col palmo verso l’alto e
le aveva appoggiato un biscotto tra le dita, sussurrandole: “farò in modo che tu ne abbia sempre uno di scorta”.

Rachele a quelle parole ci credette per tanto tempo.

Guardava gli altri bambini giocare nel cortile della scuola, desiderosa di correre con loro, di avere i capelli appiccicati sulla fronte per il sudore, di sentire il brivido nello stomaco nello scappare ad acchiapparella; ma tutto questo era un rischio che lei non voleva correre, rimaneva a malincuore in disparte e toccava la tasca dello zainetto, per assicurarsi che i suoi biscottini d'emergenza fossero vicini.
Per sovrastare il dispiacere, si metteva le cuffie e si perdeva nella musica.
Non molti anni dopo l'inizio della scuola, infatti, Rachele chiese alla mamma di farle prendere lezioni di pianoforte. Sotto sotto, era desiderosa di provare a vedere se il suo cuore si sarebbe sintonizzato con le note e avrebbe imparato finalmente ad andare a tempo. Ma quello che nacque come il rimedio di una bambina a questioni più grandi di lei, diventò invece il suo più fidato compagno di vita, poiché da quelle prime lezioni, la musica diventò il centro della sua esistenza. Il metronomo cadenzava la sua quotidianità, creando un rifugio in cui non vi era spazio per la disarmonia e per l'improvviso. In quei brani di musica classica non c’erano deviazioni, non c’erano cambiamenti: ogni strumento si prendeva per mano ed assieme componevano una melodia.
Avrebbe tanto voluto che anche il suo corpo facesse così, che abbracciasse il suo cuore e lo aiutasse a tenere il passo con la sua mente e la sua frenesia di scoprire il mondo.

Poco prima del suo sedicesimo compleanno, Rachele sperimentò la sua prima cotta.
Si chiamava Gabriele, gli aveva detto che amava le sue lentiggini e i suoi capelli color rame, ma ogni volta che si incrociavano i loro occhi, il cuore di Rachele si stringeva così forte da farle paura e fuggire lo sguardo del ragazzo per paura di annegare in quegli mare blu in cui erano immerse le sue pupille.
Evitava l’amore e qualsiasi cosa che potesse far sussultare quel suo cuore debole e perciò viveva la vita in costante paura di perderla.

Quando si diplomò all’Accademia della Musica, Rachele era ormai una giovane donna, e a quel tempo non era più la musica nella sua cuffia a segnare gli anni, ma i grandi concerti in cui si esibiva, i successi della sua orchestra, anche se, quando poteva, cercava di evitare i grandi eventi come quelli, sempre terrorizzata che il furfante facesse cilecca. E se il suo cuore non avesse retto per la gioia? Poteva sopportare un’emozione grande, grandissima, come quella di trovarsi davanti ad un palco con centinaia di persone?
Alla fine di ogni concerto tratteneva il fiato, come era solita fare da piccola, stringendo forte i denti sullo scroscio di applausi che aveva paura fermassero i suo irregolari battiti. Trattenne il respiro anche quando il direttore d’orchestra, un giorno, le presentò un giovane uomo dagli occhi blu, oceano, quello stesso Gabriele che aveva evitato al liceo, adesso grande intenditore di musica classica.

All’età di trentasei anni, Rachele guardava dalla finestra del suo appartamentino, fissando i vasi del vicino. Cercava di sotterrare quella sensazione di terrore che le formicolava sulle braccia, di mantenere la calma contando i fiori di geranio del suo dirimpettaio; Gabriele era uscito di casa e nella stanza regnava il silenzio. Quel suo cuore malato, così inaffidabile, per una volta doveva rimanere forte, perché proprio sotto di lui, dentro di lei, batteva, per sua grande sorpresa, un cuore in più.
E quel terrore senza nome, silente e paralizzante, la seguì per una, due, altre tre volte, stringendo il compagno per far sincronizzare il petto al suo.

Gabriele raccontò che Rachele se n’era andata qualche anno dopo la nascita della loro ultima figlia.
Nonostante la giovane età di lei, era felice di essere riuscito a sposarla; lei non avrebbe voluto, diceva che sarebbe morta guardando i suoi occhi all’altare, sempre tragicamente preoccupata di poter veder la propria vita volar via. Ma alla fine lui e le loro figlie l'avevano convinta.
Nonostante le proteste, fu il giorno più bello della sua vita: quando suo marito la baciò, il cuore le rimbombò profondo fino in gola, ma non un briciolo di paura le attraversò per la mente: l'unica cosa che pensò, unendosi in matrimonio davanti alla sua famiglia, era come, forse, alle volte valeva morire per un attimo, per una emozione, per una persona.

Disse che l’ultimo giorno di vita di sua moglie, lei e le bambine si erano messe in cucina ad impastare biscotti e che poi lei, stanca, era andata a letto, ma dal giaciglio non si era più alzata.
A Gabriele piaceva pensare che avesse lasciato la vita così, senza soffrire e che se n'era andata con un mite ed etereo sorriso sulla pelle bianca, vagamente soddisfatta e pacifica di quella esistenza, mentre al piano di sotto, su un vassoio di portata, erano sistemati, con amore e attenzione, dei biscotti freschi a forma di cuore, con tanto burro e cioccolato.
Cuore di Biscotto testo di AriaStoinov
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