Garofani e Crisantemi Bianchi - Prima Parte

scritto da Therese
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Una storia di famiglia come tante, o forse no…
- Nota dell'autore Therese

Testo: Garofani e Crisantemi Bianchi - Prima Parte
di Therese

La giovane ragazza dallo sguardo dolce ed ignaro della vita che l’attende: poche gioie, tanti dolori. Il giovin uomo posa sull’aia della grande casa da poco comperata da suo padre, l’aia è vuota, presto si riempirà di vita agreste: tacchini dall’imponente ruota, il cavallo e i buoi che rientrano dal duro lavoro sui campi,  bambini allegri e vocianti che consumano gli ultimi giochi prima di essere richiamati ai loro doveri. Lei lavora da poco alla fornace, la sua infanzia è stata, nonostante la guerra felice, lui più ombroso e orso, ha concluso da poco l’esperienza in malga, forse la parentesi più felice della sua giovinezza. Entrambi di famiglia numerosa, entrambi con mamme già vecchie… Lei vive in una corte dal sapore antico, vicino tanta gioventù, lui ha dovuto lasciare il paese dove è nato e ha i suoi amici; a causa del trasloco, nuovo paese, nuova realtà. Le vecchie amicizie col tempo lasciano il posto a nuove conoscenze, la nuova vita non è poi così male! Si conoscono, nasce una qualche timida simpatia, iniziano una frequentazione approvata dalle rispettive famiglie, si è vero lei è figlia di un ferroviere, anzi macchinista, lui è figlio di un possidente con un passato di sindaco nel paese di provenienza, durante la guerra. Sono giovani ed il matrimonio non sembra essere nell’immediato, solo che…
Lei bella , di una bellezza non contaminata dalla malizia, capelli neri, lunghi, mossi naturalmente, lui di un biondo fulvo, antichi geni cimbri. Il dovere, da parte di lui, ha fatto correre quel ancor giovane amore; in casa serviva aiuto e il fratello che doveva sposarsi in quel mentre, non lo fece e così toccò a lui, anzi si aggregò ad un matrimonio già programmato della sorella “grande” di lei. Si rispettò la consuetudine di sposarsi attorno a “San Martino”, era pure una bella giornata di sole e dato la vicinanza della casa delle due spose, il corteo arrivò a piedi alla chiesa. Abito uguale per le due sorelle, non mancavano pagetti e damigelle.
Peccato per la brutta usanza di non far presenziare al matrimonio dei loro figli, le mamme. Irva la salutò al cancello, quando vi passò davanti per andare al pranzo nuziale, certo l’emozione le fece venire un po’ di magone, ma poi l’allegria di parenti, amici e conoscenti riuscì a distrarla piacevolmente. Era la più pudica di tutte le sue figlie e mamma Teresa le raccomandò “di lasciar fare al marito”; giusto poi dieci mesi esatti venne al mondo il primo dei suoi figli: era una bambina, qualche giorno prima la Elide, aveva partorito un maschietto. Niente viaggio di nozze, era cominciata la sua vita in famiglia, c’erano i suoceri, un cognato sposato e due cognati ancora liberi. Forse no, perché il più grande dei due, un amore ce lo aveva, solo che aveva dovuto lasciarlo, dietro le pressioni di suo padre, la ragazza in questione venne giudicata: “troppo canterina”, poco adatta alla vita di famiglia. Lui chinò il capo, obbedì e la perse per sempre perché di lì a poco lei emigrò con la famiglia in Lombardia. Da allora nel suo cuore non ci fu posto per nessun altra! La vita matrimoniale per Irva trascorreva tranquilla, piano, piano si stava ambientando nella sua nuova realtà familiare ed imparava a fare la donna di casa. La suocera era una buona donna dal fare un po’ burbero e non perdeva tempo ad insegnare alla giovane sposina; non restava altro che osservare ed imparare. Divenne brava a fare la polenta, il bucato con la cenere e la lisciva, poi andava a lavorare nei campi: zappava, rastrellava il fieno, puliva anche la stalla e intanto metteva al mondo come secondo figlio un maschietto e dopo un periodo di respiro e di malattia, un’altra bambina. Di svaghi veramente pochi, giusto ogni tanto si andava al Santuario di Monte Berico e poteva scapparci una tazza di cioccolata nel ristoro vicino al Santuario, questo soprattutto con i bambini. Era sposata da pochi anni, che la sua giovinezza cominciò a sfiorire, neri abiti di lutto, sostituirono i freschi abiti a fiori in virtù che era morto Pietro, padre di suo marito Augusto e suo severo suocero. In quel periodo la sua primogenita si trovava ricoverata nel sanatorio di Villa Bedin a Vicenza. La vita in famiglia, le preoccupazioni per la salute della piccina l’avevano alquanto sciupata, smagrita e anche col marito beh, le cose non erano certo facili. Si litigava tra fratelli, si litigava tra marito e moglie, caratteri forti che si scontravano, malumori che serpeggiavano nella grande famiglia. Augusto decise: se ne sarebbe andato, si sarebbe staccato dai suoi fratelli, che gli dessero la sua parte e per ottenere questo scioperò. Si ricavò da abitare per conto proprio in una parte della casa, proibì alla moglie di continuare ad aiutare con le faccende e finalmente ottenne di andarsene. Aveva tante ambizioni, pochi soldi, fece tanti debiti. La casa nuova la costruì assieme al più giovane che aveva tanto insistito per unirsi a lui e mettere insieme l’attività con tanto di stalla, a quei tempi di moderna concezione. Solo che i tanti gravosi pensieri, le preoccupazioni derivanti anche dal fatto che aveva avuto un grave incidente, mentre rincasava dal matrimonio di una delle sorelle di Irva e ci era scappato il morto, era dunque finito a processo con una forte penale da pagare e che mise la famiglia in difficoltà economiche per molti anni; Questo aveva fatto si che scaricasse i suoi malumori sulla moglie, che stanca di venire ripresa e rimproverata anche per nulla, si ribellava e le liti erano furibonde. Questo davanti ai figli! C’erano per fortuna anche momenti lieti e allora si andava a trovare la sorella più giovane che si era fatta suora di clausura, condizione questa, mai accettata da suo padre e dal fratello più grande. Poi qualche rara gita in montagna o ci si ritrovava in lieta compagnia con i parenti di Irva. Amava molto andare a caccia Augusto ed a Irva toccava preparare le cene la cui portata principale era lo spiedo riempito con gli uccelletti, inframmezzato con bocconcini di maiale, di lardo e foglie di salvia e servito con la polenta intrisa di sugo colato dallo spiedo. C’era stato un tempo che le munizioni se le preparava l’Augusto, armeggiava tra i sacchetti contenenti tutto ciò che serviva a formare una cartuccia. Questo, in tempi ormai lontani, perché poi ultimamente preferiva comperarle, le cartucce sino a che tutto troppo oneroso ed allora il fucile venne relegato in un angolo e la cosa finì lì. La grande passione della Irva erano i suoi molti gerani, li allineava lungo la ringhiera della terrazza e a seguire giù per le scale, in inverno li riponeva nello scantinato. Era poi brava nel cucito, da ragazza era andata a far pratica da una sarta. Si era ricamata, come era in uso a uei tempi, anche le lenzuola della dote. Questa era una pratica assai in uso a quei tempi, chi non lo sapeva fare, ricorreva alle abili mani di ricamatrici che ne traevano un giusto guadagno. Come dicevamo era assai brava nel cucito ed in casa, aiutata dalla macchina da cucire, si dava molto da fare sia coi vestitini  per i figli, sia mettendo toppe e rammendando assai perché in casa di soldi ne giravano pochi e ci si doveva ingegnare con quello che c’era. La famiglia attraversò momenti assai duri, faticava a mettere in tavola, a volte il pranzo, come la cena. Capitò un Natale, forse era la Pasqua, resta il fatto che la Irva si dovette reingegnare per preparare un pranzo che, sapesse di festa, a ciò poi si aggiungeva un buon bicchiere del vino di casa che imbottigliato dava un sentore di festa genuina che seppur avanti con gli anni, ancor la Irva si ricordava.
Il Natale e la Pasqua erano festività a quegli anni, celebrate in maniera davvero parca, sapeva però Irva darvi calore; si tirava fuori una tovaglia della dote, si apparecchiava con il servizio buono ricevuto come regalo di nozze, ma soprattutto il cibo era preparato con amore, ecco questo era l’ingrediente che non mancava nei suoi piatti e che li nobilitava. Alla domenica passava a salutarla suo fratello, unico maschio tra le tante sorelle, sentiva il buon profumo uscire dalla teglia e fatti i complimenti alla sorella, gradiva poi molto l’assaggino che questa gli dava. A volte però la mattina davvero si domandava che cosa avrebbe messo in tavola quel giorno, poi però la sua fiducia nella Provvidenza era ben riposta. La sua era una fede semplice che non mancò mai di manifestare; la sera insegnava ai suoi figli le preghiere e cercava di ben orientarli coi suoi consigli. Anche Augusto era credente e praticante, ma purtroppo aveva il vizio di bestemmiare e non sapeva correggersi. A parte questo era un brav’uomo, dotato anche di qualità che però non seppe sfruttare sino in fondo. Aveva in se i geni dei suoi avi che avevano esercitato un qualche potere a suo tempo, a cominciare da suo padre, sindaco o meglio come si usava dire a quei tempi: podestà. C’era stato tempo prima, suo bisnonno che oltre ad essere commerciante, era un conosciuto mediatore, arte questa, riconosciuta pure ad Augusto, esercitata però da lui senza scopo di lucro, ne ricavava al massimo qualche cena, magari in locali di un qualche livello, vista la conoscenza che frequentava in quel periodo. Irva in tutto questo non era parte, apparteneva a quel genere di donne che non mettevano bocca “negli affari” degli uomini. Retaggio culturale che stava a poco, a poco scomparendo, ma non per lei.
Poco o nulla sapeva degli affari di casa anche perché l’Augusto non glieli raccontava più di tanto, era lui il capofamiglia ed era lui che prendeva le decisioni e tutto convergenza attorno alla sua autorità. A lei questo stava anche bene. Non era questo a farla soffrire, la sua sofferenza era condivisa da tante donne che subivano l’autorità dell’uomo che si considerava, a torto, superiore alla sua compagna e non le dava il giusto valore anche nei sentimenti; la luna di miele finiva presto! Il lavoro in casa e fuori era tanto e pesante, gli svaghi pochi e l’Augusto era uomo dai molti silenzi! Irva quando andava a trovare sua madre non faceva trapelare più di tanto: suo marito era così e doveva farsene una ragione; momenti di vicinanza li trovava la domenica mattina, quando per tornare a casa dalla messa, faceva un tratto di strada con le sue vicine di contrada e allora si metteva insieme il proprio vissuto, badando però di non “parlar troppo”. Tornata a casa alleggerita per le quattro chiacchiere scambiate, approntava il pranzo domenicale. Troppo presto cominciarono ad arrivare i primi malanni, dovuti alla fatica, alla stanchezza e al poco riguardo che purtroppo l’Augusto le dedicava, lui così solerte quando si trattava dei suoi malanni. Era soggetto a raffreddori che si protraevano a lungo, retaggio di una patologia che colpiva i membri della sua famiglia più deboli, vedi due fratelli morti per tubercolosi. Poi sono sopraggiunti problemi alle ginocchia per i quali si sarebbe in seguito operato. All’inizio cercava di curarsi con sistemi casalinghi, tipo, le sabbiature fatte usando la sabbia riscaldata al sole estivo; non c’erano soldi per le cure ed allora anche la sabbia avanzata dai lavori di costruzione della casa nuova, andava bene. Anche Irva stava male, il suo male era più sottile, più difficile diagnosticare il male dell’anima, la stanchezza del vivere, la sua autostima, era scesa davvero in basso, complice il fatto che le persone a lei vicine non le dessero giusta considerazione. Era molto stanca Irva, seppur ancor giovane. Al matrimonio della figlia più giovane confidò alla consuocera di aver concluso il suo compito, tirava i remi in barca. Solo che da li iniziò la sua lenta e inesorabile parabola discendente, lo spettro del male cominciò a manifestarsi sempre più palesemente: l’avrebbe portata alla morte! Non aveva più stimoli a vivere, non aveva chi la stimolasse, anzi non era più brava a far niente, chi era arrivato in casa e le era passato davanti, la faceva sentire inutile, che stesse in un cantuccio. L’Augusto era concentrato su se stesso, sui suoi malanni e non si accorgeva che lei si stava spegnendo a poco a poco; quando si accorse, perché allertato dai figli, ormai era tardi. Le cure non sempre appropriate, non sortirono alcun che. Il suo calvario durò circa dieci anni. Augusto la prese male e si rinchiuse in una sorta di esilio volontario, usciva raramente dalla camera, un sorriso riuscivano a strappargli i nipotini bis, figli di sua nipote Martina. Le sopravisse  quattordici anni e poi si spense, serenamente, forse aveva pagato il suo debito. I figli cercavano nelle vecchie foto ricordi da conservare, nonostante tutto. E allora eccoli giovani, belli e fiduciosi nell’avvenire. La guerra l’avevano vissuta da bambini, la Irva si ricordava di quando sua madre la svegliava, perché era suonato l’allarme ed allora si doveva correre nei rifugi, solo che quella volta la piccola non fece in tempo a vestirsi e scappò con addosso la camiciola che usava per andare a letto; si acquattarono all’interno di un fossato attendendo che passasse l’allerta e si potesse far ritorno a casa. L’Augusto ricordava il clima pesante che si respirava in quanto suo padre podestà, veniva tenuto di mira dai partigiani e una volta se la vide piuttosto brutta, in quanto subì un attentato dal quale si salvò fortunosamente, riportandone però un gran spavento e gli occhiali rotti ritrovati dai figli nel fossato dove era finito. Era sempre una grande angoscia attendere il suo ritorno a casa. Si pregava molto! Poi la guerra finì, la Irva si godeva la spensieratezza della sua gioventù, l’Augusto andò in montagna a fare un corso di casaro. Negli anni “50” la famiglia di Irva si trasferì nella casa nuova, costruita con tanti sacrifici da suo padre che aveva trovato stabile impiego in ferrovia. Il padre di Augusto aveva comperato capi e casa a Poiana; venduto la piccola proprietà comperata anni prima da sua madre, se ne era andato da Villaganzerla. Si era fatto una certa fama e suscitava un timore riverenziale. Rispetto alle davvero piccole proprietà di quegli anni, con magari solo due capi di bestiame in piccole stalle confinanti addirittura con la cucina, lui poteva a ragione essere considerato un possidente. Continua...

Garofani e Crisantemi Bianchi - Prima Parte testo di Therese
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