Passo qualche giorno fuori città, da mia sorella, che sente il bisogno di avere qualcuno di casa vicino in un momento come questo. Vivo in una città che si è ampliata disordinatamente di anno in anno — sarebbe meglio scrivere: di lustro in lustro — come la pasta lievitata che cresce di ora in ora e sa di farina e lievito, e anche di qualcosa di acre che non so definire. Vi sono cresciuto e non ne so la ragione, se non forse perché il caso mi ha fatto nascere in un punto dello spazio-tempo, proprio nella clinica di questa periferia, proprio da questi due genitori, piantonato da quattro nonni con gli occhi infossati, le labbra turgide per il tabagismo o inaridite dall'adipsia. E l'immagine dello spazio-tempo mi incalza ogni notte, quando mi allungo sul letto, come un incubo ricorrente che scandisce la ciclicità dell'esistenza.
I nonni sono passati a miglior vita, come si dice con melenso eufemismo, supponendo che questa non sia, per ognuno di noi, la migliore, ma neppure la peggiore esistenza che ci sia toccata in sorte.
Mia sorella? La riconosco appena, per quel neo che sembra un frattale e che la contraddistingue tra mille e mille donne della sua età, condizione sociale, cultura. Penso che sia un idealtipo — cioè un portato puramente speculativo — e che una come lei, insomma, sia solo un prototipo. Non la rivedo da almeno due anni. Quantum mutata ab illa! Come Ettore sanguinante e privo di sensi è trascinato dal cocchio di Achille, la consanguinea è sballottata dagli accidenti dell'esistenza, che sembra giocare a suo piacimento, e senza una ragione, con chi le capita a tiro.
Che qualche anno fa abbia perso un figlio, cioè mio nipote; che questa morte sia stata fulminea come fu ratto il decorso del morbo; sono fatti indubbi e nessuna logica li può confutare; che mi sia lambiccato il cervello sul significato dell'esistenza in generale e di quella di mio nipote in particolare è invece solo una ruminazione. Certe domande sono irrisolte e irrisolvibili e non vale neppure la pena interrogarsi. Comunque congetturai che se non fosse mai nato non sarebbe mai morto; e se mia sorella non avesse visto la luce quarantacinque anni fa, quel neo non sarebbe mai spuntato. Mi sentii pago per l'evidenza dell'inferenza, ma non del tutto per la sua prevedibilità.
In ogni caso mi accomodai sul sofà bruciacchiato dalle cicche del marito, anche lui ora tra i trapassati. Quelle strinature sono il suo lascito. Non dissi nulla che lasciasse trapelare qualche commozione. Ebbi l'impressione che fosse in ansia: che non rovesciassi il caffè sul tessuto, che l'aroma fosse di mio gradimento. Non aveva dubbi o quasi: miscela di pura arabica. Pernottai disteso su quel divano, senza chiudere occhio. Si alzò più volte alla chetichella e, come un'ombra, deambulava di stanza in stanza rasentando i tramezzi.
Multaque pars mei vitabit Libitinam testo di Paulus