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C’èra un buco nel mio giardino. Coperto da erba secca e ramaglie, ma se si guarda con attenzione si possono ancora scorgere i bordi frastagliati. Era un buco grande, profondo, è il buco di un albero. Mio padre ci mise giorni per coprirlo. Prima ha tagliato ciò che rimaneva del tronco, poi ha sradicato le radici spaccandole con l’ascia e dissotterrandole con la pala. Quando ha finito ciò che rimaneva più che un buco sembrava una voragine. In piedi, sul bordo, mi sporgevo a guardarci dentro. Non lo conoscevo allora, Anish Kapoor e le sue opere, né conoscevo i materiali da lui usati, tantomeno la fisica dei fotoni. Ma il colore nero di quella voragine, potrei giurarvelo, era più scuro del vantablack. Ma forse era solo la mia immaginazione a vederlo così, o la paura, almeno così dicevano gli altri. Ma da quel buco, ora che l’albero non c’era più, fuggirono le ombre. Esseri sottili, invisibili, saliti dalle profondità dell'inconscio. Sono curiose, le ombre, si attorcigliano attorno al tronco e ai rami, li piegano, li contorcono con il loro peso. Corrompono gli uomini e, a volte, allungano le mani per toccarli. Per questo le loro mani sono palmate e le nostre, al loro tocco, ditventano ossute. È pericoloso il tocco di un’ombra. Quindi mai, per nessuna ragione, assecondarle. Quella notte di novembre, il grande albero bruciò. Il mattino seguente non c'era più e le ombre uscirono fuori. Chi si rivolge a loro va incontro ad uno stile di vita che spesso non si condivide appieno, ma si accetta passivamente. La mente, complessa quanto fragile si indebolisce, si ammala, insieme al nostro pensiero. Il rancore e l'odio crescono fino a consumarti. Una volta catturato è difficile scappare, l'unica soluzione è ucciderle, ma è difficile perché sono invisibili quanto veloci. Sedarle è inutile perché ritornano a prenderti per portati nella voragine. Io ci sono stato lì dentro, mi terrorizzava la mancanza del cielo, del sole, delle stelle, guardavi su e non vedevi altro che nero. Ai muri c'erano delle porte, ogni porta corrispondeva ad un loop personale, quindi pensai: "Almeno non sono solo". Soltanto dopo capii che eravamo un mucchio di persone senza un'immagine interna, senza identità e perciò non potevamo vederci, neanche tra di noi, solo le ombre potevano.