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Il calore del sole vibrava nell’aria rendendo l’orizzonte liquido. La maglietta verde era impregnata di sudore sulla schiena. Appoggiò lo zaino ad un masso spigoloso, stese la maglia ad asciugare. Non era una camminata impegnativa; sulla mappa dei sentieri era considerata “adatta a tutti”. Bambini e anziani compresi. E allora perché si sentiva così provato e stanco? E perché non aveva incontrato altri camminatori? La risposta alla seconda domanda era la meta indicata e segnata lungo un erto sentiero: una radura occupata al centro da un laghetto circolare su cui si specchiavano vanitose nuvole e abeti austeri. L’assenza di un rifugio o di una baita non attraeva escursionisti. Al primo interrogativo, replicò: “Io non sono tutti! Non mi hanno proprio considerato! Come sempre mi accade”. Un sorriso seguì il pensiero ironico. Si sedette a terra ed estrasse dallo zaino una rosetta con speck e caprino. Il profumo era intenso. La fame pure, anche se non era proprio l’orario del pranzo. In vacanza non ci sono orari. Si mangia quando si ha fame e non perché è l’orario del pranzo. Addentò il panino e chiuse gli occhi masticando adagio. Si abbandonò al silenzio. Intorno solo ronzio di api indaffarate sui fiori che ingiallivano il prato. Campanacci di bovini al pascolo che divenivano più intensi. Si stavano avvicinando. Leggere brezze risuonavano tra gli abeti. La quiete romantica del luogo gli stava penetrando dentro. Dai respiri al sangue. Dal sangue al cervello. Quiete romantica e goloso panino. Era in paradiso. Terminò il pasto e rimase con gli occhi socchiusi appoggiato a quella roccia. Inspirava ed espirava lentamente. Le guglie dolomitiche erano magnifiche. Stava fondendosi con ciò che lo circondava. Era un suo difetto. Non riusciva mai a mantenersi integro. Negli ambienti diversi dalla ripetitività quotidiana, smarriva ogni caratteristica propria e assumeva quella dell’ambiente che lo circondava. Ora era un montanaro. Non uno di città in vacanza. Era così anche in amore. Si fondeva con l’altro cuore, sino a battere con quello, ad assumerne ogni frequenza. Sino a perdere i propri battiti. Sino a che l’amore terminava e si scindeva; si riappropriava del proprio cuore, mostrando così una persona completamente estranea e sconosciuta agli occhi dell’altro. L’amore per lui era effimero, proprio come quei laghetti di montagna che appaiono in primavera quando i ghiacciai fondono e scompaiono l’inverno quando il freddo li solidifica. L’amore è apparire e scomparire. Come il sole tra nuvole bianche.
Estrasse il portatile dallo zaino e iniziò a scrivere. Non aveva mai una trama, un percorso predefinito. Come sempre concretizzava i pensieri all’istante. Non era un abile dattilografo, spesso commetteva errori che gli consentivano di verificare ciò che aveva scritto, non nel complesso, ma solo nell’ultima frase, nell’ultimo capoverso, nell’ultima battuta. Gli sarebbe piaciuto scrivere un romanzo. Di quelli ricchi di personaggi e intrighi, di quelli in cui una pagina si lega all’altra e che prendono all’amo la curiosità del lettore trascinandolo sino all’ultima, senza deluderne l’entusiasmo. E vederlo esposto in libreria, con una bella fascetta “La sorpresa dell’anno. Centinaia di migliaia di copie vendute”.
Per farlo avrebbe dovuto essere organizzato. Non lo era. Era solo istintivo ed impulsivo. Inconcludente.
Le dita iniziarono a scorrere. E si isolò. In un guscio d’uovo sospeso nell’albume viscido. Un magro abbraccio proteico. Il forte rumore di un campanaccio ruppe l’involucro, interrompendo il fluire. Un vitello con languida eleganza vaccina si stava masticando la sua maglietta verde. “Non è erba! Dannata mucca!” Iniziò così un tiro, impari, alla maglietta, che vinse per abbandono del giovane animale, che mollò la presa. Lui si capovolse all’indietro quasi cadendo nello specchio d’acqua, già circondato da altri bovini intenti ad abbeverarsi. Una fragorosa risata femminile e un muggito divertito chiosarono il comico capitombolo.
Due grossi scarponi in crosta marrone con lacci rossi, due gambe nude muscolose e decorate da graffi erbosi, laderhosen, maglietta bianca. Tra le labbra uno stelo. Appoggiò il bastone e gli tese una mano sorridente.
“Ciao! Sono Amelia…e lei è Brigitta!” – disse rivolta alla mucca mangiatrice di maglie con un gesto elegante, come se presentasse una gran dama. Brigitta rispose agitando il campanaccio. Come se avesse compreso.
“Vivo in una baita poco distante da qui. Produco latte e formaggi che vendo in paese. Queste sono le mie amiche. E tu? Chi sei? Qui non viene mai nessuno. No ristoro, no toristor – disse con tono aulico - Solo io e le mie mucche e… tu…oggi.”.
Riacquistata la posizione eretta si presentò. “Mi chiamo Achille…Ciao Brigitta!” Il campanaccio risuonò. Achille guardò Brigitta, poi Amelia poi di nuovo Brigitta.
Amelia rispose all’interrogativo silenzioso di Achille, annuendo. “Capisce ciò che diciamo. Le altre no; sono mucche. Brigitta è diversa”. Due rintocchi di campanaccio.
“L’hai ammaestrata bene. Non si vede alcun tuo gesto per ottenere una sua reazione”.
“Non è ammaestrata! Capisce e comprende veramente ciò che diciamo”.
“Brigitta…quante lettere compongono il nome Amelia?” – chiese lui con tono sarcastico.
Lo sguardo docile della mucca si incupì. Dopo sei rintocchi si avvicinò ad Achille, lo osservò e col muso lo spinse. Questa volta Achille si bagnò. Seduto, con l’acqua sino al torace. La risata di Amelia riecheggiò con più fragore. Brigitta muggì scampanando. Le altre mucche alzarono la testa dal prato o dall’acqua con mollezza, poi ripresero l’attività appena interrotta.
Si ripeté quasi la medesima scena conclusa poco prima. Mano tesa di Amelia. Sguardo pieno di sconforto di Achille. La replica non fu perfetta. Brigitta spinse anche Amelia che cadde tra le braccia di Achille. Tra i muggiti e lo scampanio di Brigitta le loro risate terminarono in un bacio. Lieve e delicato, a fior di labbra. Non era voluto. Non era nei loro pensieri. Accadde con naturale innocenza.
Si ricomposero subito. Come se nulla fosse successo.
Usciti dall’acqua si spogliarono. I vestiti sulle rocce al sole. Si stesero uno a fianco all’altra sul prato tra le mucche che pascolavano. Brigitta si avvicinò. Soffiò sulle loro teste e raggiunse l’amica più lontana. L’erba era tiepida.
Achille sentiva il suo odore. Sapeva di stalla. Lei guardava il cielo. Le palpebre immobili. Come se lui non esistesse. Fisse al cielo. Come spilli. Le gettò uno sguardo rapido. Non indossava il reggiseno.
“Sono anni che un uomo non mi tocca. Non mi bacia. Le mucche mi bastano. Ho il mio lavoro. I miei libri. Brigitta…Non ho bisogno d’altro. Quando scendo in paese gli uomini mi guardano curiosi…anche alcune donne…curiosità…come se fossi uno di quegli esseri “freak” che venivano esposti nei circhi. Stranezze orribili e attraenti al contempo. Ma tutti si limitano ai propri pregiudizi. Non a ciò che vedono, ma a ciò che vogliono vedere. Il mio odore è reale. Corrisponde a chi sono. Una malgara. E mi piace esserlo. Ah! Dimenticavo. Sono una malgara laureata, pure. Laurea magistrale in Ingegneria ambientale. Università di Trento. Ing. Malgara. Sono ruvida. Legnosa come gli abeti che ci circondano e pungente come i loro aghi. Pochi mi piacciono. Gente insapore…”.
Le labbra si incresparono in un lieve sorriso. “Per questo sono qui. Amo come sono. Grezza e con l’odore vaccino. Femminile? Certo che lo sono. Mi sono accorta del tuo sguardo. E’ stato dolce, carino. Quasi buffo. E tu, chi sei?”.
“Io…sono…un uccisore. Un uccisore…legale.” Disse lui, senza alcuna intonazione.
Amelia trasalì, volgendo lo sguardo verso il profilo di Achille. Il naso piccolo e dritto puntava al cielo. “Un uomo con quel profilo e con quegli occhi non può essere cattivo.” – pensò.
“Sono un uccisore di sentimenti e sono laureato in giurisprudenza…” – lasciò la frase sospesa.
Amelia sorrise.
Lui Continuò. “Sono immaturo, inconcludente. Impacciato con le donne. Mi piace scrivere, ma non mi impegno abbastanza. Sono impulsivo, razionale, empatico e adoro innamorarmi, ma non mi amo. Sono un uccisore legale. Uccido i sentimenti miei: di chi amo e di chi mi ama. Senza volontà. Senza…dolo. Uccido inconsapevolmente. Odio la confusione, la maleducazione, l’arroganza dell’ignoranza. Ecco perché sono venuto qui. Per scrivere. Per buttare fuori ciò che ho dentro, per eliminare la paura. La paura di uccidere.”
Pianse.
Amelia osservò le lacrime che gli scendevano dall’occhio destro.
“Ho anche io paura. Paura di essere uccisa. Nessuno lo ha mai fatto…sinora”.
Salì sopra di lui. Raccolse i capelli. Si sfilò la maglietta. E iniziò a baciarlo con impeto crescente.
“Uccidimi!” – gli sussurrò in tono perentorio quando era dentro di lei.
Achille la guardava dritto negli occhi.
Pianse.
Brigitta, languida, li osservava. In silenzio. Gli occhi lucidi e acquosi. Il campanaccio immobile.
Le nuvole si specchiavano veloci.
La malgara fu uccisa. Senza dolo.