Sin da piccolo, altro che fede, sono stato battezzato dal metodo scientifico. Mi aveva circondato. Mi aveva circonfuso. A otto anni fui il bambino più felice del mondo: ricevetti un orologio, ed una lente d'ingrandimento: potevo esplorare finalmente lo spazio, darne una fetta al tempo, e bruciare qualche formichina. Poi libri, libri, libri... Non per imposizione, per scelta. Libertà, fisica, certezze, risposte. Poi, quella luce. Cristo, non la luce divina, no. La luce dell'unica cosa che non riuscivo minimamente a misurare, la luce che la mia lente non poteva concentrare. Le unità di misura mi erano finalmente ignote, la sabbia aveva perso il suo contenuto, il suo scopo, la sua clessidra. Non ci sono indicazioni, e quindi che ne so, magari destra e sinistra lì sono invertite da una vita. Posso solo camminarci, e tanto mi basta. Posso scorgerne le pareti e leggere di quest'ultima ogni scanalatura, come se all'interno ci fosse una storia, appagante seppure completamente inquantificabile. Specchi d'acqua, di vetro, o di nuovo luminosi come il mio primo tubetto d'ossido di titanio. Ed ogni più piccolo sentore, ogni minima variazione di pressione osmotica tra il mio corpo e quest'interezza senza materia, scoprii essere completamente sincrona rispetto al mio battito cardiaco. Nessun dottore, nemmeno quello di famiglia che sì a lui puoi dire tutto, lo seppe mai. Io conoscevo quel posto, non ne ero padrone ma almeno sapevo dove fosse, suppergiù non poteva spostarsi e questo mi saziava.
Incrinature però, tante, tantissime, milioni. Comparvero poco a poco, fitte come le trabecole delle mie ossa, speciali ed irripetibili come ogni dettaglio del nostro vissuto. Si moltiplicarono quando cominciai a chiedermi perché esistessero le ombre, si decuplicarono quando fui abbastanza (im)maturo per combattere con le mie forze, e puntualmente con le mie mani praticavo sutura su sutura. Non trovai mai punti abbastanza lunghi per ricucire quelle fratture sempre più spesse, sempre più profonde. E non mi sentii più me stesso; esisteva davvero qualcosa che, per quanto io desiderassi di conoscere, non potevo toccare mai. Potevo indicarne ogni sfumatura verdognola, potevo descriverne ogni tonalità aromatica; ma toccarla no, eh, nemmeno con il mignolo.
Domande. Me ne sono sempre fatte, non quella volta. Ricordo ancora quanto potesse risuonare quella carcassa che sembrava essere cresciuta all'unisono con il mio costato: risi. Come non avevo mai fatto; come spero di rifare; come un milione di sorrisi elargiti dal grano maturo al bambino che attento ne osserva il moto ondeggiante. Tentai di non spiegare nulla, e il vetro mi concesse di affondare beatamente; capii che potevo anche solo guardare, senza cercare una causa prima, e i cristalli divennero bolle. Riemersi, e fu come respirare per la prima volta, fu come sospirare a gravità zero, fu come disegnare un intero sogno.
Ecco, le sintesi non mi riescono bene, non più. Il mio dogma è diventato irrazionale, e forse forse un pezzo di ragione l'ho anche perso, non lo saprei dire. Ma posso dire, sì, che questa piccola cronistoria è vera, è stata scritta in pagine che custodisco con gelosia - e vi prego perciò di non dirlo a nessuno. Sì, tutto sommato vi chiedo di mantenere il segreto. Perché temo che qualche cervello ad elio, che galleggia lassù nella libertà razionale sempre un po' nuvolosa, possa scoppiare e svanire, a sapere che ho (credo) trovato un luogo dell'anima...
Cronistoria di un luogo perdutamente segreto. testo di Il gatto di Schrödinger